La trattativa è saltata!!! Mancini e Cassano restano

Questa volta Lucky Luciano (Moggi) non ce l'ha fatta. Tuttavia, ieri, Roma e i i tifosi della Roma hanno vissuto momenti davvero drammatici. E' successo questo. Intorno alle 18 esce un'ansa che dichiara che Daniele Pradè, dirigente romanista, insieme a Tonino Tempestilli, sono corsi all'aeroporto di Fiumicino per recarsi a Milano. All'Hotel Hollywood stava succedendo questo: Mancini e il procuratore (chiamati di corsa dalla Juve???) stavano trattando per un clamoroso (e illegale perché Mancini è sotto contratto fino al 2009) passaggio dell'ultim'ora del giocatore brasiliano alla vecchia Signora. Pradè e Tempestilli, evidentemente sollecitati da un precedente tentativo di accordo con Lucky Luciano, erano andati a portare anche Cassano su un piatto d'argento. Poi, il colpo di scena. Lui, mister Spalletti, telefona e, infuriato con i dirigenti, si mette in mezzo e in pratica proibisce la cessione dei due, soprattutto di Mancini, pena le sue immediate dimissioni. Bum!!!! I signorotti dirigenti della As Roma della stravagante e a questo punto aspirante suddita del potere Rossella Sensi hanno dovuto fare dietro-front. La società, con un laconico e ipocrita comunicato, ha in seguito smentito le intenzioni di voler cedere i due. Ma, alla luce dei fatti, svelati dietro le quinte dalle tante radiospie locali, nessuno ormai ci crede. Noi, non possiamo che gioire per quanto avvenuto, non si può che apprezzare in modo nuovo e inaspettato il nostro caro Mister; un grande!!! Con lui, le prospettive ci sembrano davvero esaltanti. Ci dispiace per tutta la stampa, romana compresa, che gridava ormai esultante al Cassano bianconero! Antonio resta. E, udite udite, potrebbe separarsi dal suo attuale e incomprensibile procuratore. A quel punto, le cose potrebbero davvero cambiare, per lui e per la Roma. A buon intenditor...

A.A.

Il mattino ha l'oro in bocca

Ahahahahah:
onomatopea del godereccio.

Esemplare la forma che adotterò per comunicare la notizia.
Salta la prima panchina di A.

Vien da ridere. Ieri il Cagliari ha perso col Siena grazie a una perla.
Caduta vicino al palo destro, caduta e raccolta amabilmente da un ragazzo.
Fin troppo sui titoli delle testate giornalistiche, il ragazzo sedotto da un luccichio infame.

Era solo una goccia di rugiada, dirà poi il ragazzo deluso. Non una perla.
Era solo un ragazzo non un portiere, diranno i tifosi.
Carini, sbagliando un intervento semplicissimo, ha procurato al suo allenatore caffè, pranzo, cena (e abbonamento a sky) pagati fino alla fine del suo contratto.
Delitto dell'esonerato. Riconoscenza dell'assassino.

Era solo la prima giornata, si può insinuare con pudore: ma, si sa, il buon giorno si vede dal mattino. La risposta del "pacato" patron Cellino deflagrerebbe solida e pervicace.
Un onesto architetto, o solo un generoso muratore, potrebbe però ancora puntualizzare: il bel tempo si vede dalle finestre, dai balconi o per la strada se è bel tempo.
Eppure pare sia il mattino, da molti anni a monopolizzare le gestioni amministrative di Presidenti tanto scrupolosi quanto magnanimi con l'ingordo pubblico del calcio che parla - e con gli allenatori usa e getta. E il mattino questa volta vedeva un nuvoloso cielo, mal propiziato dal fantomatico stuolo delle amichevoli estive. Quelle sì al sole come meduse condannate da mani bimbe. Impietose aguzzine le mani bimbe.

Così se ne va lo "scienziato", così era soprannominato quel signore di Tesser. Non impareremo a riconoscerlo durante le interviste e forse il suo esotico final di cognome sarà un rimpianto.

Ma, se mantengo un minimo di controllo sulla parte più delicata del mio cuore, mi vien da dirgli: oh caro, senta, lei è esonerato ma stipendiato, quindi che le frega? No, no so bene che non sono i soldi a dar la felicità, ma in fin dei conti se una società è gestita nel nome dei mattini, che le costerà alzarsi alle 12, direttamente per il pranzo e ordinarlo magari per telefono alla trattoria migliore che conosce? Siam positivi. E siam realisti.

Realisti. La difesa del Cagliari ha nomi imbarazzanti. Non per penuria tecnica, forse più che altro tecnologica: se ognuno dei vip a difesa della porta del simulacro uruguagio di cui sopra fosse stato reclamizzato da apposite campagne pubblicitarie o ancor più da film, film hollywoodiani sulle lore enormi potenzialità calcistiche, allora sì, sì le diremmo signor Tesser. Lei è un asino.
Pare invece che lei avesse una squadra tutta da inventare, e pare anche che la sua invenzione non fosse poi così disdicevole.
Tranne che.

Per il portiere.
Ma dico io, fidarsi di procuratori, giornalisti e schede per il Fifa alla playstation..Dico io. Come ha potuto farlo. Lei, lo scienziato. Fidarsi dell'opinione invece che dei fatti. Strano, raro, improbabile.
Carini ha alla giovane età che si ritrova un curriculum di fallimenti e delusioni interminabili.
Sì, forse non han creduto in lui. Forse.
E lei signor Tesser ha rischiato e rischiando ha perso. Le faccio presente che, essendo stato la riserva di qualsiasi altro avesse dei guanti in mano, era probabile fosse un fuoriclasse quanto è probabile sia la scelta giusta un candidato impiegato di 22 anni con 75 esperienze di lavoro pregresse.

Ma sia felice. Sì, i soldi non danno la felicità. Ma il tempo libero può esser speso bene. Magari legga, legga un po' di romanzi, caro scienziato. Le consiglio I tre moschettieri. Si soffermi su Richelieu e Milady e si faccia furbo o solo rigoroso. I fatti caro amico, sono i fatti il limite e la straordinaria finalità della scienza.

Ma sia un arrivederci.
Vorremmo tanto saper di più.
Della sua faccia, signor Tesser. Della sua faccia e dell'esotico finale del suo cognome.

A.

Eh sì! Bentornata magica!!



Eh sì caro Antonio, è proprio il caso di dirlo, bentornata magica Roma. Nonostante la pochezza dell'avversario, nonostante il campaccio da oratorio, i giallorossi sono sembrati in ottima forma. Soprattutto è tornata la concentrazione, si sono viste poche pause (quelle che l'anno scorso duravano 80 minuti), ed è tornata la grinta. Che bello questo vocabolo. GGGrrrrinta!!! Quella che mi dicevano dovessi avere da bambino, quando solcavo i campi e affidavo le giocate più al mio estro che alla fatica della corsa e al rischio del contrasto. Bravi tutti. Perfino Perrotta che, fra gli 11, è quello che continua a mostrare dei limiti inverecondi (ma del resto Dacourt è acciaccato - come al solito - e Aquilani è ancora un corpo in fieri). Su tutti però, permettete che nomini Amantino, lui, il piccolo, si fa per dire, grande Mancini. Un talento ritrovato, giocate da svenimento, da salsa gialloverde e giallorossa. Un magnifico gol regolare annullato, un altro di rapina, un palo. Che volete, che faccia il Totti? No, troppo, poi il capitano non glielo permetterebbe. A proposito, se vi siete persi il colpo di tacco con cui il Capitano al primo tempo ha eluso, davanti alla sua difesa, due avversari, dando la palla a Taddei (credo), bè... cercate di rimediare. Non le fa nessuno, forse nel mondo, quelle cose.

p.s. Il pensiero però va sempre al pibe de Bari Vecchia. Non si può vedere Antonio in panchina con quella faccia. Dicono che la mamma tutti i giorni prega, nel suo giardino nella villa di Casal Palocco (dove ha accroccato un altarino con la madonna!). Anto'... facce o miracolo... firma... per amor della madonna!!!!

Adriano Angelini

Alba

Quant'e' bella giovinezza
che si fugge tuttavia
chi vuol esser lieto sia
del diman non c'e' certezza..

Prima giornata.
L'alba del nuovo campionato non delude: e se pur qualche bel tomo, il cui solenne verbo transfigura il vero e disillude, insisterà a dirmi che i giochi son finiti, io no, non smetto.
Non smetto perchè è bello. Semplice mente.
E se tratterrò la gioia, la gioia viscerale di veder la mia Roma tornare a pulsare di orgoglio e dignità, voglia e tecnica degna del palcoscenicomondo che la vede eterna di vittorie e di passione,
se non posso indulgere alla tentazione di esultare per il sogno acceso di stare bene e desiderare, nient'altro, forse,
allora dedicherò per onestà
questa domenica, prima,
a Giampaolo Marco, anni 38,
allenatore dell'Ascoli avente tesserino bulgaro, naso rigoglioso,
capace di regalarsi, regalare sì prima a se stesso, una giornata esaltante. In cui la squadra più vanesia, e non meno bella per questo, giace implume ad asciugar la pioggia perchè nuotar non le riesce. E di volar più in alto non c'è verso.
Eppure ricordo una punta slava, Cvecktovic dal crine rosso, o un orsacchiotto pallido, Casagrande, che sempre vestendo la blusa marchigiana, infilavano soddisfazioni rituali a chi del diavolo sperava di festeggiar l'esorcismo. Destino e ciclicità mirandoliane.

Insomma, mentre alla radio fluiscono le voci degli astanti,
mi rendo conto che questo gioco è sempre esaltante, nonostante in cornice lo si sporchi con l'umane miserie. Rimangano in cornice, è una preghiera. Perchè se la cornice strappa la tela, rimane da vedere solo lo strazio degli artisti. E la condanna al brutto.
Una condanna al brutto senza riserve.

Un ultima parola per i tifosi del Torino e del Genoa. Non entro nel merito delle ragioni, troppi sono in grado di vedere verità attraverso l'inchiostro o le frequenze televisive, io non ho questo dono. O forse con le verità ci faccio poco, per questo amo il pallone.
Però vi dico: le città sono vostre. Qualcuno vuole portarvele via? Difendetele allora. Ma difendetele sul serio. Prima di difendere i vostri stessi interessi, le vostre sciarpe, prima di far valere, o meglio prevalere, un'autorità non legittimata, che sia la vostra, che sia quella della polizia, difendete le vostre città dalle brutture contagiose della violenza.

E in conclusione me lo permetto.
Bentornata, Magica.

A.
(regginaromazeroatre)

Sempre come la prima volta

Ecco, meraviglia del mondo che cambia.
Mentre scrivo, usando word,
in alto a destra una finestrina del media player, opportunamente dimensionata,
lascia scorrere la diretta di Livorno-Lecce.

All’inizio è stato traumatico.
Niente audio, la signora Alice Rosso guarda e si lascia guardare in un silenzio sensuale e impertinente.
Ma son qua per il pallone signora bella, si ricomponga e mi lasci ascoltare.

(mentre scrivo il Lecce usurfruisce di un calcio di rigore, tira Pinardi. In porta Amelia.
Parte.
Tira.
Gol. O meraviglia.)

Mentre mi alambicco per riuscire a sentire la voce della amorevole prezzolata –non si dica mai che guardo a sbafo-
Ecco inizia a singhizzare il video. Ma chi è quel Marcantonio? Oddio ecco la voce giunge e rivela.
Che Lucarelli Cristiano sta per. Gol.
Ma lo schermo era nero.

(Esce Sicignano, para. Il Livorno non meritava il pareggio.)

Oddio. Non sarà sempre così signora mia, voglio sperare.
Eh sì che siamo sotto al cielo e che con l’euro neanche i pomodori si posson più comprare.
Tutto vero. Ma le partite non possono essere o viste o ascoltate. Non quando ti aspetti
di assaporare iddioprogresso in un piatto sì magistralmente condito.

(Noia.)

Stacco e riattacco.
Penso che sia una delle regole della macchina.
Quando non va, spegni e riaccendi. Mi chiedo cosa sarebbe peggio a sto punto: vedere senza ascoltare. O il contrario. La telecronaca appena accennata sovviene. Un momento, un momento soltanto prima che io proferisca: vedere, vostro onore, senza alcun dubbio.
E invece ancora singhiozzi.

(Tiro di Centi, respinta di Sicignano, scambiato per Amelia, ma dico io sono due i portieri e lontani diverse decine di metri..come si fa..Si fa.. Fine primo tempo.)

Capisco. Il problema.
La solerzia e la dedizione della signora Alice Rosso è il problema.
L’occhio per un momento rassegnato abbandona il player e si accorge che sulla destra campeggia un inquietante elenco alfanumerico.
Ancora.
Qualcuno crede ancora che interessi sapere quanti tiri, quanti passaggi, quanto tiene la palla la Trebbiolese o il Civitanovammare.
Aggiornato in tempo reale il pannello, e pure interattivo.
Signora ma mi scusi, per fa funzionare tutta sta roba servirebbe una signora Connessione!
Arrossisce la cara alice e finalmente si ricompone.
Tirando su la sottoveste rosavorio scopre un neo appena sopra il ginocchio.
Il neo più bello che io abbia mai visto.

(Nell’intervallo, come l’anno scorso immagini davvero improbabili di sport alternativi. Sarà.).

Mi avvicino al neo, ma che fai sei matto, aspetti signora Alice, c’è scritto qualcosa.
Apri nel Media player?
Allora mi ama! Sì mi ha sempre amato.
Scoppio in lacrime e capisco quel che fa continuamente per me. E io lee ho dato della prezzolata. Questa è una volontà ferrea, un’adesione integerrima, un dono arcano. Niente. Non riesco a smettere di piangere e per poco non mi va in corto il portatile.
Clicco.
Mirabile e dominatore il Mediaplayer si apre imponendosi alla finestra del browser.
Ora posso, posso signora Alice?
Arrossisce. Abbassa gli occhi e avvicina un dito alle labbra. Timida e maliziosa.Posso.
Chiudo il browser.
Ed è. Solo.
Partita.

(La birra è finita. Strano, ero convinto che ce ne fosse ancora un po’. Il secondo tempo non è ancora iniziato. Corro in cucina. E poi torno. Torno. Torno di sicuro.)

A.
(regginaleccedueauno)

Cassano, dolce Cassano

Se Cassano va via dalla Roma, dice il buon Marione, è perché certo ha un caratteraccio; ma c'è dell'altro. Se Cassano va via è perché ha tirato uno yougurt a uno dei giornalisti sportivi del Messaggero (uno dei più mafiosi fa sapere Marione); e siccome sono due quelli più gettonati, fate uno più uno. Se Cassano va via, dice il giornalista sopracitato del quotidiano romano a una radio privata, è perché ha fatto un casino il giorno che la Roma doveva andare dal papa (non si sa cosa, lui non vuole raccontarlo); se Cassano va via è perché ha spaccato lo spogliatoio, offeso i compagni, tirato insulti e vaffa agli allenatori. Se Cassano va via, aggiungo io, è perché la stampa di tutta Italia, compresa quella romana del Messaggero, del Corriere dello Sport, compresa Francesca Ferrazza di Repubblica (tranne Marione e Riccardo Luna del 'Romanista') lo ha già venduto; all'80% lo hanno dato alla Juve n cambio di Chiellini e Mutu (o MIccoli, ma adesso Miccoli ha trovato un'altra collocazione, grazie a Dio!); per il 20% lo ha venduto all'Inter prima a Berlusconi poi, al Real Madrid, al Chelsea. Se Cassano va via, dico io, è perché è stato montato un caso ad hoc. Per togliere alla Roma uno dei giocatori più forti del nostro calcio contemporaneo. Per dar fiato alle trombe a tutti i moralisti della Monte Mario che fingono di non tollerare atteggiamenti del genere e poi rovinano la Roma lanciando monetine all'arbitro Frisk, continuando in questo modo a screditare la squadra, i tifosi e di riflesso la città. Se Cassano va via, aggiungo e concludo, Rossella Sensi (e forse pure il padre) dovrà davvero dimostrare di aver avuto ragione, credendo e cedendo alla stampa asservita ai Nobiluomini padani, e gettando a mare un tesoro immenso, che, probabilmente, aveva solo bisogno di esser non solo lucidato ma anche accarezzato un po', prima di esser esposto agli occhi del mondo.

Adriano Angelini

Il primo giro lo offro io..

Ohilà. Chi c'è di nuovo al Bar dello sport?
Il mio benvenuto ad una nuova penna, il caro Adriano, anche lui direttamente dal mondo di Ozoz.it.
Appassionato scrittore dalle idee controverse -tra i link quello al blog del suo romanzo "Da soli in mezzo al campo" -Ed. Azimutlibri, arricchirà il nostro bar, come potrà farlo chiunque voglia proporsi. Sempre nello spirito oramai maturo del nostro scrivere, parlare di Calcio.
Cosa vuoi bere Adriano?
Il primo giro lo offre la casa.

A.

Quizas.. Dell'amor perduto (confessione)

"Ho seguito la vicenda Cassano un po' in giro: sui forum della Roma, sui siti di informazione, anche a Bari, città che anche a me diede i natali.
credo sia vero quel che molti dicono. poteva essere gestita meglio questa situazione: credo la società debba col caso Cassano pagare l'ultimo dazio a una gestione sprovveduta e discontinua; credo anche che la stampa si sia divertita a dipingerlo come un delinquente, per farne notizia o solo per portarlo altrove.
Ad ogni modo, anche se tutto questo è vero, verissimo, penso che c'è un qualcosa di più che i grandi uomini sanno fare: quel margine di non banale, di straordinario che nelle mani di un chicchesia è solo chimera.questa situazione sì poteva finire soltanto così se non ci fosse stato, se non ci fosse un colpo di genio. E non con il pallone tra i piedi questa volta. Ma un atto di coscienza e amore profondo verso uno sport come il calcio che nei colori giallorossi trova ancora il suo cuore più romantico e disinteressato.
Se fosse stato, se fosse un grande uomo avrebbe potuto, potrebbe fare qualcosa di non preordinato dal medesimo contesto che nei mesi si è delineato. Stupire. Meravigliare con una scelta che avrebbe avuto il sapore della libertà e della passione.Non è stato, non è così.Antonio andrà via, tutti hanno sbagliato, forse.
Lui potrà dire: la situazione era tale da non esser sostenibile. Potrà trovare chi, per andare contro la città, la società o il capitano, gli darà ragione.
Io dico solo che non mi ha stupito. Nulla.
Potrò augurargli solo di capire in seguito cosa ha perso.Cosa non troverà nei titoli, nei soldi. Nella pacca falsa del suo prossimo allenatore. Nel tifo senz'anima di torino, che di "grandi uomini" se ne intende. Forse riconoscerà nei ricordi il senso di questi anni: una bandierina spezzata con un pestone che sapeva di furia genuina. e che mi fece ringraziare il cielo. perchè quella città disgraziata da cui entrambi veniamo, aveva davvero ospitato qualcosa di bello.
Mah.
Per me. Sarà uno come tanti altri. Tra poco, pochissimo.

Sempre e solo Forza Magica.

A. "

dal forum http://www.lupocattivo.org/topic.asp?TOPIC_ID=7025

Il marinaio Serse torna salvo e Udine si commuove

Serse Cosmi merita qualche parola. O di più.
La sua Udinese ieri ha raggiunto il traguardo di essere fra le più grandi squadre europee.
Dico la sua, ma so bene di omettere la paternità di un altro artefice, quel Luciano Spalletti che ha già conquistato la Capitale. Ma è una scelta, non una dimenticanza: Spalletti ha fatto il suo, ma Serse Cosmi poteva sbagliare. Se avesse perso, contro i pur plausibili lusitani, non sarebbe certo stato invocato a garante il suo pur nobile predecessore.
Il buon Serse, verrebbe da dire: perchè Cosmi è una di quelle persone forse un po' condannate a sembrare simpatiche, veraci, spontanee a scapito forse della competenza e del carisma con cui lavora. Come er Magara, il sor Carletto, decano degli allenatori, condannato dalla sua simpatia a non esser considerato il gran tecnico che è. L'attuale allenatore dell'Udinese sembra effettivamente destinato a ripercorrere le orme del maestro romano e, come lui, romanista.
Ma forse qualcosa cambierà grazie alla compagine friulana, una realtà sana e propulsiva nel calcio pizzaemmandulin, privata di un genio del centrocampo come Pizarro, visto nascere, crescere, camminare e innamorarsi, ma pronta a rinverdire ulteriormente le sue linee con innesti saggi, oculati, atleticamente e tecnicamente ineccepibili.
L'Udinese ha invitato lo Sporting a deliziare il suo pubblico con la tristezza del suo fado: il canto dei portoghesi, un pentagramma biancoverde di delicata lascivia, ha portato romantiche dolcezze nell'aria solida e severa del friulano, lo ha deliziato con un ritmo docile e suadente, solleticandone la lacrima commossa. È per tutti i devoti del Pallone la gioia del marinaio che torna dalla sua donna, scampato al mare in tempesta, dopo lunga e disperante attesa. Il Calcio vero, bello, esaltante. L'Europa è nei piedi dell'Udinese determinata e costante, capace di travasare una freddezza composta che sa di desiderio nelle anfore ricolme delle più goliardiche bevute. Come la sua gente. E se son bevute, vengono dopo aver fatto però. Dopo aver realizzato. Dopo aver convogliato l'energia del desiderio nello sforzo per un perfetto risultato: che è la certezza di possedere una Coscienza serena. Anche senza i capelli, anche sotto un cappellino, una Coscienza serena che sa accogliere e custodire la Bellezza.
L'Udinese non si fermi: la competizione è ancora agli inizi e farà bene a credere di poterne percorrere un bel pezzo. C'è un'idea che merita di affermarsi, una gestione che merita di raccogliere quel che ha seminato, c'è un capitale tecnico di spessore e, dopo Spalletti, un altro allenatore che non perde l'oro che gli si affida. Ma ne fa forme pregiate, eleganti, pesanti.
Il Calcio non sempre permette alla palla di essere rotonda: il Calcio descrive traiettorie capaci di deformare la stessa sfera per il tempo infinitesimale di un movimento. E durante questo movimento - dal passato, per il presente, in un futuro: l'esistenza che dura un attimo - si schiaccia sui poli la sfera e taglia l'aria nella virtuosa essenza della forza impressagli, evita qualsivoglia ostacolo al suo procedere e si manifesta. Imprevedibile. In tutta l'anima del possibile.

In bocca al lupo, buon Serse, ottima Udinese.

A.
(udinesesportinglisbonatreadue)

Alena, Condottiera della Rinascita

E fu così che nella prima pagina del Corriere dello Sport sbarcò una vichinga magnifica, emblema della salute e orgoglio della genetica.

Il riassetto dei palinsesti televisivi intorno al Calcio è esaltante e persino una delle bibbie del nostro bar (ahimè ad averne di meglio) promuove in copertina la foto della lunare valchiria.
In seconda ecco il prospetto complessivo della situazione. La bionda made in Boemia ha superato niente meno che la concorrenza di una tale meglio nota per esser fidanzata col figlio di Lippi Marcello, esimio brizzolato condottiero italico, e sarà la Domenicosportivessa dell'annata a venire.
Non da sola, certo: con Mazzocchi e la Ferrari. Mon dieau. Sono momenti importanti, in cui si decide il destino di un'epoca.

Ma ho ancora negli occhi le immagini della puntata che ha chiuso degnamente la sessione estiva della DS: c'era la Coppa Italia, c'erano le partite comprate con gli spiccioli rimasti, c'era la Formula Uno e chissà se c'era anche il pubblico. Bolso e deluso, Baldini rischiava di addormentarsi e sognare le antiche panchine del suo desìo, inutili i giornalisti padri e figli dell'ovvietà in meravigliosa partenogenesi (tranne per un momento di eccelsa verve polemica in cui osannata si ebbe da un ignoto volto inchiostrofero la verde etate di Ibrahimovic e Kakà, a fronte della Beneamata incapacità di adornare lo stivale del calcio con solo Figo e Samuel, che iddio li abbia in gloria), Zermiani evidentemente ubriaco attendeva le Rosse al traguardo mai visto in quel di Istanbul. Il conduttore non ricordo il suo nome, la valletta, non ricordo la sua faccia, una scenografia estiva come un Calippo dimenticato del bel tempo che fu e questo contorno impreziosiva l'insipienza dei servizi trentasecondomorfici e dimenticabili.
La Coppa Italia lei sì una signora invece, una volta tanto.
Partite accese, vibranti finali e avanzate maestose verso il proscenio per condottieri abili e indomiti: passavano il turno con clamore ed onore il Cittadella contro il Livorno, il Napoli contro il Piacenza, il Bari contro la Salernitana. Nessuna elisione sulla finale e allora via. Stracci di gloria appesi a asciugare sotto maramalde orde di piccioni generosi: se al Napoli si concede il privilegio della notifica continua e assordante, ma si sa alla lunga ci si abitua ad ogni rumore, per Cittadella e Bari rimane la desolazione di un servizio commentato senza patema per la prima compagine, il silenzio vuoto e ottenebrante della dimenticanza per i galletti pugliesi.
E così va come deve andare. Sembrerebbe. Nella stagione della cessione dei diritti al privato, la Rai abilmente forse opera la scelta strategica di non farsi rimpiangere: che certe emozioni negative il pubblico lo attenagliano. E chissà che l'Expelato del Consiglio non abbia ragione a volerne fare un simulacro della sconfitta a monito dei posteri: la televisione del Carosello si spegnerà lentamente in un'epopea tragica che potrebbe verosimilmente regalargli la fama ad eternum. Ma, veniamo ad oggi.
La secca smentita. Il capolavoro del Decadentismo estivo, la lussuria tediosa e aristocratica dello studiolo tropicale, la beltà sprezzante delle parole futili e vacue, la rigogliosa opulenza della facezia spuntata dal sorriso malizioso, si scioglievano come il trucco imbarazzato e imbarazzante di un clown in lacrime: la fiamma agostana del nobile Buffon strappa il posto alla principessina wannabeLippi e vien proclamata Condottiera della Rinascita.
Ancora non è finita ancora, allora, per ora.
Ci sarà una DS, un'altra DS. E il Corriere dello Sport, una delle nostre bibbie (ad averne di meglio), gli destina una foto a colori degna della miglior Anitona Felliniana. Senza fontana e senza acqua, forse. Ma con tante tante munifiche sfavillanti pailettes.
Alena Seredova, 27 anni, modella e attrice.

A.

Dal primo uomo all'uomo nero passa poco

Così tutto ebbe inizio e così tutto finirà, tra meno di un anno, con la coppa del Mondo, forse, se non cambierà nome.

E dando nomi iddomineiddio creava. E insegnò al primo uomo a creare.
E gli insegnò che per creare doveva nominare ogni cosa: gli insegnò che ogni cosa aveva un suo nome e non poteva perderlo se non cessando di essere.
Non poteva cambiare nomi il primo uomo ma darne sì, quelli, di immaginifici e innumerevoli tanto innnumerevoli e mutevoli erano le creature affidategli da iddomineiddio.

Quando l'uomo cambiò il nome della coppa dei Campioni fingendo fosse la stessa cosa, contravvenne agli insegnamenti di iddomineiddio. E fu l'inizio della fine. Il secondo atto fu creare malsani ibridi, creature abominevoli cui non contento lasciò un segno di continuità, a sfregio di ogni timore del cielo: erano nate le supercoppe.

La partita di ieri non è stata una brutta partita, no.
I giornali oggi si affannano a parlarne bene, bene, anzi benissimo.
Una messa in scena meravigliosa in cui davide ha sconfitto golia, parrebbe, o meglio: davide se n'è andato e golia s'è guardato allo specchio. Per poi colpirsi violentemente sul viso. Da solo.

Sì perchè l'Inter fa simpatia, ma giusto perchè più facile vedere un ciccione come Salas campione d'Italia (non raccontatelo ai bambini; un passo verso la moralizzazione sarebbe nascondere tutte le tracce fotografiche di simile abominio) che la masnada di coccolati rincitrulliti della pinetina inneggiare ai loro fasti. Ma se inizia a vincere? E sì che sembra impossibile ma se non devo citare di nuovo il grasso nano biancazzurro allora posso citare persino Iuliano e Birindelli come pluridecorati. E non è un bel citare. Dunque guardiamo in faccia la realtà: per quanto sia abulica e squinternata, tesa e catartica la realtà del nuovo campionato vede l'Inter favorita.
E non perchè tutte le altre non si sono iscritte ("dio no, grazie mille per l'invito, verrò alla festa..ma non ho niente da mettere queste feste sono tremende perchè mi hanno invitato?una pizza davanti alla tv e orge misteriche di domande e risposte, pacchi e culi, osanna osanna al giornalista meno merda e così la serata sarebbe andata via..invece ora devo inventarmi qualcosa che non mi faccia sfigurare" dal Diario del Presidente Single, ma paffuto e affamato come la Zellweger ci sarebbe da scommeterci..oddio che gaffe..). Insomma le altre squadre ci sono e sono addirittura venti ("ma qualcuno vorrà ballare con me?").
Eppure l'Inter vince la supercoppa e soprattutto costringe Capello ad aver paura. Il Fabio Massimo si sa non è un vile. E' uno che le battaglie le vince sul campo. Le vince soltanto. Senza dubbio. Altrimenti non partecipa o se partecipa lo fa gridando al lupo al lupo mi stanno rubando le pecore. Ci risiamo. e Fabio Massimo di giorno chiedeva aiuto e di notte portava via le sue stesse pecore. Amabile sindrome del pastore innamorato e desideroso di amore indissolubile: che in amore si sa, vince chi fugge.
La colpa come spesso accade è dell'uomo nero. Fabio lo va dicendo a tutti. Eeeeeeeh, brutta storia quella dell'uomo nero. Pare, sembra, si dice, che un tempo erano tanti gli uomini neri, ma oramai non se ne parla più, anzi a qualche bambino la favola inizia proprio raccontando di uomini rossi ancor più cattivi. Ma i bambini di oggi si sa crescono subito e male, pensionano babbo natale in una consolle e non credono alle favole. Così se mi butti via i neri, mi butti via i rossi e per educarli o smetti di mettergli paura e ti inventi delle ragioni serie a divieti e indicazioni, oppure serve ben altro: per esempio un giornalista di Studio Aperto (niente di personale, è solo che quando c'è talento, c'è talento).
Ma nel Calciomondo l'uomo nero esiste eccome. E in questo caso si chiama De Santis, e come si diceva in testa, nessun nome è casuale. Uomo reo e reo confesso dietro tmide gote arrossate, illuminato sulla via di Damasco ha iniziato a perseguitare i persecutori. E non mi vien fatica a immaginarlo novello Spartaco di Sastro tuonare col suo acuto fischio tra i crini tremanti della triade: e golia improvvisamente vide uno specchio.
Ora tutto questo discorso per glissare sul gol di Veron, chi lo ricorderà? neanche i bruchi milanesi temo, e sul golletto sbagliato da Del Piero, che è sempre buono, educato e gobbo ma, come dice nietzchianamente Gazzoni congedandosi dal Calciomondo, anche Umano troppo umano..
Per glissare su sti due episodi a mio parere poco significativi e per focalizzare dunque ancora:
la masnada di Moratti rischia di vincere il Campionato.
E sarà forse giunto allora il momento di cambiargli nome, al Campionato.
E allora anche alla Coppa del mondo. Perchè per farne una supercoppa, mi sa che così si rischia di dover aspettare i marziani.

A.
(juventusinterzeroauno)

Calcio d'estate

siamo in ferie..l'avevo dimenticato.
un paio di giorni soltanto.
importante, però.
ricordare che nel mondo delle inutile amichevoli estive
il torneo Berlusconi è stato qualcosa di molto vicino al Calcio vero.
Buffon e Nedved infortunati capello che si rammarica perchè certi interventi SUI SUOI andrebbero evitati.
Sì, c'è proprio tutto.

A.

La sensualità del Tango

Anche io vivo spesso al Bar dello Sport, perché l’aperitivo dei vecchi, camparino e vino e bianco, lo pago 1 euro e 50 centesimi, quanto mezzo pacchetto di Nazionali o un sacchetto di caramelle all’orzo.

Vengo al Bar dello Sport perché il cesso è più pulito che a casa mia, perché Antonio versa da bere in un modo talmente nauseante e immorale che i sommelier possono entrare solo accompagnati dalla barella.

Ma vengo al Bar dello Sport perché il calcio, per tutti lì dentro, è un’epifania perpetua di un modo di vivere, è la Metafora, è il Criterio Valutativo di ogni esperienza quotidiana, è la Regola Aurea del nostro metabolismo. In culo a Murdoch e a tutti i suoi filibustieri, che almeno sapessi cosa vuole dire questa parola potrei immaginarlo meglio nella mia testa.

Così capita, intorno a quel tavolino disertato perfino dalla piattole da quanto è marcio e appestato, di mettersi a sedere, ordinare e subito rialzarsi per andarsi a prendere un cordialino, e principiare a discutere di tutto purché si parli di calcio.

Come ieri, quando sono passato mogio e stanco nel mezzo della piazzetta Rossa di Scandicci, che poco ha da invidiare alla riproduzione in scala presente da un po’ di tempo a Mosca, ed improvvisamente mi sono visto passare un proiettile argenteo e lucido davanti agli occhi. Per un attimo non ho capito, poi è bastato il dolore che ho sentito dentro per sentire, per la prima volta, il respiro affannoso della Terra, per Rendermi Conto.

Ho seguito il razzo ferrigno con lo sguardo, ed alla fine ho capito: “E’ il Roteiro” - e anche il correttore automatico di Word si schifa a farmi scrivere questa parola, e la corregge inesorabilmente.

Il Roteiro, il maledetto pallone dell’Adidas da un milione di Euro, ed era posseduto da un bambino, un essere inetto di pochi anni di vita, inconsapevole che aveva appena tirato un calcio all’Apocalisse, alla Fine.

Allora sono quasi svenuto, oppure ho preso per la prima volta per mano Ganesh, e dall’infinità della Sua Saggezza mi ha portato venti anni fa, nella stessa piazza. Ho visto dei candidi bambini giocare a calcio, ma tra i loro arti inferiori non gravitavano sfere prese in leasing dai genitori, ma solo Tango e SuperTele.

Me li sono visti davanti, ed ho ricordato.

Ho ricordato il SuperTele, blu, rosso era da finocchi, e l’interruzione del rapporto causa-effetto che lui provocava, sfottendosene delle leggi della fisica. Calciavi in alto, te lo ritrovavi in basso a destra, passavi piano al compagno di squadra, e ritrovavi il pallone inesorabilmente sopra il tetto più alto di tutta la città. Lui sì, figlio di Eolo, che era un pallone Divino. Amava la natura, donava la sua energia al Sole, che, come Madre Natura insegna, succhiava la sua aria, fino a farlo diventare delle dimensioni di un testicolo.

“ Non lasciare il pallone in terrazza al sole, che domani non te lo ricompro nuovo!”

Poi, in un momento di lucidità improvvisa, il primo momento di lucidità di tutta la mia vita, ecco il Tango, il pallone padre di tutte le partite di calcio. Che bello. Era di plastica, simil-cuoio: disegnato appositamente come un vero pallone per fare sbavare i bambini. Lo vendevano in scatole di cartone con sopra disegnati due giocatori impegnati in una fittizia Germania - Brasile, col verde del campo di sfondo, infinito.

Il Tango, che emozione, richiamava alla memoria pampas argentine con Passerella e Mario Kempes a passarti il pallone lanciato a rete. Lui era il pallone delle esplosioni improvvise, delle forature improponibili, delle valvole che volavano via lasciandoti con un mucchio di plastica sgonfio, un’epidermide inutilizzabile.

Il Tango si sverniciava sull’asfalto, perdeva i suoi esagoni sotto i colpi delle deFonseca. La sua esistenza era mestamente gravata da una spada di Damocle, da una maledizione immanente: bastava un momento di spossatezza del bambino più grasso del gruppo, ed ecco che, improvvisandosi sedia perfetta, diventata straordinariamente ovale, oblungo, un’ellisse inutilizzabile.

E giù botte al ciccione che mettendosi a sedere l’aveva fatto diventare più simile ad un uovo di struzzo. “Me l’hai fatto diventare ovale, ciccione maledetto, gioca Subbuteo se non ce la fai a correre!”

Oggi no, oggi i palloni sono di cuoio, come quelli dei grandi. Prima il cuoio lo toccavi solo alle scuole calcio, e te ne vantavi con gli amici. Oggi i bimbi hanno i palloni usati per gli Europei, palloni da due chili che se prendi in testa un vecchio le probabilità di ucciderlo salgono alle stelle. Questo non è il mio pallone, non è proprio il mio calcio.

Ora vado al Bar dello Sport e mi sfogo un po’.

Novantesimo minuto..senza recupero

Piove. Da due giorni.
Piove su Firenze. E non mi è difficile ricordare, in questa estate umida e nervosa,
il grande Paolo Valenti di un tempo che fu.
Cuore viola. Lo si scoprì il giorno della sua scomparsa.

Dopo di lui in tanti hanno narrato le gesta dei bipedi arzilli nell'occhio della sibilla che guardava al futuro: è questo il pallone, meraviglioso arcano nelle cui traiettorie la vita di pedestri impavidi e più o meno aggraziati si consuma. O si consegna alla memoria dei prossimi decenni nella voce degli aedi.
Novantesimo minuto era l'atto che concludeva il canto.
E' nel momento della morte che tutta una vita si significa: tragico Pasolini amante del Calcio.
In Novantesimo minuto avveniva la definizione di una paradossale coincidenza: quel che era compimento nel presente era la predizione stessa. Attraverso le immagini narranti e i volti paciosi dei giullari la predizione della sibilla roteava all'indietro. Nel presente. Configurando il meraviglioso impercettibile desiderio del pronostico. O solo la rassegnazione per avere sempre saputo. Chi avrebbe vinto. Ma di non averlo saputo segnare. Sulla scheda.
Non averlo saputo dire. Prima. Al sabato pomeriggio, al bar dello sport.
Infame reminiscenza platonica intrisa di umorismo. La vecchia signora si trucca da fanciulla e desta ribrezzo, come quel dannato pensiero: lo sapevo, lo sapevo sarebbe accaduto.
E poi i gol. Uno dopo l'altro. Senza altra distrazione che non fosse la linea bianca del campo immersa in un verde che sapeva di salute.
Soventemente disarmonica ma ben accolta, la geniale arringa del giullare a mezzo busto, sudato, sgualcito, spesso "inriportato" nel crine. A intrattenere con considerazioni serene, adulanti, straordinariamente ovvie. Tra le righe sottile di una fronte alta, alta, altissima.
E poi i gol. Uno dopo l'altro. Lanciati a raffica come dardi, come frecce , come una scarica di mitragliatrice. Difficile scansare l'urto di tanta essenziale bellezza: movimento, velocità, forza.

Non è stato più così. Dopo Paolo Valenti.
Non è stato così con gli altri di cui fare il nome mi pare inopportuno.
Ora che Novantesimo non c'è più voglio decidere io quando. Si è concluso.
Perchè sia quello vero.

Nel momento della morte tutta una vita si significa.

E per me Novantesimo finì quel giorno che tutta l'Italia scoprì che il buon Paolo Valenti tifava Fiorentina. Seranamente con lui, nel cielo di Firenze, volò tutto un mondo.

Non può essere quella di queste settimane la fine.
Non c'è stato alcun recupero. Io lo so. Io c'ero.

A.

Anche per me..il solito

Un altro posto è preso.
Quel posto dove ci sono diversi boccali vuoti.
E' di Sbabbaro.
Anche lui viene sempre qui, arriva verso le nove del mattino.
Va via alle cinque del pomeriggio. Ma che dico. Lui non va mai via.
Lui qui è di casa.
Sì, sbabbaro. Preparo il solito.
Eccoti il boccale di birra scura, densa, gelata.
Basta che ti giri, è già pronto.
Alla tua.


A.

Quizas, quizas, quizas

Siempre que te pregunto
Que cuando, como y donde

Chi è ora Antonio Cassano, il genio di Barivecchia, il primo genio di Barivecchia.
Dove proseguirà la sua carriera calcistica.
Proseguirà davvero nel trionfo questa storia vestita di fiaba, scritta, impressa nei suoi piedi, nei suoi movimenti, nel suo pallone?
Che noia. Le fiabe. D'altra parte le raccontano per fare addormentare i bambini.

Tu siempre me respondes
Quizas, quizas, quizas

Ebbene sì Bari mi diede i natali e azzardo un minimo di comprensione per Tonino il Grande (mai ossimoro fu più adeguato).
Qualcosa inizia a stancare. Qualcosa sta rischiando di rompersi irrimediabilmente.
E non fa più tenerezza, non ispira più allegria la sua faccia nè la sua presunta redenzione.
Al mondo degli adulti. Al mondo "civile" degli adulti.
Va tutto bene.
Anzi benissimo.
Non per lui.

Y asi pasan los dias
Y yo desesperado

La sua pur pigra favella sta definendo sempre più un'immagine simpatica come quella di Giuda o Neil Logan in Candy Candy. Quello scuro, ricco, antipatico. Che finisce per innamorarsi dell'eroina (pardon) e pretenderla in sposa solo per il denaro che possiede. Male, male, malissimo.
Eppure Antonio di strada ne ha fatta. Certo non è figlio di nobile facoltoso, di un businessman dell'upperclass, di un conduttore televisivo neanche. No. Il signor Cassano Senior è nell'ombra credo che sia meglio ivi rimanga (con la malinconia di aver abbandonato prole tanto aurea..ma sì sa la vita è meravigliosa diceva Capra, e qualcuno ci crede e fa bene a crederci).
Insomma conosco le strade da cui Antonio viene, almeno un po'.
E conosco un meraviglioso ragazzino, Manuel che mi raccontava di essere suo amico.

Y tu contestando
Quizas, quizas, quizas

Manuel lo allenavo io. Ora dire "allenavo" è una grossa responsabilità, nonchè una menzogna. Veniva a giocare a pallone in un oratorio dove aiutavo i ragazzini del mio quartiere a giocare senza necessariamente entrare in contatto con l'esuberanza del folklore locale.
Manuel non era ben visto dagli altri: piccolo ma tanto piccolo, sarà stato un metro e poco più a 11 anni, biondo da minaccia, secco ma abile contorsionista e manipolatore lella lingua, virtuoso delle orecchie mobili, acrobata della provocazione. Un vero sfracello in qualsiasi partita: poteva deliziare con colpi proibiti come con un repertorio vastissimi di insulti agli avi, femminei ovviamente, degli altri bambini. Eppure Manuel lo adoravo. Lo facevo entrare al campetto anche senza autorizzazione del prete -un caro amico, di nascosto (ma poi se non si fa qualcosa per quelli come lui perchè si aprono certi posti?). Ne valeva la pena. Aveva un fuoco quel ragazzino che faceva davvero bruciare tutto intorno. Gridava. Correva e molestava sempre sotto la luce del sole. Nessun pudore, nessuna furbizia, una forza d'animo dirompente e soprattutto.
Un perdente.

Estas perdiendo el tiempo
Pensando, pensando

Un perdente perchè poteva vincere soltanto a condizione valessero le regole con cui era cresciuto: le botte, il rancore, la violenza e la vendetta. A Bari tra ragazzini di quell'età non sono catartici moniti tarantiniani (ohibò dimentico i salotti in cui le badanti leggono ai bimbini le favole di Potter e dimentico i teatrini delle marionette, ma chissà perchè lo dimentico). Almeno in certi quartieri.
Ecco il problema è questo: Manuel era e sarà probabilmente un perdente. La sua forza, la sua eccezionale veemenza probabilmente sarà ben gestita da qualcuno che invece conosce le regole di questo mondo "civile". E finirà con un buco nelle gambe.
Come stare tranquilli. Come. Non so.

Por lo que mas tu quieras

Non so neanche a questo punto se Manuel può dire qualcosa su Antonio Cassano. Tranne che erano amici questo sì. Lui me lo raccontava. Aveva giocato in piazza con Antonio diverse volte.
Vero, falso chissà. Poco importa.

Hasta cuando, hasta cuando

Non so se si possa dire alcunchè su Antonio Cassano.
Adesso sembra aver toccato il fondo, dicono, sembra abbia offeso i giornalisti.
Posso comprarvi tutti, pare abbia detto.
Eh sì che loro so' sensibili e dio mio, non sia mai, che non siano protetti: ne va della democrazia. Eh sì che la democrazia è sensibile e dio mio, non sia mai che non sia protetta: ne va della libertà.
Almeno così dicono, le agenzie turistiche quando vendono viaggi a tema in Medio Oriente.
E le agenzie turistiche si sa: non mentirebbero mai.
Va tutto bene.
Anzi.
Benissimo.
Per lui no.

Y asi pasan los dias

Antonio Cassano non è compreso, crede. Non è comprensibile, ha ragione.
Cosa gli passa per la testa potrebbe essere immaturità, presunzione, volgare attaccamento a successo e denaro: o forse ancor peggio.
Io penso che gli suonino in testa i Carmina Burana.
Ecco nella testa di quel ragazzo troppe volte Orff scatta in piedi.
Tronfio baccano tremendamente futile.
Caotico fragore tremendamente ingenuo.
Non vedi. Ad ascoltare sta spazzatura ci rimetti solo tu.

Y yo desesperado

Antonio inizia a stancare. Non apre gli occhi e continua a esser piccolo ma tanto piccolo, sarà stato un metro e poco più a 23 anni, biondo da minaccia, secco ma abile contorsionista e manipolatore lella lingua, virtuoso delle orecchie mobili, acrobata della provocazione. Un vero sfracello in qualsiasi partita: poteva deliziare con colpi proibiti come con un repertorio vastissimi di insulti agli avi, femminei ovviamente, degli altri bambini.

Y tu contestando
Quizas, quizas, quizas

A.

Un posto riservato..

Da oggi Al bar dello sport un posto sarà riservato.
Uno di quei posti che nessun casuale avventore può occupare.
Quei posti che, si sa, in un bar si assegnano naturalmente.

Sempre la stessa sedia. Un cenno degli occhi per ordinare.

Il caro Nukes della community di Ozoz si unirà alle chiacchiere di questo loco..
Inutile io nasconda la mia soddisfazione e il mio entusiasmo per la sua collaborazione.
Una penna preziosa.

Buon tempo,

A.

Gianni Brera racconta italiagermaniaquattroatre

Un dovuto ricordo, una dedica, un pensiero al cielo.
Da piccino, lo ricordo. La sera davanti alla tv, provando a non addormentarmi.
Per sentirlo enormemente parlare, raccontare, scrivere.

A.

(segue dal sito http://www.brera.net/gianni/ )

Italia-Germania 4-3di Gianni Brera Il Giorno, 18 giugno 1970
Italia: Albertosi; Burgnich, Facchetti; Bertini, Rosato (dal 1' del p.t. suppl. Poletti ), Cera; Domenghini, Mazzola (dal 46' Rivera), Boninsegna, De Sisti, Riva.

Germania Ovest: Maier; Vogts, Patzke ( Held dal 65' ); Schnellinger, Schultz, Beckenbauer; Grabowoski, Overath, Seeler, Müller, Löhr (Libuda dal 51' ).

Arbitro: Yamasaki ( Messico )

Marcatori: Boninsegna all'8' del p.t.; Schnellinger al 45' del s.t.; Müller al 4' del p.t.suppl.; Burgnich all' 8' del p.t.suppl.; Riva al 14' del p.t. suppl.; Müller al 5' del s.t. suppl.; Rivera al 6' del s.t. suppl.

"Il vero calcio rientra nell' epica... la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria o labile o costante..." Non fossi sfinito per l' emozione, le troppe note prese e poi svolte in frenesia, le seriazioni statistiche e le molte cartelle dettate quasi in trance, giuro candidamente che attaccherei questo pezzo secondo ritmi e le iperboli di un autentico epinicio. Oppure mi affiderei subito al ditirambo, che è più mosso di schemi, più astruso, più matto, dunque più idoneo a esprimere sentimenti, gesti atletici, fatti e misfatti della partita di semifinale giocata all' Azteca dalle nazionali d'Italia e di Germania.
Un giorno dovrò pur tentare. Il vero calcio rientra nell' epica: la sonorità dell' esametro classico si ritrova intatta nel novenario italiano, i cui accenti si prestano ad esaltare la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria e labile o costante...Trattandosi di un tentativo nuovissimo, non dovrei neanche temere di passare per presuntuoso. "Se tutti dovessero fare quello che sanno", ha sentenziato Petrolini, "nulla o quasi verrebbe fatto su questa terra".
È vero. Prima di costruire il ponte di Brooklyn, l' architetto che lo progetta non è affatto sicuro di esserne capace. Io stesso, disponendomi a cantare una partita di calcio, non saprei di poterne cavare qualcosa di valido. Però la tentazione è grande: ed io rinuncio adesso perché sono stremato, non perché non senta granire dentro la voglia di poetare. Italia-Germania è giusto di quelle partite che si ha pudore di considerare criticamente. La tecnica e la tattica sono astrazioni crudeli.
Il gioco vi si svolge secondo meno vigili istinti. Il cuore pompa sangue ossigenato dai polmoni con sofferenze atroci. La fatica si accumula nei muscoli male irrorati. La squadra, a stento nata traverso la applicazione assidua di molti, si disperde letteralmente. Campeggia su diversi toni l' individuo grande o fasullo, coraggioso o perfido, leale o carogna, lucido o intronato. Se assisti con sufficiente freddezza, annoti secondo coscienza. Non ti lasci trasportare, non credi ai facili sentimenti, non credi al cuore (anche se romba nelle orecchie e salta in gola). Ho sempre in mente di aver cercato invano di capire come siano andate realmente le cose nella finale mondiale 1934. Nessun cronista italiano aveva visto: tutti avevano unicamente sentito.
Ora mi terrorizza l' idea che qualcuno debba scorrere un giorno questo articolo senza capire né poco né punto come si sia svolta la memorabile semifinale Italia-Germania dei mondiali 1970. Retorica ne ho fatta solo a rovescio, giustificando la mia umana impotenza a poetare. Ho dato un. idea di quanto avrebbe meritato lo spettacolo dal punto di vista sentimentale? Bene, non intendo abbandonarmi a iperboli di sorta.
Fuori dunque le cifre: e vediamo di interpretarle secondo onestà critica e competenza. Soffoco i miei sentimenti di tifoso con fredda determinazione. Parliamo allora di calcio, non di bubbole isteroidi. I bravi messicani sono impazziti a vedere italiani e tedeschi incornarsi con tanto furore. Adesso fanno i loro ditirambi. Pensano di apporre una lapide all' Azteca. Sarei curioso di leggere: e magari di veder fallire in altri la voglia di poetare ore rotundo.
I nostri ospiti hanno gaiamente bruciato adrenalina ad ogni sconquasso, e Dio sa quanti ne siano stati perpetrati in campo. Ma domenica c'è Italia-Brasile, e sarà, garantito, anche peggio. Basterà una lapide un po' più grande per ricordare tutto. Non anticipiamo, please. In finale sono due "equipos bicampeones": dunque è sicuro ( a meno di eventi imponderabili ) che la Coppa Rimet avrà finalmente un padrone definitivo. Questo conta!
La squadra azzurra, benchè gloriosissima finalista, non va troppo lodata per ora. Guardiamola freddamente. L' Italia è finalista, con il Brasile, della Coppa Rimet: questo può bastare alla nostra gioia di tifosi, anche se sul partitone di ieri, che ci ha portato a battere i tedeschi, è meglio ragionare, di modo che non si gonfino equivoci pericolosi. La prima doverosa constatazione è questa: gli italiani si sono battuti, quasi tutti, con slancio virile, molto ammirevole e, in certo modo, sorprendente. È difficile non dirsi fieri di questi guaglioni, dopo quanto si è visto e sofferto.
Se l' altura non è un' opinione, vinceremo per la terza volta i mondiali: questo ho detto e ripeto. Ma bisognerà che non giochiamo come s'è fatto ieri, proprio no. La memorabile partita è stata avvincente sotto l'aspetto agonistico e spettacolare: si è conclusa bene per noi, e questo è il suo maggiore pregio, ai miei occhi disincantati. Sotto l' aspetto tecnico-tattico, è da ricordare con vero sgomento. Sia gli italiani sia i tedeschi hanno fatto l'impossibile per perderla. Vi sono riusciti i tedeschi.
Evviva noi! Errori ne sono stati commessi millanta, che tutta notte canta. I tedeschi ne hanno forse commessi meno di noi, ma uno solo, madornale, è costato loro la sconfitta. Enumero gli errori italiani. Si parte con Mazzola, buon difensore, si segna e si regge benino. Marcature discutibili (su Seeler andava messo d'urgenza Burgnich): ma all' avvio tutto fila. Boninsegna tenta di servire Riva, stolidamente soffocato in mischia, riceve un rimpallo di Vogts e cannoneggia a rete: sinistro imperdonabile: gol. È il 7' . I tedeschi arrancano grevi. Giocano con tre punte e mezzo, come con gli inglesi: le ali, Muller e Seeler. Acuiscono via via il forcing ma non cavano più di due tiri-gol di Grabowski: li sventano Rosato e Albertosi. Muller conclude fuori una volta. Seeler non riesce a tirare affatto: rifinisce soltanto.
Gli italiani concludono spesso con Riva, tuttavia mal situato. Mazzola tiene Beckembauer e potrebbe segnare al 40' se l'arbitro gli concedesse la regola del vantaggio. Facchetti inciampa nei piedi di Beckembauer, lanciato a rete, e lo fa ruzzolare. Un arbitro meno onesto darebbe rigore (17' ). Riva spreca di testa una palla-gol (40') e un' altra ne sbuccia a metà (parata in angolo di Maier:42').
Secondo tempo. Mazzola e Boninsegna sono stati avvertiti il mattino che uno di loro verrà sostituito da Rivera. Nell'intervallo si sostituisce Mazzola, il migliore in campo. Un collega tedesco, Rolf Guenther, sospira: "L' ultima nostra speranza è riposta in Rivera". Maledetto. Come sostituire Bonimba, pure molto bravo, e autore del gol? Dunque, fuori Mazzola. Entra Rivera e assiste smarrito al forcing tedesco, sempre più acre. Domenghini è chiamato su Beckembauer ma, ben presto, Schoen manda in campo Libuda, a destra, sul più sciagurato Facchetti dell' anno, e poi addirittura espelle Patzke e getta in mischia Held, un grintoso biondone dal piglio da ss. Domenghini deve dividersi, a soccorso di tutti.
Il forcing tedesco è così fiducioso che Riva al 5' e Rivera al 12' possono battere a rete autentiche palle-gol. Purtroppo sono sciape, e Maier le para entrambe. Sotto Albertosi, continue gragnuole. Seeler giganteggia, sgomitando Bertini e venendone sgomitato. Mischie furenti nella nostra area. Due falli da rigore rilevati per onestà (e dàlli): Rosato su Beckembauer e Bertini su Seeler. Una rimbombante traversa di Overath (19' ). Una respinta di Rosato sulla linea. Un gol sbagliato da Muller. Due o tre parate gol di Albertosi.
I tedeschi ci assediano. Rivera guarda. Domenghini affoga. Dal'area, continui richiami. Nessuno torna, dalle posizioni di punta (eppure Riva è meglio in difesa che all' attacco, di questi tempi: sissignori). Il predominio tedesco è avvilente. Il pubblico ruggisce all' ingiustizia del punteggio. I tedeschi attaccano con Libuda, Seeler, Muller, Held e Grabowski di punta, e dietro loro premono Beckembauer e Overath. Un vero disastro. Una sproporzione di forze impressionante. Valcareggi prende atto. Io arrivo ad augurarmi che segnino alla svelta i tedeschi perchè mi vergogno (e ne soffro).
Sono difensivista convinto ma questo non è calcio: è una miseria pedatoria. E anche stupidità. Non abbiamo vigore sufficiente al facile contropiede. I tedeschi schiumano rabbia. Infine pareggia Schnellinger, al 47' 30". E meno male che è lui, der italiener. Non l' abbiamo corrotto: Carletto è onesto Segna. È la sesta punta. Schoen gioca senza libero, ormai. Vogts su Riva e Schultz su Bonimba. Gli altri, tutti avanti (per nostra fortuna).
Tempi supplementari. Si fa male Rosato, entra Poletti. A parte una lecca a Held, che se la merita, gioca di punta per i tedeschi, e segna al 5' . Cross di Libuda (che inciucchisce Facchetti), testa a rifinire di Seeler: palla morta in area, Poletti non stanga via, accompagna di petto verso porta: Muler si frappone: Poletti e Albertosi fanno la magra: 1-2. Sciagura. Pubblico osannante. Meritiamo, meritiamo, come no?
Ma qui incominciano gli errori tedeschi. Pur imitando Ramsey, Herr Schoen ci ha preso per degli inglesi. E insiste a WM. Vogts commette fallo su Riva. Rivera tenta il pallonetto perché incorni qualcuno: chi c'è in area tedesca? Il furentissimo Held. Il quale di petto mette graziosamente palla sul sinistro di Burgnich, l'immenso: 2-2. Dice che il pubblico si diverte, a questi scempi. Il critico prende atto: ma rabbrividisce pure.
I tedeschi sono proprio tonti: ecco perché li abbiamo quasi sempre battuti. Nel calcio vale anche l' astuzia tattica non solo la truculenza, l' impegno, il fondo atletico e la bravura tecnica. I tedeschi seguitano a pencolare avanti in massa. Così segna anche Riva. Domenghini si ritrova all' ala sinistra (dove non è il mio grande grandissimo sbirolentissimo Bergheim?): crossa basso: trova Riva. Riva tocca a lato di esterno sinistro, secco, breve: scarta di netto Vogts ed esplode la rituale mancinata di collo. Gol strepitoso.
É il 14' del primo tempo supplementare. I tedeschi sono anche eroici (e quante botte pigliano e danno). Sono stanchi morti, ma quando Seeler suona il tamburo (con il gomito in faccia a Bertini) tutti ritrovano la forza per tornar sotto e pareggiare. É angolo a destra. Batte Libuda. Seeler stacca da sinistra e rispedisce a destra: Muller dà una incornatina che Albertosi segue tranquillo: sul palo è Rivera (ma sì, ma sì): il quale sembra si scansi. Albertosi lo strozzerebbe. Rivera china il capino zazzeruto e la fortuna sua e nostra gli offre subito il destro di salvare sé e la squadra. É il 6' : lanciato sulla sinistra: Boninsegna ingaggia l' ennesimo duello con il cottissimo Schultz: riesce a crossare basso indietro: i pochi tedeschi in zona sono su Riva. Rivera in comodo allungo si trova la palla sul piatto destro e freddamente infila Maier, già squilibrato prima del tiro.
Adesso è proprio finita. I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimenti (a mi, nanca un po' ). Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato.
Come dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato l' infarto, non per ischerzo, non per posa. Il calcio giocato è stato quasi tutto confuso e scadente, se dobbiamo giudicarlo sotto l'aspetto tecnico-tattico. Sotto l'aspetto agonistico, quindi anche sentimentale, una vera squisitezza, tanto è vero che i messicani non la finiscono di laudare (in quanto di calcio poco ne san masticare, pori nan).
I tedeschi meritano l' onore delle armi. Hanno sbagliato meno di noi ma il loro prolungato errore tattico è stato fondamentale. Noi ne abbiamo commesse più di Ravetta, famoso scavezzacollo lombardo. Ci è andata bene. Siamo stati anche bravi a tentare sempre, dopo il grazioso regalo fatto a Burgnich (2-2). L' idea di impiegare i dioscuri Mazzola e Rivera è stata un po' meno allegra che nell' amichevole con il Messico. Effettivamente Rivera va tolto dalla difesa. Io non ce l' ho affatto con il biondo e gentile Rivera, maledetti: io non posso vedere il calcio a rovescio: sono pagato per fare questo mestiere. Vi siete accorti o no del disastro che Rivera ha propiziato nel secondo tempo?
Tutto all'aria, tutto sconnesso. Se non vedete e amate, almeno rispettate chi vede, e proprio perché vede si raccomanda che Rivera sia punta o mezza punta, non centrocampista, mai! Da punta è andato benissimo, sia nell' amichevole con il messico, sia con gli stessi tedeschi, sebbene di palle ne abbia lavorate assai poche. I sentimentali, immagino, avranno cantato sonori peana per tutti. Preferisco attenermi alla realtà non senza ringraziare i tedeschi per la loro cieca dabbenaggine tattica e l'arbitro Yamasaki per la sua vigile comprensione...
Ora siamo in finale, e si può vincere. Ma bisogna condurre veramente la squadra, non guardarla atterriti dalla panchina. Valcareggi e Mandelli, guidati da Franchi (ma sì) hanno molta fortuna: Napoleone gradiva moltissimo i generali fortunati. Sono graditi anche da noi, benché siamo tifosi e non imperatori. Però la fortuna - alla lunga - meritata. Mercoledì è stata meritata, onestamente: e fortuna è stata anche quella di non vincere 1-0 in 90' rubando la partita da pitocchi, dopo la rabbiosa e squassante offensiva tedesca.
Il 4-3, a pensarci, legittima tutto: anche le nostre fondate ambizioni a vincere definitivamente la rimet. Ma se commettiamo gli sfondoni di mercoledì con il fiero e disinvolto Brasile, poco poco ne prendiamo de goleada. Attenti, allora. Da domani studiamo la partita, ci ragioniamo su e vediamo com è possibile farla nostra, se davvero sarà possibile.

Copyright ©1999 - della Zolla Bros.

Certe persone non le capisco.

Sto ragazzo.
Un po' secco, scuretto, strane spalle che sembrano attaccate ad una gruccia.
Che vuole.
Non lo so.
Mutu si aggirava disperato ieri sera per il campo. Voleva giustizia, o solo voleva litigare.
E questa cosa non la capisco.
Ma come. Hai trovato la casa dei tuoi sogni, una vera famiglia che condivide ogni tua abitudine e un maestro di morale e valori veri come Fabio Capello. Perchè tutto questo nervosismo, perchè!!!
Eppure non credo possa lamentarsi della qualità delle attrezzature torinesi, bene o male si sa hanno l'organizzazione migliore. Non ci pensa il caro Mutu a chi, per procurarsi ben meno che gli effluvi di sanguigna purezza juventina, è costretto a luoghi scuri, anfratti maledetti, vicoli suburbani dove la legalità è ombrata di misteriosi scambi.

Eppur si muove.

Alla Juventus ieri è mancato poco. Poco perchè non fosse il consueto spettacolo di sportività e valore agonistico (sano) di cui è immancabile protagonista. Me ne cruccio: ora li sentirete i maliziosi insinuare che è impossibile che perdano. Contro la Roma. E' impossibile che riperdano 4 a 0 contro la Roma. E' impossibile che Totti rifaccia quello sgarbo immemore. E' impossibile.
La colpa è dell'angelo caduto, il redivivo e luciferino Del Piero che scivolando nell'orgoglioso tentativo di scalfire l'unicità de iddomineiddio (vedi post precedente) veniva precipitato nei gironi dell'Ade.
E Caronte lo vide assegnando un calcio di rigore. Falso, perchè non c'era e mellifluo perchè non gliene frega niente a nessuno (forse a me sì).

Ma il dubbio più lacerante durante tutta la partita di ieri sera è stato: cosa vogliono Cerqueti e Sandreani. O meglio qual è il loro lavoro. Polemicamente sarebbe facile ricordare gli esimi colleghi dei succitati qual valore difendono nella lotta quotidiana al deficit culturale e morale che par loro congenito. Vero.
I giornalisti soffrono, piangono, si struggono quasi le Mamme di Toto Cutugno -che dio l'abbia in gloria. Senza dubbio alcuno. Sarebbe ingiusto e ingiustificabile indulgere a sì vigliacca tentazione. Non lo farò.
Bensì azzarderò una complessa ermeneutica del commento calcistico.
Cerqueti e Sandreani volevano prima di ogni cosa, con tutto il cuore, con tutta l'anima ricordarci: che siamo ad agosto e i giocatori sono stanchi per i carichi elevati di lavoro. L'idea di usare per 200 volte parole diverse al fin di dire il medesimo concetto sbalordirebbe Quineau. Eppure non è solo questo, se può sembrare soprattutto questo.
A un certo punto la loro maliarda retorica ha insinuato il potere dell'immaginazione: e se Frank Zappa inondava i suoi spalti con mirabili e sinuose insinuazioni melodiche, ecco la coppia mistica della Rai inneggiare al gIUoco del calcio. Ah. Quando rivedremo le moglie le fidanzate e i bambini (interessante la promulgazione di una tanto attesa verità: la donna non esiste) allo stadio e certe scene smetteranno, ah sì che smetteranno di farci riflettere!!
Ma.
Per favore.
Dopo cinque minuti cinque.
Un paio di risse e le solite coreografiche cariche in casco blu.
E tiravo un sospiro di sollievo. Casa dolce casa.

Amore, ti prego. Spegni la luce. Voglio dormire.

Tralascio il culto sì vituperante dei suddetti commentatori al rigore concesso dall'illustre arbitro Rocchi ("forse dubbio"..Pascal lo dimostrò, dubitare conviene mon amour).
Non se ne addolori il referee: con la Juve è capitato a tutti.
Eppure il cuore, timido, sussurra: basta,
basta dire che il gobbo Alex,
gobbo di nome e di fatto,
è per antonomasia sportivo, educato, docile e mansueto.
Un Dolce Remi sotto la neve ad imperitura memoria.
Deo gratias.

Aquilone
sì ben cantato dagli Alunni del sole
si è alzato in volo ier sera
e lo farà ancora.
L'odore acre delle foglie
sui viali agostani
annuncia l'autunno a venire.

Chapeau.

A.
(juventusromadueadue)

Benvenuti al Bar dello sport.

Martuscello a 30 miliardi.
L'ho comprato io, quando giocava nell'Empoli. Allora risero.
Ridono ancora.

Lo sport è il Calcio. Il Calcio non è solo lo sport.
Il Calcio è arte, vita, religione, scienza.

Non il gIUOco del calcio. Quello oramai snaturato.. dei miliardi, degli interessi, degli ultras violenti..No.
Non mi interessa.

Io voglio proporre un cambio di prospettiva.
Io parlo di Calcio.
Calcio e basta.
Una dimensione umana, una pienezza spirituale, una scelta mistica.
Il Calcio ha sempre ragione. il Calcio su tutto.
E il tempio dove si compie il rito è il bar, il Bar dello sport.
Perchè al Bar dello sport si prende un caffè, una gazzosa o una birra (..ah amabile peroncino!), il frustrante andazzo del quotidiano rallenta, le luci si abbassano, l'occhio si riposa tra le macchie sul bancone mai lavato e lo specchio incapace di riflettere. Ai muri, gigantografie di eroi caduti gloriosamente o decaduti nell'infamia interrompono le geografie dell'umidità; le stesse pause di genio che cadenzano i rintocchi del Destino, alternano i ricordi. E i calendari mostrano le giornate, le giornate della gioia o dell'ira, ben custodite nel cuore innamorato.
Ma è solo l'inizio del rito: se sfogli il giornale, uno qualsiasi, nella testa le opinioni prendono forma.
E si compie il miracolo.

Tu sai
la verità meglio di chiunque altro.
Tu sei
DIO.

Io quel giorno ero Dio quando in un'asta del Fantacalcio proruppi con visibile soddisfazione.
Trenta miliardi su duecento. Per far mio Martuscello.
Risero. ancora Ridono.
Con tutti gli altri miliardi presi Totti.
Così, per stare tranquillo.

Benvenuti al Bar dello sport.

A.