Il 31 dicembre..


E' 31 dicembre. Da poche ore.
Un giorno triste, l'ultimo dell'anno.
Trascurato, corto, il giorno amico della ragazza che ama,
il giorno amica dell'uomo che desidera,
il 31 dicembre è un giorno d'ombra
o solo una perdurante aurora
nell'attesa del nuovo anno.

Non vorrei mai essere un 31 dicembre.

In questi giorni il calendario non si guarda: quando è capodanno, venerdì.
bizzarri giochi del destino. Capodanno è oggi, oggi 31, ma tutti aspettano il domani che non c'è.
Festeggiamo la coda dell'anno aspettando
un futuro che sa di nuova nascita, calcio di inizio, sospiro e speranza.
Ma il giorno di capodanno è proprio il 31,
un giorno preso anche in giro,
nè inizio, questo è sicuro,
ma neanche fine, questo è un problema.

Non vorrei mai essere stato un 31 dicembre.

Mi accorgo che come il 31 fa tenerezza,
o pena che dir si voglia,
qualcun altro ha vissuto uno stato simile
in queste settimane.
Come si sente, come si sentirà il 31 dicembre?
man mano che si avvicinano
il proscenio dei fuochi, la presa in giro dei cenoni
tutti felici soltanto
quando è andato via?
Si sente forse come Antonio Cassano
triste e inutile talento
bizzoso e orgoglioso di quel che non è o che non gli si riconosce
con la clamorosa presa in giro
di esser detto Campione.
O Capodanno.
Non importa.

A.

Si lascia guardare (bella neve)


A Firenze nevica.
Vivo qui da due anni.
Mi ero trasferito qui da un mese, quando nevicò la prima volta.
Trovai il giardino bianco al risveglio.
Ma ero una piantina di basilico.
Andai per la strada, trovai una voce.
Senza che le parole
si posassero. Finì la neve.
Avevo rischiato.
Di bruciare
ogni foglia.
Ma la primavera arrivò in tempo.

Ora vedo
nei vetri
il freddo coprire un altro giardino:
ho cambiato casa,
sono innamorato.
E presto, mi sposerò.
Il bianco è scuro solo perchè è sera.
Questa neve pur timida da evitare il giorno
si lascia guardare
cadere.
E penso che sia questa.
La differenza dalla mia prima Firenze innevata.

La neve si lascia guardare
e io posso rimanere in silenzio.
In silenzio so ogni parola che desidero
e ogni parola che desidero lentamente si posa.
Le parole che ho scelto
per questa sera
rimarranno
perfette
nel tempo.

D'amore,
parole
per Laura mia.

A.

Il Babbo Natale dei Frantumi


Ero prono a mettere i festoni
avevo tirato giù dal solaio ogni cosa:
l'albero, le stelle filanti, un presepe
piccolo piccolo.

Poi.
Improvvisa
mente
lo specchio
quello dietro al bancone
ha voluto ogni cosa

anche i riflessi d'oro del whisky.

Il mio piccolo bar è rimasto spoglio
e io da qualche giorno
sono bloccato
nella schiena
nelle gambe
ogni movimento
potrebbe
farmi perdere nel mio riflesso.

Dovrò muovermi piano
nel vero
per non esser divorato
dal falso.

Ma sono falsi i riflessi?
Sì. Lo sono.
Ora
che ho scagliato l'ultima bottiglia
quella nera dell'amaro
ora che ho scagliato la bottiglia dell'amaro
contro lo specchio.
Non ci sono più.
Riflessi.

Mentre qui fuori
tutto può
continuare a muoversi
cambiare.

Tutto quello che ho salvato
dal vecchio specchio. Il resto no,
è perduto:
tanti miei ospiti
hanno cercato di
capire chi erano e come erano
visti
senza accorgersi
del respiro, del passo, dello sguardo
di cui si privavano.

Raccolgo i pezzi,
li metto in un grosso sacco
e
qualcuno
mi guarderà volare.
Babbo Natale secco
Babbo Natale scuro
il Babbo Natale dei Frantumi.

A.

Dei Vermi e dei Risorti


Ecco chi sono i tifosi della Lazio.
Non tutti, dio mio.
Ne ho conosciute di persone innamorate
del biancoazzurro
biancoazzurro che stona
troppo stona coi colori di questi vessilli.
Ieri hanno pensato di reiterare il saluto in emulazione
e sostegno
del infimo riferimento cui ogni loro violenza si ispira.
per trascendere.
una dimensione assolutamente poco umana.

vermi.
vermi.
vermi
adoratori di forza e purezza
castrati
dall'odio
resi magri secchi smunti
dalle assenze cui si costringono
vuoti di cuore
vuoti di testa
rifiuti
esposti gridati rappresi
rifiuti
annidati negli angoli dell'esser borghese
morale immorale
appartenere a un colore pieno
immorale morale
costruzione di guerra
vuoti di testa
vuoti di cuore
leggeri pesanti
legati pensanti
burattini dotati di tentazione
recitanti al ridicolo
giudizio della Storia
infamia rosso sangue
candida nebbia rosa
difesa offesa contesa
la pelle brucia ha bruciato.
riposti nascosti scomposti
simboli spenti blandi foraggi
su cui strisciano
ivermi
ansiosi di lasciare saliva appestante
nell'incubo di morire
vermi tremanti di cadere
l'incubo di vivere.

Volevo scrivere di Perrotta
della sua gioia ritrovata
e dell'inestimabile valore che ha
la risalita dopo ogni sconfitta.
Volevo. Ma mi sono rimaste le parole in gola.
Comunque grande Simone.
Contro ogni critica,
contro ogni insicurezza.
Le mie presuntuose valutazioni erano sbagliate
e mai
sono stato così felice
di verificare la mia insipienza.
Magica.

A.

A.

Olè (o Del saluto romano)


Di Canio, un turno per 'saluto romano' in Lazio-Juve
10.000 euro di multa al giocatore e anche alla società biancoceleste
Roma, 19 dic. (Adnkronos) - Un turno di squalifica per Paolo Di Canio e 10.000 euro di multa. Questa la decisione del giudice sportivo in merito al 'saluto romano' del giocatore biancoceleste dopo la sua sostituzione durante la gara Lazio-Juventus giocata sabato scorso. 10.000 euro di ammenda anche alla Lazio per responsabilita' oggettiva.Il giudice sportivo ha deciso di sanzionare con un turno di squalifica e 10.000 euro di ammenda l'attaccante della Lazio, Paolo Di Canio, perche' il giocatore ''subito dopo la sua sostituzione, mentre si trovava nei pressi della panchina, iniziava a salutare i propri tifosi con entrambe le braccia tese ed alzate. Subito dopo, in rapida successione, abbassava il braccio sinistro, lasciando alzato e teso quello destro per qualche secondo insieme alla mano. Quindi, lasciando sempre il braccio destro alzato, iniziava a muovere la mano in gesto di saluto, abbassando infine completamente il braccio destro''. ''Osservato che il gesto del calciatore e' certamente da interpretare come un 'saluto romano' -dice ancora la nota-, quantomeno nella fase in cui egli ha tenuto il braccio e la mano destra tese; considerato che tale comportamento costituisce violazione di norme regolamentari : in quanto lesivo del dovere di correttezza imposto dall'art. 1 CGS, non essendo consentito ai tesserati sfruttare lo svolgimento delle gare per evocare un qualsiasi tipo di ideologia e/o appartenenza politica con gesti plateali, come ribadito dalla Commissione Disciplinare con sentenza del 10 marzo 2005 C.U. n. 265 pronunciata proprio a carico di Di Canio, a seguito di una condotta identica a quella oggetto delle presente decisione''.

Nero limone


Che è accaduto.
La Roma ha passato il turno di UEFA
ma sinceramente non mi sembra sia
una notizia.
La partita era importante soprattutto per il prossimo futuro della Magica
ma inquieta. Una prestazione in cui gli angeli
hanno sopperito alle carenze degli uomini.
Comunque.
Bene così.

Ma è accaduto anche altro.
Agricola e Giraudo sono stati assolti in appello.

È limone.
Lento.
Nell'iride.

Ricordo Report, quando
mostrò un'inchiesta impressionante
rispetto al problema doping.
Tremende verità in pendenza
sulla coscienza della società più decorata
meno decorosa
dello stivale.
Commentare un'assoluzione dovrebbe essere
un atto di gioia: scoprire un uomo innocente
dovrebbe rasserenare, conciliare,
sollevare dall'inquietudine di un
mal
essere
diffuso.

Non è così.
Perchè. Sa di menzogna.

Limone
lento
strappa i capillari
dell'iride.
E i nervi
seccano. seccano.

Infine è accaduto.
Che Dabo
smentisse una dichiarazione contro il Fascismo.
Accade che si ignorino le Leggi Razziali
del nostro glorioso recente passato.
E si giochi a distinguere

le ombre dalle ombre.

Una sottile elastica
radiografia
della storia:
malato
condannato a morte
sceglie di non sapere

il cancro che gli si annida in petto.

Dabo smentirà la smentita?
Chi lo sa.
Intanto.

D'inchiostro
s'imbeve possente
il primo terribile
limone nero.
Nel viso.

E non vedo. Più.

Nulla.

A.

Pupazzo, pupazzi


«Stavolta - sottolinea Di Canio - mi aspetto una difesa agguerrita da parte del mio club e una presa di posizione immediata del presidente Lotito, altrimenti mi inc... In altre situazioni,
altre società sono scese in campo per difendere i propri giocatori, anche di fronte a un gesto antisportivo. Io sono già stato condannato a marzo e non ho detto nulla».

Quest'uomo, portatore e celebratore dei valori del Fascismo, pupazzo di cartone costretto da una perniciosa idiozia a pubblicizzare, non meglio di un cartellone qualsiasi, niente meno che l'ideologia della repressione,
sarà tedoforo per le prossime Olimpiadi Invernali di Torino.

Mi scandalizzo.
Mi scandalizzo perchè c'è gente che gli riconosce autonomia e intelligenza.
Che lo eleva sopra agli altri per arguzia e sincerità.
Che siano spesso, spessissimo giornalisti mi pare ozioso ripeterlo.

Un essere abietto, un ignorante della malora,
un malizioso utilizzatore dei media,
ma soprattutto un colpevolissimo esempio
una stramaledetta icona
ponte irriflesso, spirito malvagio,
verso un odio sociale che sa di limiti, circoscrive identità,
esalta valori basici e mendaci
lede ogni possibilità di alternativa.

Come possa un ragazzo rinunciare a ogni prospettiva di
libertà
e rispetto per la
libertà

perchè

allettato da un simile pupazzo,

così sconcio nella malafede implicita e nell'atto premeditato di
appestare il calcio
nello svilimento del valore sportivo stesso
della competizione,

perchè

sedotto da una volgare marionetta

così scomposta nel suo digrignare i denti
e nel suo invocare teoremi di forza e imposizione della forza,

perchè un ragazzo

afflitto nell'iride, macchiato nel sangue

da sì perniciosi semi
prodromi di debolezza e di urla
di colpi e di tremiti colpevoli
amnesìa della disperazione

perchè un ragazzo o soltanto qualcuno

può confondersi e non
riconoscerlo

può credergli e non
smentirlo

esaltarlo e non
vergognarsi per lui
ammirarlo e non
chiedergli pudore

perchè

mi guardo intorno e nelle linee tese di ogni viso
prima di esser scritto un volto
è composto il singhiozzo della coscienza
di poter
vivere.

e vivere serenamente.

Un bicchiere d'acqua. posso offrire io.
Soltanto. e poi tornare. a sistemare il banco
del bar. Temendo. Tremando. Di cadere.

A.

Contestazione (errata corrige)


bastaaaaaaaaaaaaaaaa

c'è solo da piangere..

ha ragione chi l'ha detto.

obiettivo salvezza..

ma come siamo diventati così
quanto mi hanno preso in giro.
quanto?

e quanto sono stupido
quanto non capisco nulla
mi so' stancato.

di vedermi stupido.

eppure è solo calcio.
ma qualcosa non va.
al cuore.

non al mio.

non mio.

si perde.
si perderà ancora.

speriamo bene.

così in basso
così piccola
la Roma
non l'ho mai sentita..

Sì, Laurina, arrivo.
Sì, meglio farsi un caldo caffè insieme.

Il mio cuore sta bene.
Benissimo.


A.

OOOOOOKAAAAAAKAAAAAAAAA!


che emozioneeeeeeeeeeeeeeee

che va oltre ogni partita e
ogni vulcano assopito

l'uomo della cenere
ha saltato due giraffe inutili
e umiliato pizzalandiaaaaaaaaaaaaaaaaa!

OKAAAAAAAAKAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!

ho gli occhi lucidi..
a vedere un ragazzo così giovane
e pulito
realizzare un gran gol
un grandissimo gol
dove tanti altri cadono per terra
o la lasciano andare la palla

lui ha urlato una gioia indescrivibile.
per lui.
per tutti noi.

OKAAAAAAAAAAAAAAAKAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!

A.

Di amante



I vetri del nostro bar appannano.
Per pudore. Emozione. Felicità.

È successo qualcosa però al bar.
Qualcosa di importante, fondamentale.

Ho chiesto alla mia donnina
di sposarmi.

L'ho fatto col cuore
e con un anello che pur essendo bello
poteva esser ancor più bello. Per lei.

Ci sposeremo. E sarà bellissimo

il bar quel giorno.
Toglierò la polvere, comprerò qualche nuova tovaglietta.
Luciderò i bicchieri e gli specchi. Farò riparare il juke-box
e ordinerò del vino pregiato.

Nella mia testa in ogni momento
l'immaginazione del nostro futuro
prossimo
la gioia di averla incontrata
la serenità del nostro tempo insieme
il desiderio di desiderare.

insieme.
tutti i colori del diamante.

A.

Invincibile (del Potere)

Invincibili.
Sono invincibili.

L'arroganza, la superbia, la forza pura.
Il Potere (essere invincibile)
è Dolore.

Dolore di non potere essere invincibile
dolore di subire
violazione
delle possibilità pari

che si chiedono
al cielo

si chiede
al cielo

con energia e speranza
ai desideri

ossigeno.

Il dolore di essere vincibili,
e vinti,
è giallo, rosso, blu.
Viola.
Il profumo della pelle che brucia è
il monito.
Della finitudine.

La trasmissione ai nervi,
l'immediata trasmissione
di un informazione
è il bisogno di ritrarsi.
Dal fuoco.
Ma legate
mani
legati i piedi
il corpo brucia.
E può solo urlare
pietà al potente.

combustione.

Dinanzi allo spettacolo il Potente
non ha da difendersi
non ha da aggredire.
Rimane.
Potente.

Non è atto il Potere.
Non si consuma nel gesto.
Rimane Potere.
Essere.

Invincibile.

E il vinto guardando
il Potere (essere invincibile) che guarda
desidera
tremenda mente
non la salvezza dalla morte incipiente
bensì di essere

spettatore a sua volta.

fiorentinajuveunoadue.

A.

Mattino



Avevo scritto, ieri notte, il post che segue. Arrabbiato, tanto. stamani, no, non lo sono più. Il giorno viene e con lui alcuni colorisi attenuano. Altri. Tornano a dominare la scena. Quale la scena dinanzi agli occhi. Ora non più quella di ieri sera. Questo dovrebbe bastare per non sentire più in quelle parole così cariche di ira alcun calore. Questo mi basta per sostituirle con un fiore. con dei fiori. Magica mente.
A.


Io non ho mai visto niente del genere.
da quando tifo Roma
da quando tifo Roma
non mi sono mai vergognato
neanche
per un solo momento.

ora
MI VERGOGNO DI AVERE NELLA MIA SQUADRA
un individuo bieco laido vile
che ha aggiunto alla bassa considerazione tecnica
motivata documentata dai suoi fallimenti professionali
L'ENNESIMA DIMOSTRAZIONE
DI UN CARATTERE DA UOMO INDEGNO
DI ESSERE INSIGNITO DELL'ONORE
DI ESSERE UNO SPORTIVO
UN CALCIATORE
E UN CALCIATORE DELLA ROMA.

La voglia di affermare soltanto se stesso
traspare dalla foga di conquistare il tabellino
per giustificare l'ennesima partita
consumata
nel grasso della pigrizia
nella noia della presunzione
nella mediocrità della supponenza.

un'ennesima delusione poteva essere.
ma il rigore calciato con stupidità e alterigia
il rigore calciato per finire sulla copertina e motivare
la grigia tappa di una
DISPERATA RINCORSA AL SOLDO E ALLA RIBALTA PERSONALE
SONO STATI UNA GRAVISSIMA OFFESA
UN'ONTA VOLGARE
AI VALORI DELLA COMPETIZIONE SPORTIVA
DELLA TENZONE CALCISTICA
DELLA PASSIONE SINCERA E SOLARE DEI NOSTRI COLORI.
cassano antonio
cassano
da questa sera per me è un nemico
la rappresentazione
di un falso orgoglio
di una mendace virtù
di una svendita e uno svilimento violento
dei valori più semplici e preziosi
dello sport e della redenzione sociale
che lo sport può significare per ragazzi come lui, soltanto per origini e talento, spero.
BASTA CON ANTONIO CASSANO.
VERGOGNA PER UNA SERA E PER UN MOMENTO
CAUSA DELLA VERGOGNA DI UN TIFOSO GIALLOROSSO.

VATTENE CASSANO. TI PREGO. VATTENE.

SEI SOLO

TU LA VERGOGNA DI ROMA.

la schifezza d'anima che ha
puzza
e io so quanto costa il suo esempio a tanti ragazzi
non ultimi quelli che a bari lo adorano.
uno come lui non risolve niente
so bene che co sti idoli non si va da nessuna parte.
ma ste sagome de cartone

hanno la responsabilità dei sogni e dei colori che quei sogni
riempiono di vita.

basta.

basta con l'accontentarci degli avanzi.

Noi tifosi
siamo la Roma.
più di un simile bamboccio.

Io sono con la Roma.

E sogno di Roma.

Io i cartoni dopo averli usati
li getto via.

e un gatto li userà ancora

per pisciarci sopra.

A.

Chiusura


In ritardo, sì, in ritardo col rischio di perdere gli affezionati clienti.
La saracinesca brontola di ruggine,
pesa oltremodo
il cielo nelle pozzanghere.
I capelli radunano i pensieri
e l'umidità è una strega che cerca di rubarli.

La settimana è iniziata oramai da diversi giorni
e il Bar dello sport è rimasto silenzioso,
ad ascoltare. Forse.
Forse no, il Bar dello sport non era veramente chiuso.
La saracinesca era sollevata da terra
il minimo spazio
necessario
per l'aria o una formica.
E io dentro.

Cercavo qualcosa, qualcosa tra i vetri dei bicchieri bassi e squadrati
e le tazzine opache di zucchero, invincibile zucchero.
Il biliardo è solo una traccia sul pavimento, l'ho dato via da un po'.
Per aggiungere un tavolino da pranzo, anche se poi
a pranzo ci mangio da solo. Quasi sempre.
Cercavo nei vecchi tovaglioli a fantasia floreale e nei giornali stantii,
cercavo anche negli specchi o nell'acqua, raccolta, nel lavabo, fredda.
Cercavo infine nella mia pancia e nelle mie gambe,
dove sempre la stanchezza si fa più sentire. La mia stanchezza nella pancia.
E nelle gambe.

Ora ho riaperto. Senza trovare nulla.
Mi sono accorto di aver perso tempo, di aver trascurato Zoro e il suo furore contro
il razzismo, il gol di Tommasi al rientro, la Juve e il Milan massacranti palle anime e divinità,
l'Inter di Recoba (sì, va be') e i racconti caleidoscopici dei padrifigli dell'euro,
inventori di una Fiorentina spumeggiante. Di una Lazio di cuore.

Ho perso queste cose.

Vere. Sì vere.

Come la faccia di Padovan, inutile mostruosità tribale,
sfregio a qualsiasi concettualizzazione trasparente,
ovvietà di un confine africano
disegnata con matita e righello,
la sua faccia:
Signor zoro, la prego, sia antirazzista sul serio.

E Baldini che racconta, Baldini l'allenatore toscano,
che racconta il razzismo degli africani contro i bianchi. In Africa.
Piaga inenarrabile. Degno di arresto, Baldini. E di sputi in faccia, Baldini.

Meglio la Roma allora, l'amata, la desiderata Roma,
di cuore, di testa,
sul campo lascia due punti e le certezze di un Liedholm pensiero antico:
in 10 si gioca meglio. Vero.
In 10, senza Cassano si gioca meglio.
Chi.
Non.
L'ha.
Visto.
Ha dato a Cassano il voto del miglior giallorosso.
Bene.

In questo momento. Ne scrivo
e mi rendo conto
chiaramente:
meglio tornare a cercare.

Ora, ora che ne scrivo,
chiedo un aiuto al tempo. Sia clemente.
Mi restituisca tutte le ore
buttate vie e negate ai sorrisi della mia anima.
Le riponga sul banco, vicino al latte freddo.
Le ore che cerco, le ore belle,
in cui le gambe e la pancia si sollevino
di sereno e tiepido
piacere.
Salute a tutti.
Whiskey, per il freddo.
Per il freddo. Oro.

A.

Bye, George


And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan't crack;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.

And Death Shall Have No Dominion
by Dylan Thomas

Candela, carissimo guascone

Anche oggi poche parole.
Sembra che il Calcio sia assopito,
almeno alle mie orecchie si avvicina timido, scostante.

Impossibile non ringraziare oggi,
oggi che si sveglierà felice,
un carissimo guascone,
uno degli eroi dei recenti anni belli,
Vincent Candela, ieri artefice di un'ennesima prodezza che sa di Storia.
L'Udinese vola in Champions verso gli ottavi, e il francese triste, palleggiatore sopraffino privo d'agonismo, decide sotto l'incrocio la partita, in uno dei più difficili stadi europei.

Candela. Fatto partire innamorato,
lasciato andare in cerca di stimoli lui,
amante dei colori giallorossi, della città capitolina, dei tifosi della Sud.

Un uomo vero, caparbio, atleta ineccepibile e sportivo sincero.
Ex rugbysta, arrivò dal Guingamp e me ne innamorai subito, come non: poderoso, un trattore, segnò nella mia prima volta all'Olimpico. Contro la Juve. Era stato Paulo Sergio a sbloccare, sotto la Nord nel primo tempo, ma nel secondo tempo Vincent proruppe in una delle sue impressionanti discese, arrivò sul fondo e, come sapeva e sa fare, scagliò la sfera con violenza sotto la traversa. Si vinse, allora si vinse con la Juve. Pare sia passato un secolo. A pensarci bene,
sembra vero.

Pelle e ossa




George Best sta morendo.
Tanto si potrebbe dire.
Raccontare.
Sulla vita di un uomo.
Sulla vita di un uomo
ora ridotto a non augurare
a nessuno
di morire
come lui sta morendo.



Io ricordo un Campione.

Con la dissoluzione del suo talento,
con la sgretolazione, l'umiliazione

delle vittorie e dei suoi stessi colpi di genio,

l'uomo di Belfast fu capace di affermare
la libertà più cruda, dura, estrema:

non essere quello
che tutti avrebbero voluto che fosse.

Pelè non capiva. Come. Poteva. Essere. Il migliore.

Distruttivo.
Devastante.
Anelito alla contraddizione.
Rivoluzionario.

George Best.

A.

Dell'uva viola [ Buio 2.0 ]


Fiorentina sempre più su.
Al bar c'è una strana atmosfera.
Ci sarebbe da esser lieti di una simile rivelazione.
E invece è assai difficile
guardare con simpatia
la squadra viola.
Non so perchè. O lo so.

Eppure ogni punto che ha sembra meritato,
tanti favori arbitrali senza che la cosa insospettisca,
e giustamente, a volte è solo la ruota che gira,
tra l'altro i viola si so' staccati dalla chioccia torinese con il ds Corvino
e il prode Prandelli,
e han costruito una squadra sensata mirando sulla valorizzazione di giovani talenti.
Allora
perchè qui al bar li si guarda con diffidenza, con distacco?
Forse perchè
oggi battendo il Milan, hanno sancito la morte di un campionato terribile,
un campionato guastato, ammalato da un mercato spietato
in cui il genio del solo d.s. Corvino ha saputo resistere.
Un mercato vigliacco, un'estate balorda
in cui la squadra di Firenze ha saputo finalmente trarre profitto
da una ricostruzione seria, agevolata da tanti fattori forse, ma seria
e non è nè poco nè scontato.
Oggi la Fiorentina ha battuto il Milan ma rimane nella memoria la Juve di ieri.
Una squadra forse invincibile quest'anno, impressionante nelle potenzialità
e nell'atto di essere devastante. Capace di 11 vittorie su 12 partite. Senza altre possibilità,
il Milan si congeda da questa dimensione marziana, da questo straripante
potere fuori e dentro il campo, e chissà cosa ne pensa il suo patronpadrone.
Capita. Capita che sia proprio una bella vittoria come questa a lasciarti stranito,
stanco. Capita di invidiare chi ha saputo ritagliarsi uno spazio di gloria
in questa miseria sportiva.
Capita. L'aria sa di marcio e l'erba è pesta.
La Fiorentina è una squadra antipatica, forse Firenze è una città antipatica.
Altezzosa, vanesia e gonfia in petto oltre ogni proporzione,
presuntuosa e a volte grottesca nel suo ambire, prima del suo essere,
nel suo ostentare. Riflessi trascinati via dall'Arno, lento. Troppo.
Forse questa lentezza ha salvato Firenze dal vuoto, forse per questa lentezza
la Fiorentina sa resistere a un campionato così
brutto, così amaro.
E noi, tesi, nervosi, costretti qui al bar dello sport,
siamo le peggiori volpi,
le peggiori volpi dinanzi a un alto e vermiglio
grappolo d'uva
troppo matura.

A.

Buio


è finito sto strazio.pensieri. molti.che sta partita sia stata n'altro regalo.de qualcuno.non so di chi.ma certi gol non si prendono.oppure no.erano davvero troppo forti. enormi.schiaccianti.una squadra costruita grazie a un sistema mafioso.che schiaccia, sì schiaccia.oppure.la colpa è nostra. siamo scarsi nel petto e nelle gambe.non lo so. certo che con chivu, mancini e cassano. eraun'altra Roma.oppure.è colpa della societàche ci ha preso in giroche ha preso in giro Tottiche ha osservatori incompetentie si è asservita a chi oggi ci ha distrutto.io non so se sono pensieri giusti.nella testa una gran confusione.finisce cosìil sogno di essere ancora più forti.di essere col Capitano a guardare i colorii nostri bellissimi coloririempire il cielo.A.

Solo un Capitano


Nel silenzio
l'attesa.
E' finita
in pezzi.

Si arrischia la
gamba
al passo
e l'aria le resiste

invano.
Potrai cercare
il cielo
nell'ovale olimpico

e sarà sempre
più scuro
ad ogni sguardo
più livido

il cielo
non dirà nulla
la terrà
urlerà la gloria.

Distanti.
corpi.
di
amanti,

la curva delle voci,
il petto degli attori
si legheranno
a un destino ferreo

e il loro viso
sarà lieto padre
della bambina
vittoria.

Danza sereno
genio del sangue
scultore dell'oro
danza sereno

e l'ovale olimpico
piangerà
commosso
d'averti avuto.

Daje Roma Daje!

A.

Jean Carlos Chera, pesciolino


http://www.jean-carlos-chera.com/

Be'..a me puzza di zozzo..nel senso un sito così non è frutto del caso..
Comunque le immagini riconciliano con il mondo Pallone.

In bocca al lupo piccole'.
E attento agli squali.

A.

Taglio


Che dire. Il mondo fa schifo ma gira e rigira.
E tra i tanti giorni che ha vissuto, e quelli che vivrà,
sabato è un giorno particolare per alcuni suoi abitanti.
Certamente nessuno dimentica, nessuno pensa
di poter cancellare le aberrazioni di questo vivere,
o morire, per alcuni, sul lavoro, in guerra, negli ospedali.
Senza smettere di respirare altri vivono morti.
Nessuno spera soltanto di ottenere requie alla stanchezza,
al dolore o al pensiero chè sia più leggero.
Tuttavia per me, come per molti altri, pochi forse tra i miliardi che siamo
e siamo stati,
sabato è il giorno di Roma - juve.
juve. Volutamente minuscolo. Troppe cose rendono grande
la storia dei bianconeri perchè io vi aggiunga un solo carattere.
al di sopra degli altri.
Abituati a essere al di sopra. Abituati dallo strapotere economico,
quello che a Torino ha relegato la società granata a mesta controfigura,
quello stesso strapotere economico che è stato nel bene e nel male la faccia
dell'Italia del boom.
Abituati dal potere politico, nelle stanze dei bottoni, dove le regole sono uguali per tutti ma non si è tutti uguali nello stabilire le regole, nel far valere le regole.
Abituati, soprattutto abituati al potere culturale, quel maledetto stile, parodia, grottesco rigurgito del bell'essere e del buon vivere, che ha condannato qualsiasi interlocutore a non esser ritenuto degno, escluso da un bordello per abito non conforme al tenore della serata, qualsiasi interlocutore. Lo stile juve.
Abituati a vincere, tanto da non poter perdere. Abituati a vincere tanto da trasformare il concetto stesso di vittoria. Rendendo inutile la competizione, perchè inutile, parziale, smarrimento di un'immagine di per sè inconsistente. La juve si specchia in una pozzanghera e un flebile soffio d'aria la scompone, mostrando, la sporcizia sul fondo, eppure è vincente. O solo. tutti gli altri. Quasi tutti gli altri. Perdenti.
Sabato c'è Roma- juve. Timore di una messa in scena già vista. Ogni cosa trema, la pesantezza del ciclo teme. I personaggi cercano l'autore e l'autore s'è impiccato. Si dice. In giro.
Eppure la tensione nel cuore innamorato si esalta al solo immaginare i colori, il contrasto della luce, il fragore dell'Olimpico. Quando anche l'uomo non vero è costretto a sentire il peso delle sue ossa.
La Roma come ogni anno è chiamata a interrompere una ritualità consolidata, a colpire una deformazione funzionale, forse, all'equilibrio. La juve è una deformazione funzionale all'equilibrio, questo forse è la juve. È servita al nostro Paese, è servita a chi ha avuto potere nel nostro Paese.
Perchè il grande nemico è il sogno di ogni piccolo eroe. E si vive e si muore da piccoli, col sogno di essere eroi.
Vincere come il Capitano sta promettendo è la meraviglia di un Overture che introduce temi di estetica raffinata e sviluppa la passionalità del dio antropomorfo. Il suono sarà pieno, lo stadio sarà soave. Che trionfi il taglio, che si innalzi il grido,
e il tempo riprenda.
La corsa verso un futuro non scritto.

A.

Dribbling (del tempo)














Sabato. Domenica.
Non c'era il Campionato. Ma aspettavo ugualmente questo finesettimana.
Tante cose da fare. Troppe. Paradossalmente. Nel tempo del riposo.
Affollate.

Sabato. Domenica.
Da destinare al tempo privato. Il tempo privato di cosa. Di ogni ultima proprietà.
Dal lavoro. Dalla spesa. Dagli autobus. Dalla stanchezza.

Non sono mai stato un grande dribblatore.
Il dribbling è qualcosa di teso, veloce, sicuro.
Le finte contano poco. Me ne sono convinto.
La cosa più importante è scegliere la direzione. Per secondi.
Quando dinanzi hai un difensore, quello che si scopre per primo. Perde.
La velocità di scegliere la direzione esatta, quella fisiologicamente debole,
che di destro e sinistro si è persone diverse, capita,
o solo quella momentaneamente inattesa, per una scelta istintiva
che sa di belva sapiente, di casuale incisione nel punto perfetto
dove era necessario tagliare.

Il mio dribbling.
Io sono un destro che gioca a sinistra. Non è ironia.
Ero veloce, ho le gambe lunghe e una discreta propensione
al sacrificio e all'atto eroico.
Avanti. Indietro. Avanti. Indietro. Calciavo bene. No.
No, esagero. Avevo un desiderio costante di fare il meglio.
Anche nelle partite della domenica, quelle che i miei amici avevano i mocassini,
io sempre le scarpe nere del mercato, le Nich, o Adigas, o Ribok ancora,
dopo la Messa che avevo fatto il chirichetto, e no che non si dovrebbe con le scarpe da ginnastica ma che vuoi fa' ho queste soltanto,
anche nelle partite della domenica mi spezzavo la schiena.
Una volta.
Alle 12. Doveva finire la partita e io ero il piccolo tra i "grandi" del mio quartiere.
Non ne beccavo una. A Bari, nel mio quartiere quando diventi "grande" è perchè
a pallone sei fortissimo. Se no al massimo sei adulto.
Alle 12 si vinceva unoazero. Che emozione. Era stato un triangolare durissimo. Ricordo ancora Giovanni col gessato salvare palloni su palloni, gli ingelatinati evitare di prenderla di testa,
la scarpa volante di Marco, librata nel cielo da un eccesso di agonismo.
Erano le 12. doveva finire lì. Al suono delle campane. Che non suonavano. Cazzo.
Il tempo sembrava falso, bugiardo, ladro, infame.
Le 12. Quando. Quando sono le 12. Segnano. Loro. Non si vince più.
Rigori. Allora, come quasi sempre. E si perde, ai rigori si perde. Perdemmo.
Nel momento stesso in cui il Parroco ci disse di andar via.
Corsi allora, avevo capito la truffa, avevo capito l'errore.
Le campane, le finte campane registrate della nostra Parrocchia,
non suonava più alle 12. Ma alle 12,30. Primavera. Una primavera del cazzo.
Corsi da Giovanni, da Marco, dagli altri gridando: "Non suonavano, non suonavano!".
Avevamo vinto noi. Ma nessuno mi diede retta. Avevano indossato le giacche, ricmposto i ciuffi,
sigillato i mocassini. E dimenticato una partitella scema. Della domenica mattina.
Avevamo vinto. Ma chissà perchè non interessava a nessuno.

Giocavo a sinistra perchè dribblavo col destro verso l'interno. Sempre di lì.
Se giocavo a destra. La palla scorreva quasi sempre in fallo laterale.
E la mia corsa. Finiva lì.

A.

Proporzione: 5 a 1


5 a 1:
nel calcio è, è stato
un risultato schiacciante.
ma nel ricordo si confonde. con le parole che
un tempo mi chiedevano risposte.
e la mano mia adulta
si bagna cieca
nella memoria
delle tensioni più intime.

Colle der Fomento
Cinque a uno,
da 'Odio pieno', 1996

Cammino per la strada un giorno che e' uguale a un altro
con la testa sto lontano con i piedi nell'asfalto
come sugo ti do zero perche' e' zero che mi resta mo'
le tasche vuote i segni cinque a uno li scordero'
mi prendo cio' che e' mio perche' tempo non c'e' per nessuno
in giro con le spalle parate se si gioca cinque a uno
nun me passa piu' non po' fini' cosi' ci spero
nè da una parte nè da l'altra solo sempre vero
nun me poi ferma' ma che ne sai di me se non ci vivi come me
se non ti strippi come me
se non ti fidi come me
ma quale onore non ti credo solo spazzatura
e non parlarmi di rispetto chiamala paura
nella testa pesa se nessuno dice niente
se nessuno muove un dito mani in tasca con lo sguardo assente
intanto accanno resto fuori vado per la mia
ognuno c'ha il suo spazio ma e' una scelta tua
ognuno con la gente sua
se il fine non giustifica qualcosa nella testa
mi fa uscire dalla scatola e poi via di corsa
resto sempre uguale ma con qualcosa in testa

La proporzione e' sempre cinque a uno
ma nun ce gioco piu' si se gioca cinque a uno
ma nun me passa si se gioca cinque a uno.

Cammino giorno dopo giorno nella Sprawl
cerco di dare un senso a cio' che ho intorno come spawn
ci riesco passo e qualcuno mi guarda in cagnesco
so che ogni pretesto è giusto per questo
il mio senso di ragno salta a mille e so perchè
perchè l'avvoltoio vola sempre sopra di me
mi vorrebbe in riga ma lui sa che in riga non ci sto
perciò fa il gioco duro e sai che fa sul serio perchè so
in che cosa credo l'ho imparato presto
in questo mondo non c'e' posto
per chi è fuori posto
si gioca cinque a uno ma io non voglio giocare
con chi usa l'anfibio non solo per camminare
se scende la notte sale la paura
con lo scazzo sono notti senza stelle
e non c'e' mezzo per uscire da una situazione di quelle brutte
tipo Guerrieri della notte troppo buio troppe luci rotte
per questo resto coi fratelli dalla parte di me stesso
ne destra ne sinistra per me non c'e' posto
tengo duro anche se ho le spalle contro il muro
ma nun me passa piu' si se gioca cinque a uno

La proporzione e' sempre cinque a uno
ma nun ce gioco piu' si se gioca cinque a uno
ma nun me passa si se gioca cinque a uno.

Quello che c'ho quello che so
un meccanismo nella testa per svoltare
questo gioco mo'
qualcuno resta fermo e sta a guardare
se certe cose cambiano ma qualcun'altro cambia e certe svolte le ha in attimo
cammino nella strada mentre il sole non mi scalda piu'
con il cielo sulla testa mia sempre piu' blu e
e il senso è che puoi solo cancellare
ma nella testa mia neanche in cinque puoi entrare
vivo la vita di ogni giorno ogni giornata
non sono ne un compagno ne un camerata
ma un B-Boy
volevano problemi ora problemi avranno
ma quando sono in cinque sai se mette male per il Danno
accanno sto fuori ma mi ributtano dentro
nella fattoria fa sempre lo stesso giorno
io flippo rime hardcore e resto l'elfo scuro
ma nun me basta questo si se gioca cinque a uno.

Nu e Marianna


La tenaglia delle cose da fare
brucia le radici dei pensieri.

Ma voglio lasciare un invito
ai primi giorni di un blog bellissimo.
Dove mia sorellina e sua figlia di pochi mesi
raccontano. Si raccontano.
E ascoltarle è leggero come solo
la verità sa essere.

Sarei felice se
gli amici del bar lasciassero a margine
di questo tenue e delicato spazio
un segno. Della presenza. Di occhi amici.

http://nuemarianna.blogspot.com

A.

Tigre


A Bari avevo una bici.
Me l'avevano regalata gli amici del mio quartiere, a un compleanno.
era nera nera.
ma tanto nera che era rubata.
alle prime ammaccature iniziò a filtrare un giallo fosforescente.
la vernice cadeva striandola
meravigliosamente.
e lei fu la TIGRE.

Poi la Tigre la verniciai col mio amor dell'epoca
usando solo le dita la verniciai
di impasti multicolori la verniciai.
e così bellissima me la rubarono.

finì l'amore
e i miei amici, di scuola questa volta, mi regalarono un altra bici.
era giallorossa come il mio cuore.
meno agile della prima tigre, ma solida e sfavillante
di nuovo era Tigre, la TIGRE 2.0.
Un giorno, all'università,
mentre provavo
l'emozione della rivoluzione cieca e balbettante
anche lei fu portata via.
Ricordo la catena blu. E il vuoto che cingeva e assicurava alle sbarre dell'altrio.

Così i miei genitori mi rimediarono da una vecchia amica un'altra bici.
Era ancora più pesante.
La TIGRE 3.0: rossa e nera, arrancava nonostante la parvenza aggressiva. Non ci siamo mai amati io e lei.
Era un bici affezionata alla parete su cui da anni giaceva, aveva scelto la riflessione, il pensiero, e l'atto la lasciava scossa. Tremava sulle salite, strideva nelle discese.
Così la riportai alla sua ascetica verticale,
mentre il mio amore grande dell'epoca non aveva più parole
e scivolava via pesante
nei riflessi di Roma.

Tornai a Bari e mi comprai la mia prima bici.
Era la TIGRE 3.1.
Perchè la 3.0 era stata solo un precario transito, perchè la TIGRE 3.1,
quasi per magia, recava un marchio di fabbrica sulla forcella, chiaramente segno di un incontro e di un tempo predestinato: 3.1. Era lei.
Bellissima, leggera, spiritosa, debordante di iniziative,sgusciante, altezzosa, sexi, rivoluzionaria, potente,fedele, saggia e coraggiosa. La Tigre 3.1 è stata compagna di quella strada difficile, impervia, devastante verso la serenità del cuore.
Aveva una trombetta, andammo a vivere da soli, io e lei, lei vicino al mio letto che la camera era piccina.
Un giorno m'ammalai d'amor nero
una malattia viscerale e sviscerante:
ero io leggero sulla mia Tigre tanto che lei non mi sentiva più.
Lasciai Bari allora. Per respirare, lasciai Bari.
E lei.

Qui a Firenze non ho una bici.
Ma ho un amor biancolucido.
La mia Tigre ha aspettato il mio ritorno fiduciosa, per mesi.
E ci siamo rivisti, poi, respiravo.
Siamo amici adesso, ancora, io e la mia Tigre 3.1.
Ora lei è a Udine con mio cognato che ha promesso di farla viaggiare
ancora e ancora.
Sono sicuro che lei è felice
come lo sono io.

La mia Tigre 3.1 è stata una bicicletta straordinaria.

A.

Finchè la barca va..(Monicaunadinoi)


E la Tv mangiò se stessa.
Ieri sera, ondeggiando in continuazione,
sulle spinte degli spot brumosi,
e alla disperata ricerca di un servizio, una chiacchiera, una parola
a proposito della Roma, isola amata su cui riparare,
rimanevo in secca.
Le sabbie della polemica erano frantumi
infiniti
di un unico perpetuo riflesso: miracolo della rena televisiva,
ogni singolo granello di sabbia uguale all'altro,
e nel microscopico, riproduzione del mondo.

Serie A, ore 19.30:
Il delirio di un uomo allo sbando
mischiava la reale difficoltà di un ospedale
a raccattare riserve di sangue per ovviare a un parto a rischio
(nobile e faticoso l'ardire del medico in collegamento interessato a sfruttare
ogni decimo di secondo per una giusta informaione sul problema),
con la sua falsa non difficoltà a procedere da inetto
non della sua professione, sia mai,
ma dell'uso morale di un mezzo televisivo ridotto
a balconata da discorsi. In piazza. Uno a centomila. Memoria italica mai sbiadita.
Forse solo perchè, volente o nolente, c'è il papato a rimembrarne
le coordinate organizzative. O no. È altro. Anzi. Sicuramente. È altro.
Non mi interessa la reazione indignata dei giornalisti. Commercianti del non volume
almeno quelli, mi si permetta. E servi. Almeno quelli, mi permetto. Di dire.
Non mi interessa, ripeto. Ma rimango ugualmente scosso. Da tanto blaterare,
da un tono arrogante, che sa di potere. Imporre. La regola del valoreMercato.
E soprattutto mi irrita l'evidente oltraggio a Monica Vanali, lei sì brillante e coraggiosa
(non dimenticherò mai, espulsione e squalifica di Flachi fondamentale attaccante della Samp:
"Guarda caso alla prossima c'è SampJuve", e Zazzaroni "allora è tutto truccato stai dicendo", e Bonolis "Consigli per gli acquisti", e il silenzio, dopo). Invitata a partire per Roma.
Se proprio vuol essere della..Festa.
Che schifo.

DS, 22.30:
la sagra della stronzata che è diventata la Domenica Sportiva,
(non me ne vogliano, basta con il sensazionalismo di al di là del fiume, ma
vede' quattro rincojoniti inseguire battute trasudanti di simpatia vietata ai maggiori
di cinque anni alla lunga è fastidioso)
si trasforma nell'ultimo baluardo del servizio pubblico. Ce ne fossero.
Di alfieri come Mazzocchi. O forse son tutti così gli alfieri.
Ridotti a parodia di se stessi. Luccicanti sull'ampia fronte ammalata di sorrisi stanchi.
E messi di spalle, faccia a muro: mentre una sottile bacchetta
controlla l'elasticità delle ginocchia. Galliani fa la voce grossa. Stessa fronte,
ma mascella feroce, robusta, digrignante autorità e piacere.
Nessun milanista alla Rai. Dio mio. Niente sarà più lo stesso. Niente.

Controcampo, 22.40:
Piccinini enumera i risultati trionfali della redazione che è il progetto Rognoni.
Se offendete il Capo, offendete noi. Vero. (o no?).
Oggi agitazioni sindacali. Che Bonolis riesca dove il precariato e le malversazioni falliscono
deve dare atto che le facce del Male, per i lavoratori, sono proprio cambiate.
Così come la facce del Bene (e Cofferati è quasi simpatico come ancella della Lega/lità).
Gambe all'aria poi per un comunicato che difende il Paolo nazionale: ma sì, in fondo so' ragazzi.
E chissà forse al ritorno del Campionato (ma ste amichevoli della Nazionale arrivano sempre
sul più bello! un po' come le telefonate che t'avvisano di un aereo sulle Torri Gemelle, oh che ci vuoi fa' è vita vissuta) saremo tutti lì a vedere come continuerà la saga.

Perchè il Campionato no, il Campionato non ha granchè da dire.
La Fiorentina ha vinto ancora. E forse se ne parlerà quando inizierà a perdere.
La Roma vince ancora, Totti, Doni e Mexes miracoleggiano. E forse se ne riparlerà solo per la Cassanovela.

La prossima va di scena Roma Juve.
Senza la Vanali. Ci sentiremo tutti più soli.

Monica. Una di noi.

A.

Pasolini, il calcio e la Roma


Da http://www.corederoma.it,
un testo appassionato
di Pierluigi Lupo,
che ringrazio sinceramente
per il prezioso ricordo.


Pier Paolo Pasolini era un grande appassionato di calcio.
Era tifoso del Bologna, lo sapevano tutti, ma vivendo a Roma e amando visceralmente questo sport, andava tutte le domeniche allo stadio Olimpico. E così finiva per seguire anche la Roma e la Lazio. Però, una certa simpatia per la Roma è testimoniata da alcune espressioni forti contenute nei suoi romanzi come ad esempio: “’Sto laziale stronzo!”. Oppure: “Forza, a Trerè, faje vede chi ssei!” (Tre Re giocò cinque stagioni con la Roma e dal 1951 al ’54 ne fu il capitano). O ancora: “e lasseme perde, no? Nun lo vedi che so’ Pandorfini, so’?” (Egisto Pandolfini acquistato dalla Roma nel 1952 per la cifra record di 50 milioni).

Oltre a guardare le partite, Pasolini amava anche fare le partite. A questo proposito Ninetto Davoli racconta: “Appena sentivamo il rumore di un pallone ci fermavamo e cominciavamo a giocare”. Pasolini, alla vista di un pallone, anche se si trovava vestito di tutto punto, mollava ogni cosa e si metteva a giocare. Frequentando spesso la periferia romana come Pietralata, il Pigneto, Monteverde (quartiere dove visse dal 1954 al 1963), incontrava spesso ragazzi impegnati a rincorrere una palla, e lui, con facilità, si mischiava a loro. Molte sue pagine raccontano proprio di queste spontanee “ricreazioni” collettive, rese possibili, a quei tempi, dai molti spazi vuoti e le poche macchine circolanti, quando “giocare al pallone era la cosa più bella del mondo”.

“Era una spianata lunga quasi un chilometro… intorno tutte file di palazzoni appena costruiti di sei sette piani… ci giocavano a pallone poco poco un centinaio di ragazzi”. Questa, tratta da “Una vita violenta”, è una delle tante descrizioni di una Roma de pischelli alle prese col pallone e il polverone che spesso alzavano ruzzolando sulla terra secca.

Ancor più bella quest’altra descrizione: “Poi vennero due o tre con una palla, e gli altri buttarono le cartelle sopra un montarozzetto, e corsero dietro la scuola, nella spianata ch’era la piazza centrale della borgata”. Prima di cominciare buttavano le dita per dividersi e dei mucchietti di breccole (sassolini) facevano da pali alle porte. Chi non aveva voglia di partecipare si metteva a sedere per terra e si guardava la partitella, magari sfottendo quelli più scarsi.

Oggi, 2 novembre 2005, a trent’anni dalla sua barbara uccisione rendiamogli omaggio leggendo, o rileggendo, i suoi libri e guardando, o riguardando, i suoi film. Come nessun altro ci ha raccontato le borgate romane con una realtà, un amore e una poesia sconvolgente.

Il colore dei soldi (è degli orizzonti)


Milanjuvetreauno.
Il campionato
è riaperto.
Eh sì.
Signora mia
siamo sotto al cielo.

Quello che si deduce dalla classifica è
che.
Chi aveva denaro da spendere
sta raccogliendo i primi frutti.
Subito.
Ora.

Curiosa questa storia del denaro.
A volte non funziona.
Sono tante le squadre costruite coi soldi e che raccolgono poco.

Troppo poco. Troppo facile. Nominare l'Inter. O la Roma per certi versi - se si pensa che Totti gli è nato in grembo..

Se fosse.
Una conditio sine qua non, il denaro.
Condizione necessaria e non sufficente direbbe un matematico.

Ma dov'è il discriminante, cosa rende un investimento globalmente efficace o
potenziale oggetto di sberleffo (non me ne voglia il Moratti way of buy).
Quale
la maestria che forma l'oro
in coppe pregiate l'oro
e aggiunge oro
all'oro..

ori. allori.
desiderata dei più.
ricchi.

Ricchi per desiderare dunque,
ma cosa
cosa per essere?

Mi rispondo. Provo.

Che sia l'entusiasmo, o pur soltanto la serenità, di uno stipendio certo, di una progettazione limpida e ambiziosa,
di una gestione societaria trasparente e unita nella persecuzione degli obiettivi.
O che sia forse l'allenatore, Frida, Picasso, Geppetto a seconda
dell'opera, del materiale
dell'ispirazione. Scultore dal pregio ad secula seculorum.
O che sia il tifo, quello unico di questo stadio o di quell'altro, tutti unici tutti passionali tutti meritevoli di un grazie che sa di potere.
ricambiare.
le offese ricevute.

Perchè partiamo dal punto fermo: coi soldi, i calciatori bravi ci sono.

Sembra che dunque Fiorentina, Milan e Juve abbiano i soldi per i calciatori bravi ma anche qualcos'altro che le rende al momento più forti, distanti.
dal resto. del resto.

Gli altri guardano.
Si guardano per capire. Cosa c'è. Come fare.

C'è chi cerca i soldi e ha il tifo: si guarda allo specchio e si scopre brutto.
C'è chi ha i soldi e il tifo: si guarda allo specchio e si vede un assassino. alle spalle.
C'è chi allo specchio si vede bello e non ha i soldi e non ha il tifo.
C'è chi si vede bello allo specchio e ha o i soldi o il tifo, e con l'uno prova a guadagnarsi l'altro. A comprarsi l'altro.

Gli altri.
Guardano Miln e Juve. E Fiorentina.
Dal basso guardano, almeno per ora.
Che gli ingredienti son tanti, ma alcuni sono più ingredienti degli altri.

Perchè partiamo dal punto fermo: coi soldi, i calciatori bravi ci sono.

Intanto la Roma vince ancora
questo mi rimane da dire
e io
che so bene dov'è la mia passione
e a chi affida il proprio cuore

spero in orizzonti
tersi
diversi
orizzonti.

Bentornato Damiano Tommasi.

A.

Un petalo su San Siro


Vincere.
Un po' mi zittisce.

No, non durante la partita, allora l'unico desiderio che sento è quello di essere là allo stadio.
Perchè esser della Roma fuori da uno stadio è camminar con la testa mozza.
Poco reale.

Eppur mi zittisce.

Ieri si è sfatato un tabù decennale. La Roma ha vinto a Milano contro l'Inter, o con l'Inter meglio.
Ieri, opinione mia, si è palesata l'inettitudine di Roberto Mancini alla conduzione tecnica di una squadra senza alcun senso.
Ma è esplosa anche l'arte del Francesco Totti più vero, uomo, calciatore, supereroe.
Un perla la sua che ti fa odiare il soffitto di casa. Alzando gli occhi vorresti il cielo, abbassandoli vorresti le bandiere. Spingendoli avanti vorresti veder l'abbraccio dei giocatori festanti piccoli, piccoli da tenerli in una mano.
E le facce addosso, intorno chiare, limpide dei compagni di giochi. Che a esser tifosi si rimane belli. Energia del desiderio.

Poi.

L'euforia non riverbera.
a lungo.

Dopo.

Intorno
ogni cosa
s'addensa di cera
la logora apologia del credibile.

La partita finisce al novantesimo, forse.

Ma la gioia
si posa lieve sul cuore.

La sua leggerezza, forse.

È un pregio delicato
la presenza di un petalo
che colora il palpito
e dosa il respiro.

Per poco, forse.

Per questo scelgo il silenzio.
Credo.
Per goderne la presenza
senza scalfirne
l'intima fibra

che sa di sogno

che sa di buono.

Ce ne saranno altre, forse.

Di sicuro ce ne saranno altre.

A.
(interromadueatre)

Errore




Io vi odio
porte
rettangoli di un'unica
aurea
visuale

che mi perdo
che perdo
nel debito
d'ossigeno
e stanco
vi odio

e odio le reti
odio
quelle candide fitte trame
a meschine effigie
l'ombra
io odio l'ombra
i ganci cui si avvinghia
gli anelli odio i piccoli
anelli
e l'ombra
consueta piacevole tensione
l'ombra

io
vi
odio

pali legni madornali
e l'imperfezione
appena accennata
dell'errore
mi schiaccia
perfetta
mente
schiaccia

eppure

le maledizioni
mi muoiono in gola
e la maglia che indosso
contiene carni allegre

eppure

l'animo musica
temperature calibrate
e la voce intona
paradisi scongiurati

che se io fossi
soltanto una sfera
cercherei il vostro viso
per un bacio appassionato

e pure

per un piacere sospeso.

A.

0 / 1



Nel bar.
Alcune foto.
Sopra il flipper.

A.

Domenica allo zoo



Ieri i servizi televisivi sembravano fatti a uno zoo.

UNO ZOO.

I tifosi erano animali
a muoversi irrequieti
dentro una gabbia..
sotto osservazione la gabbia.

In televisione le care voci della cronoca ansimavano
alla ricerca dell'episodio da esacrare, della notizia da vendere,
del giudizio da sentenziare.

Io nella famigerata sud ci sono stato tante volte. Passando sempre del bel tempo, anche nella sconfitta, conoscendo persone con cui scherzare, chiacchierare, stare insieme.
Idem sui forum, idem nei siti personali.
C'è molta più passione e verità di quella che invece è la sottolineatura della stampa e dalla televisione.

Presenti.
ma mai analizzati,
mai contestualizzati,
nelle complicità di certi rilievi, di certi esempi, di certi linguaggi
l'odio, la rabbia, il travestimento infame del conflitto.

Questo permette ai reali interpreti della violenza
di far passare i propri contenuti.

Ho visto l'esultanza di Totti.
aldilà della pregevolezza estetica più o meno condivisibile
per me è stato un miracolo.
Inneggiare alla vita dove sembra sia fissato
il confine
dell'amorpossibile.

Ho visto uno
alla Domenica Sportiva
preoccuparsene
un giornalista fighettino con gli occhialini
uno che prima di accarezzare una testa d'uomo
penso si infili un guanto.

Ecco questo mi fa schifo:
di canio è un biricchino perchè finanzia i nazi,
inneggia agli scontri,
provoca,
offende
NEL NOME DI UN PRECISO IDEALE POLITICO
- il che è diverso, per me, rispetto alla stupidaggine di un qualsiasi pur eccessivo agonista,
è in malafede e sa dare UN TERRIBILE RIFERIMENTO SOCIALE ai ragazzi che si rasano lil capo e tatuano le svastiche.
per questo è un birichino, perchè no, innamorato della maglia.

So bene che totti agli europei ha sputato e blabla:
direttori dei quotidiani nazionali chiesero il suo ritiro immediato dal portogallo con volo speciale. l'assoconsumatori 5 milioni di euro per danno al'immagine italiana.
eppure.
Totti ha dovuto ammettere qualcosa che non si ricorda..e io che lavoro sui video sono pronto a prendermi un fulmine addosso se non è vero che là c'è una profondità di campo ignorata in malafede. forse ho torto. forse in questo mondo sto morendo fulminato.
Mai sfidare il cielo.

Poi Totti inscena un parto
perchè diventerà padre
(e io dedico a chi amo quel che scrivo,
penso sia degno per ognuno dedicare quel che per sè ha valore)
e risulta
al dottorino sinistrabene
sia indecente.

miseria.
miseria.

Guardate, guardatemi
io son tifoso della Roma, sembra che sto discorso sia riferito a difendere Totti.
No, io lo amo come un bambino.
E questo è un altro discorso.
Da adulto non ne faccio nè santo nè esempio.

Però,
occhio.

Il problema non è relativo a romalazio,
il problema è sociale, politico. E anche giudiziario (certe inchieste sulLe organizzazioni neonaziste..guarda caso..sono sempre così silenziose).
è gravissimo.
O forse no.

Nell'italia della prescrizione
mi avessero detto che sarebbe andata così
qualche anno fa
chissà
potevo rubare anch'io.

A.

10



solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano solo un capitano 10.

Lacrime


Ancora su Leandro.
Scrive lonewolf, amico lupo.
Amico. e basta.

Ci tengo inoltre a fare i miei auguri a Francesco Totti e a sua moglie per il bimbo che ad ore verrà al mondo.
Cose preziose. Di cui parlare

con pudore, delicato pudore.
lacrime.



Parlare di calcio
ventiquattro ore prima del derby
a Roma…
no, proprio non me la sento
troppo incerto è il futuro
meglio parlare del passato
anche se recente…

certo, il passato recente non sembra essere granché
per i mesti e avviliti calciatori giallorossi
però, almeno ai miei occhi
una piccola
piccolissima
perla
c’è…

giovedì sera
accendo distrattamente la tv
convinto che, come sempre, la spegnerò prima di subito
un po’ di zapping
Celentano, Lara Croft, Elisa di Rivombrosa…
e chi sono questi che giocano a calcio?

Tromsoe
piccola città di sessantamila anime
quasi tutte dislocate su un’isola
nel profondo nord della Norvegia
praticamente
l’ultimo avamposto umano prima del polo nord

in quella regione
forse ci vive Babbo Natale
e, pure se in anticipo
magari ci scappa un bel regalo…

campo infame
tracce d’erba
e fango da vendere
freddo
freddissimo

la palla sembra indemoniata
e ballonzola sfuggente sul terreno viscido,
in campo sembra esserci una sola squadra

i calciatori vichinghi sembrano essere di un altro pianeta
veloci, potenti, determinati
mentre i giallorossi, più tecnici e meno guerrieri
sembrano soffrire molto le continue scorribande

mi chiedo cosa pensino
i numerosi africani e sudamericani in campo
annegati nelle sabbie mobili
di una gelida tundra
che più che somigliare ad un prato
mi ricorda una limacciosa palude

eppure la partita si mette bene
uno a zero
e non era certo meritato

infatti, quasi me lo sentissi
trascorsi neanche cinque minuti
ecco lo svarione difensivo
ed è tutto da rifare

che tristezza

secondo tempo
la Roma sembra più determinata
ma non si passa
pure la traversa ci si mette…

poi
al minuto sessantasette
entra in campo
il numero 25 giallorosso
reduce da un infortunio
con la sua faccia da indio
Leandro Cufrè

un giocatore come tanti
un terzinaccio all’antica
ma con un cuore grande
e grinta da vendere
sempre

la Roma prova a vincere
e rischia anche di perdere
poi l’azione che non ti aspetti
il taglio in diagonale
la palla sui piedi di Cufrè
al limite dell’area
tutto spostato sulla sinistra
contrastato dal difensore avversario
spalla a spalla
qualche passo
ed ecco il tiro che risolve la partita
di sinistro
ad incrociare sotto il sette

la partita finisce
e Leandro
l’uomo
corre dai compagni
infangati
poi si gira verso il massaggiatore
lo abbraccia
e sul suo volto
da duro
scendono lacrime di commozione…

ecco
la partita diventa solo un contorno
del risultato
non m’importa quasi più

il piatto forte della serata
è l’uomo
vero
che piange per la gioia
che ha lottato e vinto per la sua squadra

un piccolo miracolo
in diretta dal passato
uno scorcio del “mio” calcio

quello vero…

Eminem/Nemico


Like toy soldier.

Il giorno prima.
Arruolati, nervosi, infamati.
Rabbia, voglia di spaccare. Tutto.
In pezzi. Le facce. In pezzi. Le ossa.

Si
va.
No.
ancora. no.

Domani ricordo domani.
Il giorno delle più ubriache sonnolenze
colori banalmente familiari
come il nome di dio
imparato
presto
prestissimo.

E ci saranno i buoni e ci saranno i cattivi
ovale
lo stadio conterrà entrambi
uovo pieno
pieno uovo
di contraddizioni
chi ama chi
chi odia chi
chi ammazza cosa
oggettivo impaziente l'immagine dell'occhio che spacca
le facce
le ossa.

A volte.
domani.

A volte
domani
è un giorno
pesto
livido
amaro di notturno
pelle
trascinata
su pelle
trascinata
su pece
trascinata
fino a esser
nera
la pelle del cielo.

Quando un calcio di inizio
porterà movimenti
movimenti
di facce
di ossa
movi menti
di facce e di ossa

like toy soldiers

come soldatini giocattolo

noi

loro

e in mezzo

rabbia.

rabbia del precario
rabbia del segnato

tempo della rabbia
tempo

90, 89, 88

fino a zero

quando
ogni attesa sarà

solo
speranza assonnata.

Domani.

l'anno scorso
una mano schifosa
mente una mano

innalzava effigi di
autocastrazione
che se non sai
amare
se non sai amare
tagli

tagli

domani
l'anno scorso

ci si regalò falsi sudori
leccati
leccati dalla vergogna
una
volgare
stretta

di mano
se non sai odi / a / re
tagli
tagli

like toy soldiers

come soldati giocattolo

ritmo

tremo

arruolato nervoso infamato
rabbia, voglia di spaccare
tutto
tutto è il tuo nemico
tutto
da fare in pezzi.

Colori per tenersi incollati
all'impronta di un nome
per sapere
chi sei
soldatino
di plastica
soldatino
giocattolo
uguale
uguale
a tutti gli altri uguale.

nemico.

A.

Leandro, dell'umanità pesante


Sottile.
Un ago.
Deciso.
Un ago.
Appena arrivato sotto pelle. Un ago.
E poi.
La curva mirabile, un tessuto teso, in volta scura,
la scelta di una traiettoria sola e una soltanto.

La palla in rete.

Una volta mi è capitato. Era il trofeo Violante.
Violante Saverio un mio amico.
Aveva organizzato un torneo al mio quertiere, a Bari, che il pallone gira ovunque e per tutti, anche per me quindi, che genio non sono, a Bari.
Avevo 17 anni. Il campo quello di un oratorio, in cemento, setteesette.
Eravamo in finale, c'era un sacco di gente, e perdevamo dueauno.
Poi presi palla dietro il centrocampo, io terzino sinistro che ha sempre giocato col 7.
Mi gridavano. Mimmo il macellaio è a terra! Si sta allacciando una scarpa! Avanza.
Progressione. Mimmo si rialza. Enorme.
Lo scanso, lo dribblo, lo supero, procedo.
Il centrale mi viene incontro, sono in zona tiro. Ancora verso l'interno, io terzino sinistro non mancino,
ho solo un movimento. Veloce. E all'interno. Lo salto, lo passo, lo dimentico, procedo. Ascolto.
Mi gridavano. Tira! Tira!
Ero in corsa. Col destro. Tirai.
La palla rimase bassa. Ezio, occhi azzurri, tanti soldi, scuola calcio, si tuffò in presa plastica. alla sua sinistra.
Quando la palla era già passata. Io ero in ginocchio. Incredulo.

Io, terzino sinistro, non mancino, amavo la maglia numero 7.
Mai stato uno di quelli "bravi". Studiavo, lo sapevano tutti, studiavo tanto.
"U' f'losofe".

Realizzai il dueadue e poi il treadue lo fece Angelo, il più forte.
Tifoso della Lazio, Angelo. Tifoso rispettabile.
Da Bari partiva in Fiat 500 quasi ogni domenica.
Rispettabile, Angelo, tifoso innamorato.

Fui espulso. Ma ci stava, ci stava bene.
E per quell'estate i bambini più piccoli del mio quartiere mi guardarono diversamente. Per quell'estate mi chiedevano di calciare un rigore, appena arrivato all'oratorio, mi chiedevano di giocare.

Ieri Leandro Cufrè è rientrato dopo un grave infortunio. Ha trovato una Roma appassita da settimane difficili, di chiacchiere amare, di sconfitte desolanti.
Servito da Alvarez ha stoppato a seguire e nonostante un norvegese provasse a spingerlo verso l'esterno, dopo una breve irresistibile corsa, ha calciato. Nello specchio.
Credo, quando vedo queste cose. Credo al Calcio. Credo alle sue miracolose sorprese.
E non mi interessa ora che potrebbe essere minimale soddisfazione questa vittoria nella terra gelata dei fiordi.
No, non mi interessa. Cufrè ha avuto un momento di umanità pesante. Di quelli che rimangono.
Nella sua anima, nella nostra.

Il derby si avvicina. Allo stadio c'ero, l'anno scorso, in Curva Sud, quando l'infame che blatera di guerra e armi venne ad offendere la gente della Magica. Senza rispetto. Lui.
Irrispettabile. Nonostante i servi della parola.
Di umanità pesante. Rimane. Il suo sfregio alla nostra identità di persone innamorate. E libere.
Perchè quell'apologia insensata, quella macchia di nero che insozza e vomita ignoranza e stoltezza,
non scivola via.

Di Canio è un vigliacco.
Cufrè quel giorno gli andò contro a muso duro.

Leandro, al derby, domenica,
ci sarà.

Che sia.
Bellezza.


A.

Il lupo cattivo


Il lupo è sbarcato in rete.
Come non dargli il benvenuto. Io.
Che i lupi li porto e li porterò sempre sulla mia pelle.
E nel cuore.

Disegni.
Di segni.

Sul banco, tra i giornali, ogni giorno.
Le parole dell'amico Lonewolf.

http://illupocattivo.blogspot.com/

A.

Aria



Aria.

Settimana prima del derby.
Ma da un po' non scrivo. Nonostante le tante emozioni di questi giorni.
Tristezza, abbattimento, rabbia.
Per la sconfitta della Roma con l'Empoli.
Ma è un campionato strano, storto, scivoloso: la Samp perde ad Ascoli. E un ragazzino perde l'occasione per tagliarsi una mano e farne una scultura all'impulso reciso. Di essere un delinquente. La signora genovese probabilmente si riprenderà senza danni dal suo razzo. Ma si può rimanere senza danni dopo aver sentito la propria faccia calda di sangue? Una donna che a 57 anni va in trasferta è innamorata. E una donna che ha un viso deturpato è un'innamorata ferita, terrorizzata, indebolita. Nelle gambe. Nella testa. Maledetto il giorno in cui.
Sei nato. Forse no. È troppo. Forse no. Non è troppo.
Se fosse morta. Pochi centimetri. Sarebbe morta.

Aria.

La Roma perde ad Empoli ma non riesco a parlarne.
Il momento della Roma è troppo spesso interpretabile con un determinismo tipicamente giornalistico: se non fai x, è ovvio, ti troverai a subire x. Se invece farai y allora, certamente, otterrai y. Mi chiedo come mai non tutti fanno y. Mi chiedo come mai ancora non si arrivi a un campionato con 20 vincitori a pari merito. I conti non tornano.
E persino la situazione di una società di Pallone deve essere interpretata senza esser privata della complessità in nome della faciloneria. Della stregoneria.
I giallorossi sembrano tristi e sfiancati. Sembrano timorosi, vacillanti, timidi.
Disinteressati per alcuni. Incapaci, scarsi, vigliacchi per altri.
Non riesco. A capire. Io. Invece non ho le idee chiare.
Però mi accorgo sulla rete. Della tempesta di infamie per la società e per i calciatori, a voce troppo alta. Soddisfatte. Adrenaliniche. Voci. Che accatastano rancori e deliri sui colori della Magica. Voci. Riverbero di presunzione e mediocrità
del pensiero. Affamato.
solo di riflessione.
Credo che non proverò a capire. Non proverò a spiegarmi. Cosa sta accadendo.
Ma ci sarò a tifare. In coppa. Al derby. Sempre.

Aria.

Derby, aconra, non ancora.
Domenica sera la lazio troneggiava su tutti i canali. Un modo particolare di inaugurare un silenzio stampa che sa di grammofono.
E parlava. Di Canio. Parlava lui, l'intelligente, acuto, leale Di Canio. Che parla di guerra. Che parla di guerra per il prossimo derby.
Io lo voglio scrivere. Perchè solo questo posso fare.
Di Canio è una vergogna per chi guarda e per chi ascolta. Per chi lo intervista e per chi lo sostiene.
Di Canio dovrebbe tagliarsi quel braccio infame. Una macchia scura. che domenica ostentava in amabil conversazione con i viscidi retori del Calcioparlato.

Viva l'italietta delle bambine nude.
In cui il pudore è rosso. rossopomodoro.

Aria. Per favore.

A.

Io, salto l'uomo


La Roma chiude la porta in faccia a Cassano e Bozzo.

Io non avrei voluto finisse così.
Ma non per Cassano, me ne rendo sempre più conto.

Sono cresciuto coi cartoni giapponesi e lì ste storie bene o male si aggiustano.

Ma l'umanità sorprende, sempre.
Violando senza alcuna fatica persino le più semplici linearità dell'infantile.

Uno come Cassano, scritto e riscritto, detto e ridetto, fa sognare un po' tutti.
E non per come usa il pallone, me ne rendo sempre più conto.
Bensì per quell'ansia di sembrare belli quando si è sfigurati.
E' ahimè un Calcio umoristico, in senso pirandelliano: una signora imbellettata oltre la decenza
che non fa ridere, ma causa un dolore al petto.

Dunque Cassano alla porta e i tifosi divisi.
Io con chi.
Sto.

Questa volta sto con la Società. Tempo fa pensavo avesse sbagliato mostrando mancanza di
lungimiranza e professionalità: ma come a uno come Cassano fa arrivare il contratto in scadenza?
E poi dopo aver fatto una proposta se la rimangia?- cosa cui il talento non manca di attaccarsi dall'alto del suo spessore.
Attenzione.
Il cucciolo coi soldoni ha spesso proclamato di aver potere. Coi soldoni ha pensato bene di comprarsi una faccia, una faccia capace di trattare con supponenza, maleducazione, aggressiva derisione chiunque. gli calpestasse i preziosi piedini.

A me i meridionali non stanno simpatici. Non mi fanno mai ridere.
E io sono un meridionale. Che ha molto a cuore quel che ha vissuto e che ha nella sua anima.
Inesorabilmente inflitta nell'anima la pietà per una situazione sociale MOSTRUOSA.
Non è luogo il nostro bar per parlarne. forse.
Tuttavia una cosa è certa: l'impatto che il presunto genio di Barivecchia ha avuto in questi anni sui bimbi è stato tremendo. So bene che non deve far l'educatore, nè che è colpa sua non potersi rivelare mediocre e avido come tanti altri.
Ma è qui che manca qualcosa: la straordinarietà che uno vorrebbe nel sangue di chi non aveva e con la fatica, col talento cosiddetto, con la fortuna anche, adesso ha e molto.
Allora.
Anche io mi son fatto da solo.
Anche io son venuto via da Terronia.
E anche io ora ho più di prima.
Come tanti altri.
Però non ho il suo nome e il suo potere di essere un esempio da seguire.
E il suo esempio è quello di uno che non ha mancato mai di ribadire. Coi soldi mi compro pure tua madre. A chiunque. gli calpestasse i preziosi piedini.

Insomma la Roma ha temuto:
che dandogli la certezza di altri dollaroni il caro nostro avrebbe continuato a rendersi inimitabile più per irrequietezza che per le prodezze sportive.
Bizzarria del reale: nudo. Ora che non si sa bene dove mangerà e quanto, Antonio è silenzioso, corretto, si allena e non rompe. Anzi. al massimo si rompe che fortuna o sfortuna, tant'è.
La Roma ha temuto:
che il contratto ricchissimo cui ambiva non valesse un investimento.
E' così.
Come dar torto a una gestione (pre)occupata di risanare e che non può tenere giocatori solo per non rischiare nel cederli ad altre società - cosa che candidamente ammettono Galliani e Moggi, per poi regalarsi Abbiati e sancire che controllano tutto in due e il mercato di ostruzione vale per tutti ma non per loro.
Cassano se c'è un aspetto secondo cui ha FALLITO è quello tecnico.
Non è stato in grado di esser decisivo, è stato incostante, abulico, grasso, irritante, lento, tatticamente inutile, rissaiolo, disattento, pretenzioso. In tutti quei momenti, tanti, in cui non era genio.
Quelli in cui era genio facevano innamorare. Ma di una potenzialità.
Che chi ha soldi in mano da gestire deve valutare oculatamente.

E' chiaro oramai.
A me Antonio Cassano non mancherà.
Ne ho piene le tasche di solmaresiendimend, io. Che mi faccio il culo, che se sbaglio tremo, che se perdo il lavoro non ho una casa.
Il meridionale simpatico, in cui la sincerità e la spontaneità ricordano quella esaltata dal Rousseau del buon selvaggio, è per me l'emblema dei problemi che attanagliano il Sudditalia.
E il regalo che il Sudditalia ignorante e negletto fa a se stesso.

Che iddomineiddio lo accompagni e possa trovare giusta gloria.
Cassano e l'amato Sud.

Io guarderò altrove. Per evitare le lacrime.
Con un dribbling, io, salto l'uomo.

A.

L'ombrellino si è chiuso - dal blog di Massimo Lenzi



Un altro sincero affezionato ricordo da un blog amico.

Ci sono persone belle
e quello che riguarda loro
non può che portare il cuore
ad ascoltarsi battere.

http://semprealseguito.splinder.com/post/6002805#comment http://semprealseguito.splinder.com/tag/radio_roma_blog

A.

L'ombrellino della Sud

Come si fa a dare la notizia di una morte.
E' qualcosa di paradossale, complesso, ai limiti del falso.
Perchè la morte, una morte, non si può dire.
Quel momento, l'ultimo, precedente alla fine del respiro, al blocco del cuore, al cedimento dei pensieri, quel momento straordinario di vita piena condensa evidentemente l'essenza più piena. prima. del niente. di niente.

Si nota l'assenza di chi non c'è più.
L'assenza si vede.

Nella curva della Roma una signora portava con sè un ombrellino. E chi, come me, mai abbonato, ha potuto però entrare nell'immenso cuore del tifo romanista, cercava lei come riferimento, come ricordo da portar via al presente, una presenza materna in un alveo di assoluto spaesamento e pulsante tensione.

Luisa, la signora dell'ombrellino giallorosso credo di averla vista anch'io.
Quando volevano convincermi delle brutture, o della stupidità malevola, della mia passione, un cuore estraneo e familiare rassicurava di possibile.

La signora Luisa non la conoscevo, no, ma sapevo di lei e del suo amore per la Roma.
Che la ricambi adesso.
Che sia Magica sul serio.
E riesca a far comparire altri sereni sorrisi come il suo
ad attendere
ogni domenica
il calcio di inizio.

A.

Eroe Nazionale

Fine settimana da Nazionale.
Eeeh, che quando c'è la Nazionale il bar si riempiva sempre..
Quando c'erano pochi televisori e neanche qua ne avevamo uno..
però ce lo portava sempre qualcuno. Così da poterLa vedere tutti, o quasi.
Che a qualcuno la Nazionale gli pareva na roba da conservatori, a qualcun altro ancora soltanto l'interruzione del campionato più bello del mondo..

Un link al bel racconto di un caro amico.. http://www.ozoz.it/ozblogoz/modules/news/article.php?storyid=1099&page=0

La Nazionale continuiamo a vederla.
C'è gente, ancora, cambia la maniera però di guardare.
Prima fermi, fissi, bloccati a chiedersi forse prima di ogni cosa come ce li avevano messi nella scatoletta i calciatori e il campo e le porte e poi pure tutti i tifosi..E poi..sarebbero tornati a colori? O avrebbero pagato quel momento di celebrità cedendo ogni singolo scalino dell'iride? Per sempre.. Chissà se ne valeva la pena, l'avrebbero saputo soltanto al 90esimo.
Un patto col diavolo, quella scatoletta.
Ora non si viene per la partita, si capita qui al Bar e ci si guarda intorno disorientati perchè appen dentro, si nota l'assenza dei consueti focolai disparati. Quelli che parlano di calcio solo quando vincono, quelli che parlano di calcio solo perchè perdono, quelli che parlano di calcio solo come forma del Potere da combattere, quelli che parlano di Calcio come religione. Tra questi, io. Nessuno dei gruppetti al suo consueto posto.
Testa verso l'alto, un unico ventaglio segue la partita. Scorrere. A colori scorre, adesso.
Qualcuno in effetti non è interessato, e per lui sarà una giornata come le altre: c'è da scommetterci non tornerà. Ma chi ama il bar dello sport, i bar dello sport, non potrà non rubare qualche scampolo, perchè forse quella Partita, quella Nazionale, era tra le cose da ricordare per quel giorno. Dimenticate.
Sì, questo contraddistingue le partite della Nazionale ora. Quelli che iniziano non son quelli che finiscono. Una sorta di ricambio costante dinanzi allo specchio a 22 pollici, un ballo, una quadriglia cadenzata dalla cena che aspetta, aspettava, dall'appuntamento già fissato, dalla lenta e compassata inconsistenza di quel pallone poco avvezzo a baciar le bandiere.
Eppure strappati, accennati, schizzati con velocità d'impressione, indugiano dinanzi allo specchio a 22 pollici a cercare almeno uno dei 22 che gli dia un valido motivo. Per rimanere. Perchè sia Nazionale.

Sabato è accaduto poi qualcosa di strano. Non c'era la voce dell'improbabile aedo di turno.
Silenzio degli scioperi che ti lasciano senza possibilità. Di bestemmiare contro l'insipienza del commentatore, o solo di dimenticare in che Italia vivi.
Silenzio dello sciopero che investe il tifo della possibilità di dire, ad alta voce, con la voce più alta, quello che pensa, quello che vuole, quello che ama, quello che odia.
E Toni sabato era odiato, offeso, invitato a tornarsene nei salotti fiorentini. Lui, traditore era padrone della scena in video, sbagliando occasioni su occasioni, in audio, tra gli insulti organizzati ad hoc dalla curva palermitana.
Che dire. È il suo mestiere, d'altra parte qualcosa ci guadagna a calcia' e a farsi pigliare a parolacce. Vero.
Ma che dire. Dlla maglia azzurra allora. Niente. Si è vinto. Si va ai mondiali grazie anche ai gol di questo dinoccolato lungagnone. E crederemo ancora una volta di esser più forti, quelli che vincono quando vince il più forte. Chissà. Se è così.
Andiamo senza alcun patema in Germania, per un girone raccattato con fortuna non irrilevante ( eppur ci furono piagnistei e raccomandazioni), e anche per i gol di sto ragazzo che si sarà ben ripreso da 90 minuti di inviti irriguardosi, se non altro per le coccole e il sostegno della restante Italia calcistica. Eppure a Palermo quanto ci sarà stato.. Ma poi. Non sono quegli stessi tifosi che la stampa esalta quando parla del CALORE DEL SUD, del COLORE DEL SUD, del CANDORE DEL SUD.. non sono gli stessi che riempiono gli stadi mentre si sa, altrove, ci si è imborghesiti? Occhi aperti. Anzi orecchie.
Nel mio bar si sentiva un intonatissimo coro. E non era per Toni.
"SLOVENO RAZZA BASTARDA".
Ecco. Forse è ora di farsi domande. Su quali siano le equivalenze del Calore/Colore/Candore.
Del Sud che ama. Ignorare. La sua ignoranza.

Si va ai Mondiali con un gol di Zaccardo. Vero. Non ha toccato palla Zaccardo, ma mentre guardavo il replay dell'autorete asciugando i bicchieri, lui aveva già fatto il giro del campo osannato dalla gente che aveva finalmente il suo. Eroe.

A.

Hanamichi Sakuragi: più umano dell'umano


Ebbene sì. Oggi niente caffè. e Propongo un delicato grappino.
Che vuol dire fuori di metafora?
Che per un attimo il pallone sarà più elastico, più pesante, più voluminoso.
Sarà un pallone da basket.

No, di basket non sono un esperto.
Ne conosco le regole.
Quindi perchè.
Perchè in questi giorni, in grave ritardo dovuto all'età senza dubbio,
sto seguendo con passione e coinvolgimento
le gesta di uno dei più grandi sportivi dell'epoca moderna.
Hanamichi Sakuragi.

Il protagonista di Slam Dunk è davvero un guerriero senza tempo, un personaggio policromo e tutt'altro che banale nell'empireo di quegli sportivi a due dimensioni, geniali interpreti che rimangono impressi nella memoria forse non per le proprie vittorie, ma sicuramente per la carica di emozioni che suscitano, infiammano fantasia e realtà.
Hanamichi gioca per amore della sua bella, orgoglioso della sua improbabile chioma rossa; svetta nei rimbalzi con la forza dirompente di Ken Shiro per poi svilire ogni cosa con un commento egoista, presuntuoso, invidioso. Straordinariamente umano Hanamichi Sakuragi quando parla, quando si agita, quando piange.
Questto capolavoro dell'animazione si inserisce splendidamente in una tradizione di anime dedicati allo sport ricca di opere significative: Rocky Joe, i tanti del baseball, Holly e Benji per il calcio, le pallavoliste cugine, Gigi la trottola.
Ma ha il pregio, forse colto in parte dall'iperrealismo del pugile Rocky, di produrre una dinamica, dialettica relazione con un personaggio mai piatto, mai "vincente", mai saggio forse.
Assolutamente sfaccettato Hanamichi Sakuragi commuove per la piccolezza del suo animo, le cui declinazioni più immediate però paiono poter essere sovradimensioni dell'agire/pensare in nietzchiana memoria. Hanamichi conosce, riconosce e trasmette il bene e il male più basici, attingendo a una concretezza per niente istintiva.
E attraverso questa tensione, sempre improvvisa graffia la sua faccia rotonda, quella che indossa nei momenti in cui gli vorresti chiedere in ginocchio: ti prego sta' zitto; la sua faccia così capace di spiazzare ogni benevolenza ha un che di magnetico perchè FA RIDERE.
E allora alla sua Aruko gli vorresti dire: lasciati conquistare non vedi che ti ha già preso il cuore?
Meraviglie del'lanimazione nipponica. Più umana del'umano.
Hanamichi Sakuragi, sono con te.

A.

De-(in)formazioni di un ex cliente

Adriano che posso dirti.
Non devo giustificarmi.
Avevi scritto corbellerie.
E non ti avevo censurato, ma avevo chiesto di inserire le fonti delle notizie che davi.
notizie sbagliate perchè nulla era accaduto su SKY24 che tu attaccavi, ma su Primo Canale.
Non si può far colpa a Primo Canale di aver dovuto ospitare un ictus in diretta.
Nè infantilmente prendere a pretesto la diffusione di questo documento per sostenere la necessità di una moralizzazione dell'informazione televisiva. Questa tua sarebbe censura, caro adriano. La tv può essere criticata e corretta nella programmazione, nelle sue voci in tutto quello che meglio si può suggerire che sia. Ma spegnerla, o meglio, farla spegnere, lasciarla in mano a reazionari come te che vogliono decidere cosa si può vedere e cosa no, non è assolutamente accettabile. per me. E' oscurantismo.
Non è accettabile mentre è assai pericoloso passare sottovoce la malafede di certi pressapochistici atteggiamenti.
Una critica seria richiede rigore.
Una scrittura matura richiede riflessione.
Il problema nasce quando un singolo individuo scambia il proprio sistema di valori per un sistema universale e universalizzabile.
E molto spesso chi opera in questo senso non ha capacità di analisi, non si dedica a studiare le cose di cui blatera, sceglie la via dell'impressione e della banalità.
Perchè ci sarebbe da discutere sulla verginità della rete informativa online che tu evochi contro sky, rete dove le decapitazioni viaggiano sulle postazioni di chiunque desideri eccitarsi con una testa mozzata. Mah. Non difendo Sky, non attacco la rete. Queste non sono premesse di un approfondimento. Sono leggerezze da studentello delle superiori assai creditore di calci in culo. E scusa la franchezza.
Tornando a noi.
Ti ho scritto una mail in cui ti consigliavo soltanto di mettere dei link che avvalorassero le tue posizioni. E l'ho fatto gentilmente, col sorriso. Perchè non posso dirti di ragionare di più su quello che scrivi ma posso stabilire che non si possono dare informazioni in base alla propria emotività. Nè attraverso questo blog costruire un mondo che giustifichi il ruolo che scrivendo ci arroghiamo.
Il POST L'HAI CANCELLATO TU.

Per me se uno va via così non è una perdita rilevante.
I bar sono belli anche per questo.
Datti tempo adriano. che a sparare cazzate son buoni tutti.
Ciao.
E non pagar nulla alla cassa. Offrivo io.

A.