La sensualità del Tango

Anche io vivo spesso al Bar dello Sport, perché l’aperitivo dei vecchi, camparino e vino e bianco, lo pago 1 euro e 50 centesimi, quanto mezzo pacchetto di Nazionali o un sacchetto di caramelle all’orzo.

Vengo al Bar dello Sport perché il cesso è più pulito che a casa mia, perché Antonio versa da bere in un modo talmente nauseante e immorale che i sommelier possono entrare solo accompagnati dalla barella.

Ma vengo al Bar dello Sport perché il calcio, per tutti lì dentro, è un’epifania perpetua di un modo di vivere, è la Metafora, è il Criterio Valutativo di ogni esperienza quotidiana, è la Regola Aurea del nostro metabolismo. In culo a Murdoch e a tutti i suoi filibustieri, che almeno sapessi cosa vuole dire questa parola potrei immaginarlo meglio nella mia testa.

Così capita, intorno a quel tavolino disertato perfino dalla piattole da quanto è marcio e appestato, di mettersi a sedere, ordinare e subito rialzarsi per andarsi a prendere un cordialino, e principiare a discutere di tutto purché si parli di calcio.

Come ieri, quando sono passato mogio e stanco nel mezzo della piazzetta Rossa di Scandicci, che poco ha da invidiare alla riproduzione in scala presente da un po’ di tempo a Mosca, ed improvvisamente mi sono visto passare un proiettile argenteo e lucido davanti agli occhi. Per un attimo non ho capito, poi è bastato il dolore che ho sentito dentro per sentire, per la prima volta, il respiro affannoso della Terra, per Rendermi Conto.

Ho seguito il razzo ferrigno con lo sguardo, ed alla fine ho capito: “E’ il Roteiro” - e anche il correttore automatico di Word si schifa a farmi scrivere questa parola, e la corregge inesorabilmente.

Il Roteiro, il maledetto pallone dell’Adidas da un milione di Euro, ed era posseduto da un bambino, un essere inetto di pochi anni di vita, inconsapevole che aveva appena tirato un calcio all’Apocalisse, alla Fine.

Allora sono quasi svenuto, oppure ho preso per la prima volta per mano Ganesh, e dall’infinità della Sua Saggezza mi ha portato venti anni fa, nella stessa piazza. Ho visto dei candidi bambini giocare a calcio, ma tra i loro arti inferiori non gravitavano sfere prese in leasing dai genitori, ma solo Tango e SuperTele.

Me li sono visti davanti, ed ho ricordato.

Ho ricordato il SuperTele, blu, rosso era da finocchi, e l’interruzione del rapporto causa-effetto che lui provocava, sfottendosene delle leggi della fisica. Calciavi in alto, te lo ritrovavi in basso a destra, passavi piano al compagno di squadra, e ritrovavi il pallone inesorabilmente sopra il tetto più alto di tutta la città. Lui sì, figlio di Eolo, che era un pallone Divino. Amava la natura, donava la sua energia al Sole, che, come Madre Natura insegna, succhiava la sua aria, fino a farlo diventare delle dimensioni di un testicolo.

“ Non lasciare il pallone in terrazza al sole, che domani non te lo ricompro nuovo!”

Poi, in un momento di lucidità improvvisa, il primo momento di lucidità di tutta la mia vita, ecco il Tango, il pallone padre di tutte le partite di calcio. Che bello. Era di plastica, simil-cuoio: disegnato appositamente come un vero pallone per fare sbavare i bambini. Lo vendevano in scatole di cartone con sopra disegnati due giocatori impegnati in una fittizia Germania - Brasile, col verde del campo di sfondo, infinito.

Il Tango, che emozione, richiamava alla memoria pampas argentine con Passerella e Mario Kempes a passarti il pallone lanciato a rete. Lui era il pallone delle esplosioni improvvise, delle forature improponibili, delle valvole che volavano via lasciandoti con un mucchio di plastica sgonfio, un’epidermide inutilizzabile.

Il Tango si sverniciava sull’asfalto, perdeva i suoi esagoni sotto i colpi delle deFonseca. La sua esistenza era mestamente gravata da una spada di Damocle, da una maledizione immanente: bastava un momento di spossatezza del bambino più grasso del gruppo, ed ecco che, improvvisandosi sedia perfetta, diventata straordinariamente ovale, oblungo, un’ellisse inutilizzabile.

E giù botte al ciccione che mettendosi a sedere l’aveva fatto diventare più simile ad un uovo di struzzo. “Me l’hai fatto diventare ovale, ciccione maledetto, gioca Subbuteo se non ce la fai a correre!”

Oggi no, oggi i palloni sono di cuoio, come quelli dei grandi. Prima il cuoio lo toccavi solo alle scuole calcio, e te ne vantavi con gli amici. Oggi i bimbi hanno i palloni usati per gli Europei, palloni da due chili che se prendi in testa un vecchio le probabilità di ucciderlo salgono alle stelle. Questo non è il mio pallone, non è proprio il mio calcio.

Ora vado al Bar dello Sport e mi sfogo un po’.

1 commento:

Antonio Sofia ha detto...

grandissimo gianluca :-D
e vola il SuperTele dei nostri sogni (blu o rosso non importa :-D..ma l'arancione del super Santos fu dunque coniato per evitare le discriminazioni?:-D)..
e risuona sensuale la musica del Tango
e il suo peso sul collo del piede.
contro il muro il Tango.
esplodeva.
in una pienezza che era di spirito.

un esordio eccellente amico mio.
buone vacanze!
A.