Polsen l'irriducibile

Vi ricordate quando all'europeo Il Capitano venne crocifisso perché osò sputare addosso al signor Polsen? Tutte le telecamere ipocrite immortalarono per giorni e giorni il deplorevole accadimento, squalifica esemplare, accuse a non finire. I danesi, bontà loro, dipinti come al solito come signorini beneducati intrisi di fair play imbattutisi in questo bruto e schifoso romanaccio. Bene. Ieri sera c'è stata la partita di Champions, Shalke 04-Milan. Il signor Polsen ha marcato Kakà, il modello di Armani, Kakà. Improvvisamente, tutta la stampa ipocrita italidiota padana si è scagliata contro questo mostro vichingo che ha osato deturpare le cavigliucce dorate del campioncino. Addirittura Ancelotti, Seedorf, Costacurta sono insorti, minacciando il cattivo Polsen, promettendo una resa dei conti negli spogliatoi in puro stile far west. L'allenatore del Milan nientepopodimeno giustificando Totti e andando anche oltre il gesto dello sputo (Seedorf ha detto, testuale: questo lo ammazzerei!!!). Anche Bruno Longhi, bontà sua, in telecronaca diretta ha osato dire che, se certo lo sputo di Totti non era da giustificare, però, forza! Questo Polsen andava fermato in qualche modo. Insomma ci voleva il faccino delicatino di Kakino per fare, in qualche modo, giustizia al Capitano. Mamma mia... quanto siamo tristi, vero Galliani???!!!

Il mio mercoledì senza Calcio

Ieri, mercoledì, il Calcio sorprendeva la quotidianità infrasettimanale irrompendo nelle consuetudini senza prendersi troppe premure.
Il tifoso è ingordo si sa: mettigli la partita al mercoledì e, se è vero che si lamenterà per ore e per giorni dei peccati del calcio moderno, è certo che all'ora fissata sarà Romeo, Romeo a invocar la Luna.
Ieri, mercoledì non c'era l'Europa dalle mascherate abitudini: l'Uefa dei pezzenti, la Champions dei pret-a-porter languivano e pascevano, mentre il Campionato più bello del mondo raccattava un giorno libero alle sue grazie.

Eppure
ieri, mercoledì
io non c'ero.

E non mi si dica che l'Amor che fu non è più. Sfido io a strapparmi il cuore e controllare i pesi delle mie passioni. La Roma è per me. Sempre la Roma.
E non è in discussione che sia stata la difesa di una serata infrasettimanale, in rigore ortodosso e senza pecche alla Palloneagonìa, a costringermi in abiti di ferrea coerenza, a tenermi distante, silenzioso, ignorante, i calciomorfi destini.
Eppure non c'ero.
Non ero a guardar la partita, ad ascoltar le partite.

Perchè ieri ero vicino a Laura, che aveva concluso sei mesi di lavoro ed era stanca. E il mercoledì, questo mercoledì era più bello starle vicino. Si è addormentata presto, mentre a Roma Totti tornava a segnare, mentre la Juve cercava Iaquinta, mentre..e sì mentre tutto quel che si sa che è stato accadeva, io ero abbracciato a Laura.

E mi rendo conto di quanto sia bello il Calcio, quando lo lasci.
Perchè se sei tifoso e puoi privarti della Roma, del pallone e delle chiacchiere con cui sei sempre cresciuto, allora
vuol dire
che hai qualcosa di veramente prezioso
nella tua vita.

Per cui sorridere.

A Domenica.
Ci sarò, più leggero,
ancora io.

A.
(romaparmaquattroauno)

Iaquinta? Tanto la Roma è devastante

Il caso Iaquinta se non avesse del vergognoso sarebbe un caso da ridere. Guarda un po', uno dei centravanti più forti del momento, proprio in occasione della partita con la Juve, viene lasciato inspiegabilmente fuori. Anzi, una spiegazione ce la danno, di stampo tipicamente aziendalista: il giocatore non si allinea allo spirito della squadra. Pozzo teme addiritura che possa fare il 'sindacalista', che, detto in termini Maccartisti (a proposito, sull'argomento andatevi a vedere il film Good night and Good luck, di George Clooney), suona come: sei un pericoloso comunista perché difendi i tuoi diritti. Bà! Tanto quest'anno la Juve possono cercare di aiutarla come vogliono, possono farle favori su favori, regali su regali; se la Roma gioca come ieri sera non ce n'è per nessuno. E non è mera esaltazione da vittoria. E' la riflessione dopo aver visto all'opera una squadra totalmente rivitalizzata, un Totti a livello di Zidane e Ronaldinho messi insieme, una difesa arcigna, un attacco che avrebbe potuto fare altri tre gol netti minimo. Sì, possono provare ad aiutarla come vogliono la Juve, tanto la Roma se gioca così è devastante. E non ci fermerà nemmeno Trefoloni quest'anno. Intanto, domenica Forza Parma e poi Forza Inter fra due domeniche. Ma quando torna Cassano che faremo, se pure lui si mette in testa di giocare come sa?

La Sig.ra Mazzoleni e lo scudetto ogni 10 anni

M'era sfuggita questa perla, per questo ne scrivo solo adesso. E chiedo scusa ai tifosi romanisti per questa pecca. Dunque la signora Mazzoleni, dirigente giallorosso nonché braccio destro di Rossella Sensi (che bello siamo l'unica squadra di serie A, o forse di tutto il calcio italiano, ad avere dirigenti donne), in una recente intervista rilasciata se non ricordo male alla Gazzetta, ha detto quanto segue. Punto primo; 'stiamo lavorando per vincere uno scudetto ogni 10 anni'. Punto secondo; 'fra il quarto posto e la Coppa Uefa scelgo il primo'. Io, da tifoso romanista medio, mi incazzo. Come una bestia. La signora Mazzoleni invece va anche fiera delle sue affermazioni. Lei sta dicendo che loro lavorano per farci vincere, forse, uno scudetto nel 2010 e noi dovremmo andare allo stadio felici e contenti. Non si è mai vista una cosa del genere. Io, da tifoso medio, e proprio perché sono tifose della Roma, mi aspetto una dirigenza che mi dica che lavora per vincere ogni anno, o almeno provarci. Invece devo ascoltare questi ragionieri del pallone (con tutto il rispetto per la categoria) che disquisiscono sui conticini e le entrate, le convenienze, limitano le aspirazioni ('fra il quarto posto e la coppa Uefa preferisco il primo'!!!!!!!). Sconvolgente. Questa mente geniale, questa 'illuminata' dirigente sta dicendo che non le interessa vincere, l'importante è andare in Champions, certo, e beccarsi i soldi dell'Uefa e degli sponsor. E il tifoso se ne stesse a casa a guardare Sky. Questa signora, se tutta l'attuale dirigenza non fosse obiettivamente discutibile, in una qualsiasi società seria che vuole vincere verrebbe spedita a casa ad accudire i bimbi o i nipoti. Qui invece viene fatta passare per l'avanguardia di una mentalità tutta romanista (Ma chi l'ha decisa? Avete consultato i tifosi?) che si accontenterebbe di rimanere defilati, vincere meno ma allo stesso tempo ringozzare di miliardi le sue presunte star. Io con tutto il cuore, spero che Spalletti non le dia ascolto, e punti alla finale di Eindhoven. Vogliamo la Coppa Uefa, signora Mazzoleni, se lo metta in testa. Ma i tifosi in curva si fanno sentire o no???? Cribbio!

No tridente no party

Lunedì mattina, terzo lunedì mattina, terza giornata di campionato,
terzo allenatore per il Cagliari... e un tridente... presto spuntato!
-Cosa ti do?
-La solita Guinnes... grazie!
Dicevo... lunedì mattina, milioni di italiani-allenatori, tirano le
somme.
Modestamente, rientro in quella schiera di italiani-allenatori e tiro
le somme.
Ora vi dico (secondo me), qual'è stato l'unico grande merito del nuovo
(occhio, a Cagliari si invecchia infretta!) tecnico, che poco altro
avrebbe potuto fare dopo un solo giorno passato con la squadra!
Sostituire Langella con Capone!
-Eccola qua!
-Grazie... (sorso di guinnes!)... bella fresca!
Già, il tridente non ha più ragione di esistere!
Non tanto per l'assenza di Zola (massimo rispetto a Magic Box!) quanto
per l'assenza del resto della rosa!
Nell'attuale organico del Cagliari, invertendo i vari (che poi son due
o tre) tasselli difensivi e di centrocampo, non si riuscirà mai ad
ottenere un adeguato supporto tecnico e fisico, atto a sostenere tre
attaccanti poco votati al sacrificio e al recupero della sfera! (sorso di
guinnes!)
Ecco perchè la sostituzione di Langella è sacrosanta! Capone si è
subito messo a disposizione delle due punte e della squadra, recuperando
palle, procurandosi qualche punizione e servendo degli assist alle punte -
vedi quello per esposito, sbagliato solo di un paio di centimetri - che
hanno messo un po' paura ai difensori del messina. (chissà se anche
oggi mi portano le patatine... speriamo!)
Da questa indicazione dovrebbe ripartire il Cagliari di Ballardini, da
un 4-4-2 con Capone in mezzo al campo pronto a far correre i due
velocisti rossoblu (Suazo ed Esposito).
Tra l'altro sarebbe una ottima spalla per Conti, che da solo non può
recuperare palla (vista l'inconsistenza di ABE e Gobbi!) e impostare, il
dispendio di energie è troppo, per pretendere anche lucidità in fase
conclusiva (vedi le punizioni sprecate sulla barriera). (sorso di
guinnes!)
Comunque, la nota più negativa di tutte, a mio avviso è ABE!
L'uruguaiano è solo l'ombra del giocatore che due anni fa in serie B al rientro
da Como, non faceva passare uno spillo.
La sua assenza fisica, pesa (ah ahah che contraddizione... ma siamo al
Bar dello Sport, tutto è lecito! Niente patatine?). Mi dispiace dirlo,
ma purtroppo è così. Spero per lui e per il Cagliari che sia solo una
questione di forma fisica che tarda ad arrivare!
Detto questo (ultimo - per oggi - sorso di guinnes!), rimane un bel da
fare per il nuovo Mister, al quale auguro di capire al più presto quali
sono i mali del Cagliari e di porvi rimedio... tridente o meno! (Quando
finiscono le patatine... ricompratele... per piacere!)
Ciao a tutti!
manuel

Trefoloni

Ha ragione Roberto Mancini. L'arbitro Trefoloni è indegno di arbitrare in seria A. E non perché sia corrotto o di parte, ci mancherebbe. Semplicemente perché è un incapace. Non ha la forza necessaria per prendere decisioni in momenti duri della partita. Ieri sera lo ha dimostrato per l'ennesima volta. Prima sulla sacrosanta punizione dal limite che Totti non ha potuto battere come doveva. Un Totti che Trefoloni ha pensato bene di ammonire per aver fintato il tiro per la terza volta consecutiva, vista l'impossibilità di calciare a rete dato che tutta la barriera del Livorno non è che si muoveva, semplicemente si posizionava a un metro dal pallone. Forse in quella circostanza ha ammonito Vargas, ma la sostanza è rimasta, è stato incapace di far posizionare la barriera a 9 metri. In secondo luogo il signor Trefoloni ha dimostrato la sua incapacità quando non ha assegnato alla Roma un rigore imbarazzante. Su cross dalla destra di Nonda infatti un difensore (ancora l'attivissimo e provocatore Vargas) si è gettato, in area, a respingere con tutt'e due le mani, come un portiere in tuffo. Nemmeno il guardalinee, che era di fronte all'acccaduto, ha segnalato alcunché. Quest'anno tuttavia siamo buoni, niente vittimismo. Una svista, certo. Figuriamoci. Un'altra delle ormai innumerevoli pecche di questo signore dalla faccia di bambino e dal polso di fanciulla smarrrita fra i bruti calciatori che lo minacciano e lui fa pippa. O se la prende con chi non può fargli la bua.

Chi sbaglia... trova l'America!

«Ho sbagliato con Tesser ma anche con Arrigoni».
Alla fine sono arrivate, anche se in ritardo, le scuse del vulcan(lunat)ico ex-presidente (ma ancora proprietario) del Cagliari.
Tra ammissioni (bivalenti): «A volte sbaglio, come tutti. Ma, soprattutto, manco nella comunicazione. Così, pur avendo ragione, passo dalla parte del torto». Vedasi il caso Arrigoni. «Esatto. Se avessi voluto tenerlo, non sarebbe andato mai via. Perciò è ingiusto considerare Arrigoni un traditore».
Anche se i tifosi del Cagliari (me compreso) la pensano diversamente, considerando il ritorno dell'Arrigoni-smarrito, come un ultima spiaggia piuttosto alletante, vista la mancanza di panchine disponibili in serie A.
Il "Massimo" ex-presidente, prosegue dandoci ragione e anche torto... (non cambia mai!) «E hanno tutti i motivi. Ma sappiano che è tutto un equivoco».
Poi si passa al povero Tesser-smarrito e quel licenziamento (apparentemente) in fretta e furia, ma a parer mio abbondantemente premeditato... «Lo ammetto, è stata una mancanza di rispetto per l’ambiente. Ho sbagliato ad agire in fretta, ma Arrigoni fa al caso del Cagliari. Non me ne voglia Tesser: non ha colpe e l’ho trattato male».
Mi domando: Ma se il pubblico, i tifosi, non avessero manifestato il loro apprezzamente verso Tesser, il Nostro "umile" ex-presidentissimo avrebbe mai chiesto scusa???Infine si congeda con un messaggio agli "amati" tifosi..
«Io riparto per gli Usa con un messaggio ai tifosi. Siate pazienti con Arrigoni, è tornato per un atto d’amore verso tutti noi. Ha avuto anche offerte più allettanti in A, ma quando l’ho richiamato ha firmato in bianco»... ma quando maiiii.
"Intanto, parecchi tifosi hanno dato inizio ad una continua spedizione di mail al sultano del Bahrain, il quale più volte ha affermato di voler investire nel calcio italiano. Infatti non ha nascosto il suo interessamento verso l'acquisto della Fiorentina, reso ovviamente impossibile dall'amore e l'investimento economico messo in atto dai Della Valle. Ecco che gli viene chiesto di rivolgere il suo interesse verso Cagliari, squadra con grandi potenzialità, ma che necessità di nuova linfa e di un presidente che oltre la passione metta in campo anche un po' di euri! Chissà, visto l'esempio dell’Aga Khan (che qui in Sardegna ha trovato l’America) non ci faccia un pensierino."
Tornando al nostro amatissimo, chiude con la faccenda dei biglietti nominativi. «Devo fare ammenda anche su questo punto. Anch’io all’inizio ero contro i biglietti nominativi. Ma ora, vedendo anche i controlli che vengono fatti negli Usa, ammetto che noi italiani non osserviamo le regole. Che problema c’è a ritirare il biglietto un giorno prima?».
Già, che problema c'è?
Uno ci sarebbe: il caffè ormai è freddo!
Anche questo è il Bar dello Sport!

Articolo di Manuel (che ringrazio di cuore!)

Traiettorie

E l'Udinese vinse tre a zero, Iaquinta divenne un campione e Malesani riuscì a dire "la partita sul 2 a 0 era ancora equilibrata". Che bellezza.
Intanto questa sera c'è la coppetta Uefa, e noi che la giochiamo, noi della Roma, dobbiamo necessariamente farcela piacere. Ma sì che in tempi di sete anche l'acqua piovana allevia il dolore.
Però ricordo ancora quell'11 Settembre.
Sì era proprio l'11 Settembre delle Torri, per la prima volta vedevo la Roma in Champions League e contro quei diavoli del Real Madrid (vedi sotto).

Come è strano ricordare quella giornata.
Penso che per tutti è un ricordo preciso, in qualche maniera fissato: cosa stavo facendo quando seppi degli aerei schiantati contro l'America più verticale, contro l'America dei poster in controluce. O forse non era contro l'America ma contro dei disgraziati. Casocaos.
Comunque. Cosa stavo facendo. Cosa pensai. Come mi misi a sedere dinanzi alla tv e come trascorsi quella prima sera. Qualcosa da oggi cambierà.

Andai allo stadio, un amico veniva appositamente da Bari, io ero a Roma dall'amormio di allora.
Non era possibile non andarci, quanto meno per lui, setteoreditrenotranacosaelaltra. E la fatica per trovare quello storico biglietto. La Roma Campione d'Italia per la prima volta visibile a tutti nell'empireo delle grandi dove, per noi, noi della Roma è sempre e comunque.
Ma senza il mio amico ci sarei andato lo stesso. Sicuro.
Non mi è mai piaciuto piegare la mia volontà ai casi della vita. Ingenuo e presuntuoso ostento sicurezza in questo mio resistere a ciò che non posso decidere.
Lo faccio, sul serio. E io all'Olimpico quella sera sarei andato contro qualsiasi ragionamento.
Perchè a me non mi togliete nulla. Nulla, mi dicevo. chiunque tu sia che provi a togliermi questa partita tornerai a mani vuote.

Si perse, eh sì. Ricordo i primi quindici minuti strani, imbarazzati in curva. Si tifava ma a volte ti accorgevi dello sguardo severo di qualcuno in difficoltà. Come fai? Mi sembrava di leggermi addosso, trattato come un foglio, un foglio qualsiasi. Faccio. E poi mi fermavo. Proprio un momento dopo l'ultimo sguardo. Per guardare qualcuno tifare e chiedergli, soltanto con gli occhi. Come fai? Faccio. Si faceva tutti, così.
Ma dopo il primo quarto d'ora il campo verde era diventato grande enorme. Nient'altro fuori a quel campo, i giocatori stessi sembravano non poterne vedere la fine. Stanchi perchè c'era tanto troppo spazio. Si perdeva, si perdeva e il campo era grande, enorme, sterminato. E nel campo c'eravamo tutti. La palla, si muoveva libera e se finiva da una parte o dall'altra era solo per farci gridare. Generosità delle sfere. Gridavamo e non ci guardavamo più perchè c'era spazio per tutti, tutti dentro quel campo verde di verde. Gridavamo guardando al cielo, la rabbia per le traiettorie false del pallone.
che non finiva dove noi.
avremmo.
voluto.
Lo gridavamo al cielo.
Batistuta sbagliò il primo di tanti gol sbagliati quell'anno. Si gridò. Si perse, eh sì.
Si spense l'Olimpico e il mondo tornò piccino. Da starci stretti.
A casa dall'amormio di allora, il TG continuava a raccontare storie di sangue.

E io mi chiedevo cosa rendesse quel giorno diverso dagli altri, da ricordare.
Se non quella partita giocata e persa nella prima Champions League della Roma Campione d'Italia. Qualcosa da allora è cambiato
?

A.

Il Re(al) è nudo

Rieccomi dopo qualche giorno.. pe(n)sante.
Diversi gli argomenti di cui avrei voluto scrivere.
Il rinnovo di Cassano, i gol di Toni in Nazionale, la sconfitta dell'Inter e quella della mia amata Roma.
Ora mi ritrovo a metà strada di questa settimana, e forse la mia frivolezza, forse la rabbia dei pezzenti che mi porto da sempre dentro, mi fa scegliere invece di gongolare per il Real umiliato a Lione.
Un'analisi tecnica spietata potrebbe narrare le gesta di una continua inutile politica del merchandising, ara su cui i madrileni stanno da tempo bruciando le loro maglie, investendo in calciatori bidimensionali le cui spalle cercano disperatamente una paginetta da completare.
Eppure le mani sono piene di figurine più rare, se pur con volti meno piacevoli o sponsorizzabili altri sono i calciatori che oramai da mesi si possono fregiare di vittorie e soddisfazioni.
Senza contare le figurine strappate via con la forza, quelle forse incollate storte, che han lasciato e continuano a lasciare, strascichi di imperfezione: Makelele, Cambiasso, Samuel, Figo, Solari (be' forse sto esagerando a mettere quest'ultimo in cotanto elenco ma non si sa mai).
Eppure sento, leggo ancora di Sacchi che vuol dare un senso a sto mercato della bellafaccia e Luxemburgo che vuol dare un gioco a sta bancarelle delle bellegambe; e sento, leggo di un gol fantasma, udite udite, dato contro i galacticos; e sento, leggo, questo forse ancor più inverosimile, i campioni nostrani desiderare di migrare in terra merengue.
Ma la sensazione è che qualcosa si stia incrinando: che qualche talentuoso abbia iniziato a capire che a fare la ballerina dell'ultimo avanspettacolo si giunge sotto gli occhi di tutti, ma certo non si diventa la Fracci (con tutto il rispetto per l'avanspettacolo). Insomma l'i portante è avere misura di quel che si vuol fare.
E al momento mi pare che al Real pensimo molto a vendere giornali e magliette, souvenir e cappellini. Morte del Calcio, coma dei calciatori, pur fuoriclasse che una tale salumeria dell'inefficenza sta rendendo ridicoli al mondo.
L'ho visto il Real giocare, molte volte. Saprebbe imporre il suo gioco soltanto per il colore della maglia che ha, ma il rischio è che gli rimanga quello soltanto; ed è una preoccupazione, non solo uno sberleffo. Perchè il Calcio ha bisogno di Santi e di Eroi e per un po' ci abbiam creduto tutti che avesse trovato il suo olimpo nella compagine più odiata della Spagna popolare.
Tristezza. Tristezza di una dimensione simbolica affascinante e dolorosa per chi come me ha da sempre la rabbia del pezzente. E non vede l'ora di vedere le corone nel fango.
Tristezza. Tristezza di una verità sconclusionata e spiegazzata per chi sa bene che se il Re è nudo.
Noi non stiamo messi molto meglio. Perchè in fin dei conti è lui, il Re.

A.
(lionerealmadridtreazero)

Roma-Udinese 0-1. Eh no, come l'anno scorso no!!!

Vorrei dire subito: ci sono giocatori nella Roma che sono sopravvalutati. Uno è sicuramente Daniele De Rossi. Il quale gioca in prima squadra, e mi spiace dirlo da romanista, solo perché il padre si chiama Alberto e allena la primavera. Ci sono poi giocatori che sono delle pippe mostruose, come Perrotta, ma questo si sapeva. Poi c'è il Capitano, che quando non azzecca la giornata ormai sembra un pesce fuor d'acqua. Poi c'è la jella, che non manca mai e anche quest'anno ci ha dato il benvenuto all'Olimpico. L'Udinese di Cosmi, da quanto si è visto, è una squadra medicore, l'ombra di quella dello scorso anno. Un tiro in porta hanno fatto, deviato per giunta, un gol. Dopo, si sono arroccati in difesa, 11 davanti al bravo De Santis. Si vince anche così, caro Cosmi, altro che gioco sfavillante. Infine c'è Cassano, sempre lui, è entrato tardi e ha fatto poco, quel poco era buono, ma inutile. Da non menzionare: Montella. Praticamente è lui che ci ha fatto perdere questa partita. Una sola cosa chiedo al fato, o a Spalletti: no, vi prego, come l'anno scorso, no, non lo sopporteremmo proprio...

Settembre


“Cassano ha da giocà! Sempre.” “Se se gioca a Risiko, che ne so, o a Maggic, se ne po’ parlà, ma se se gioca a calcio, Cassano dev’esse sempre in campo”. “Su questo non si discute: non si può fare a meno della Poesia!”
“Vero, vero!”
“Per me Vieri è un po’ bollito…”. “Ma no, quei gol a due metri dalla porta se li mangiava anche una volta… non ricordi con la Francia?”. “Sarà, ma per me è finito…”. “Te, tu n’ hapisci nulla!”
“Vero, vero!”
“Adesso col decreto Pisanu, quando c’è la partita chiudono tutte le strade che non possono passare nemmeno i residenti…”. “Cosa? Il sabato pomeriggio? Ma questi sono pazzi!”
“Vero, vero!”
“Avete visto Tommasi che signore?” “Io quello lì l’avevo già sentito parlare qualche volta in televisione e si vedeva che era un bravo ragazzo…” “Ce ne sono ancora… Perché Del Piero non è un altro?… Mai sentita una frase fuori posto, mai a fare il cretino con veline, letterine… Lui quando s’è sposato c’era solo amici e parenti stretti. Altro che servizi fotografici in esclusiva, libri di barzellette…”
“Vero, vero!”
“Aoh Gente, qui c’è più casino che da Biscardi… Nukes, ti vedo serio, a che cosa pensi?…”
“Nulla… per un po’ vi ho ascoltato, poi…

E poi è Settembre, che mi da tanta malinconia a me… Settembre.
Mi è venuta in mente una partita… un settembre di tanti anni fa… grigio, cupo quel settembre.
Era il 1973. Lo ricordo come fosse ora. L’11 (sassolino bianco… a volte, dicono, le date….), i fascisti del generale Pinochet (praticamente un traditore) avevano fatto il golpe in Cile.
Allende prima di morire, quello stesso giorno, aveva lanciato un’ultima straziante poesia che ancora oggi, (ancora oggi!), solca i cieli…


“Ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Non dubitate che, e non troppo tardi, si apriranno i grandi viali per i quali passa l’uomo libero per costruire una società migliore”…

Invece quel giorno passavano solo carri armati. Poi i cannoni. E gli aerei che bombardavano la Moneda...
Poi iniziarono subito le persecuzioni e gli arresti di massa. Lo stadio Nacional di Santiago diventò un’enorme prigione a cielo aperto. La Croce Rossa parlò di 7000 persone detenute nello stadio solo nei primi dieci giorni successivi al golpe. Molti vennero uccisi o torturati.
Anni dopo lessi la testimonianza di un ragazzo di 16 anni che era stato portato lì prigioniero:

“Avrei pagato chissà quanto, fino a pochi giorni or sono, pur di ritrovarmi qui, sull'erba odorosa di pioggia e di primavera dell'Estadio Nacional, con la maglia rossa della nazionale cilena. Indossavo la maglietta con il numero 6 della nazionale, un regalo di nonno Isidoro; mi raccontò di averla avuta da Francisco Valdés in persona, Capitano e idolo del Colo Colo, la squadra di tutto il popolo cileno unito, la squadra di Pablo Neruda...
Erano venuti a prendermi durante la partitella del giovedì, sul nostro campo spellacchiato alla periferia di Santiago… La camionetta comparve intorno al quarto d'ora della ripresa, eravamo sul 2-2. Le ruote frenarono arroganti in mezzo al campo, a zittire il vocìo dei calciatori, del mister che sbraitava consigli, di qualche attonito parente-spettatore. In un attimo di paralisi e di terrore mi furono addosso due elmetti di ferro verdoso, i mitra a penzoloni lungo le cosce, occhi spiritati e unghie sudicie. Mi spintonarono sul mezzo marziale e ripartirono, senza un perché. Mi voltai indietro, verso il mio pomeriggio interrotto, subito distolto da una mano nera che mi artigliava al cuore e strappava alla maglia lo stemma del Cile. Le lacrime mi si serrarono in gola, né riuscivo a pronunciare parola, mentre la città prendeva a scorrermi sotto gli occhi, mai così assurda e allucinata, lungo un tragitto che avevo percorso tante volte, verso l'Estadio Nacional, il tempio del nostro fútbol, l'orgoglio di tutto il Cile.

La camionetta trovò i cancelli spalancati senza nemmeno pagare, fino oltre il portellone aperto sul terreno di gioco. I battistrada grezzi dei pneumatici violarono la libertà del prato e inchiodarono a centrocampo, dove mi spintonarono giù, in mezzo a tutti gli altri. Avrei pagato chissà quanto, fino a pochi giorni or sono, pur di ritrovarmi qui, sull'erba odorosa di pioggia e di primavera…Ma qui non si gioca nessuna partita: i miei compagni di squadra (compagni?, compañeros?, quale orribile espressione, smidollata e comunista, bandita una volta per tutte nel Cile augusto e risorto del generale Pinochet… Augusto) pascolano per il prato come bestie rassegnate al macello, occhi atterriti e stanchi cercano un perché fra i fili dell'erba, sorvegliati a vista da un avversario più grande di tutti noi, armato fino ai denti serrati, l'emblema nazionale sulle divise, sugli elmetti, sulle lamiere blindate.Il pubblico sugli spalti siamo sempre noi, senza più bandiere né voci per incitare, così in troppi che non sanno più dove nasconderci, ostaggi di un regime dagli occhi adunchi e neri…
Quanto sembra diverso, ora, questo stadio, e quanto sembra irriconoscibile la mia maglietta rossa, la maglia della nazionale cilena che proprio qui, in questo stadio, si giocherà la qualificazione ai prossimi mondiali in Germania: lo spareggio di andata, a Mosca con i sovietici, è terminato 0-0 e davanti al nostro pubblico festoso vinceremo senza dubbio: finirà uno a zero, lo sento, e il gol sarà di questa maglia, del capitano Valdés, ne sono sicuro; ne ero sicuro, fino a pochi giorni or sono….
Occhi sconosciuti e disperati mi vengono vicino, vogliono bisbigliarmi qualcosa, hanno la barba lunga da giorni: è morto anche Neruda, sussurra la voce sdentata, immediatamente zittita dal grido rauco e isterico del militare che accorre, la ferisce con un calcio di fucile alla bocca, la stende a terra, la umilia con un altro calcio, al basso ventre, questo non è più calcio, arbitro!, è fallo, un fallo da espulsione. Ma nessun fischietto interviene imperioso, non c'è il boato della folla indignata. E’ morto anche Neruda”…


E tutto accadeva in quel buio e cupo mese di settembre. Era il 1973.
L’11 c'era stato il golpe; il 23 la morte di Neruda. Con la speranza, in Cile, moriva anche la Poesia…
Passarono settimane. Buie, cupe. Nel mondo le persone libere e sensibili fecero sentire la loro voce, la loro protesta. Debole, ma era tutto quello che si poteva fare. Poteri più forti avevano stabilito e deciso ogni cosa.

Da noi, in provincia, giunsero gruppi di rifugiati cileni e insieme a loro si dipinsero murales sulle pareti del Liceo e in altri punti della città.
Passarono mesi. Bui, cupi. Il 21 novembre 1973 si doveva giocare a Santiago la famosa e decisiva partita per la qualificazione ai mondiali: Cile-URSS. In quello stesso stadio appena sgombrato dai prigionieri, dal piscio, dal vomito. Dal sangue.
La squadra sovietica boicottò l’evento. Ma le autorità cilene decisero che la partita si sarebbe dovuta giocare comunque. Si sarebbe dovuta giocare lo stesso. Le autorità decisero anche chi avrebbe segnato il gol della VITTORIA! Proprio lui: Francisco Valdes.
Vent’anni dopo il mitico capitano della nazionale cilena ormai cinquantenne, si sentì di scrivere una lettera proprio a Pablo Neruda per dirgli tutto quello che aveva tenuto dentro per così tanti anni. Per me è una lettera stupenda. E ci ho scritto sopra anche una brutta poesia…

Querido Don Pablo ,

mi permetto di rivolgermi in questo modo un po’ colloquiale, e forse irriverente, per annullare la distanza che da troppo tempo mi provoca dolore. Mi chiamo Francisco Valdes, ho 50 anni compiuti l’altro ieri, una moglie e un figlio, che ho chiamato Pablo, come lei, nato il 20 Luglio 1977. Faccio l’impiegato in una banca di Santiago e guadagno abbastanza bene. Le scrivo per togliermi un peso enorme dalla coscienza, sono quasi vent’anni che me lo porto dentro.

Era il 21 Novembre del 1973. Allo stadio Nacional di Santiago era in programma la partita di calcio Cile – Urss, spareggio per andare ai Mondiali in Germania Ovest l’anno successivo. Io ero il capitano del Cile, portavo la maglia numero 6. All’andata avevamo pareggiato 0-0, un buon risultato: contavamo di vincere con l’aiuto del nostro pubblico.I gironi precedenti la gara furono un inferno: la nazionale sovietica comunicò che non intendeva venire a giocare a Santiago per protesta contro il golpe fascista del generale Pinochet. I nostri dirigenti, su suggerimento della federazione internazionale, ci obbligarono a scendere in campo ugualmente: il Cile, l’arbitro, un austriaco, ricordo, e nessun avversario. Un caso unico nella storia del calcio. L’ordine era semplice: al fischio d’avvio, avremmo dovuto inscenare un’azione e fare un gol. Subito dopo l’arbitro avrebbe fischiato la fine di una partita mai disputata, il Cile avrebbe vinto e si sarebbe qualificato per i Mondiali. Mi sembrava tutto così irreale…
Ero il capitano, come le ho detto, e negli spogliatoi, pochi istanti prima di andare in campo, venne il presidente della federazione cilena e mi disse: "Francisco, il gol devi segnarlo tu". Mi sentii crollare il mondo addosso, schiacciato da una responsabilità che non avrei mai voluto sopportare. Ma non ebbi la forza di rifiutare. Stavo diventando il personaggio chiave di una farsa che avrebbe fatto il giro del mondo, me ne rendevo perfettamente conto, stavo diventando un simbolo non solo sportivo ma anche politico. Si, perche’ quella partita era soprattutto politica: il regime di Pinochet voleva dimostrare la propria forza al mondo che condannava la sua violenza. E io ero stato scelto per un gioco più grande di me, don Pablo. Uno strano caso del destino, capisce? Mi interessavo di politica, a quel tempo. Ma in silenzio, non si poteva alzare la voce di fronte ai mitra dei soldati. O meglio, io non ne avevo il coraggio. Mio padre Eduardo, che era morto qualche anno prima, aveva fatto l’operaio per tutta la vita e si era rovinato a forza di lavorare: dieci, dodici ore al giorno, e pochi soldi in tasca alla fine del mese.
Non era facile farli bastare per me, mia madre e mia sorella Laura. Mi diceva sempre mio padre: "Paco, voi giovani dovete cercare di cambiare questo sporco sistema: io lavoro come un pazzo e il mio padrone si arricchisce. Non è giusto". Capii con il passare degli anni quelle parole, quando già andavo al liceo, e studiavo, e leggevo e imparavo a conoscere come girano le cose al mondo. Mio padre aveva voluto a tutti i costi che non abbandonassi la scuola, anche se in casa ci sarebbe stato bisogno di uno stipendio in piu’: "Non ti preoccupare" diceva a mia madre "ci penso io, faccio gli straordinari, ma Paco e Laura devono studiare". Mi allacciai le scarpe quel giorno, con una lentezza insolita che mi spiegai soltanto in un modo: volevo rallentare il tempo, volevo che il momento di quel gol già deciso non arrivasse mai. Venne l’arbitro negli spogliatoi, ricordo che fece l’appello, nome per nome, numero per numero, poi uscimmo sul campo.
C’era una folla incredibile, bandiere che sventolavano, gente che urlava.Pensavo: ma che avranno da urlare? Stiamo vivendo con i militari agli angoli delle strade con i carri armati che circolano sui viali di Santiago come se fossero padroni della città, spariscono persone e non si trovano più, ci sono donne che vanno alla polizia per cercare i loro mariti e i loro figli: che ci sarà mai da urlare di gioia? Poi capii: quella partita e quella qualificazione ai Mondiali ormai stabilita, perchè tutti sapevano che l’Urss non si sarebbe mai presentata, era in fondo un modo per dimenticare la tristezza. E quel pensiero, per un attimo, mi fece coraggio. L’arbitro fischiò l’inizio della partita e io corsi verso la porta. Non ricordo chi mi passò il pallone: sono dieci o venti secondi completamente cancellati dalla memoria. Segnai senza accorgermene e corsi subito negli spogliatoi, tra il frastuono delle trombe e il canto dei tifosi. Vomitai. Venne l’allenatore e mi chiese se stavo bene. Dovevo tornare in campo, perche’ la federazione cilena, sapendo della rinuncia dell’Urss, dopo la farsa del mio gol, aveva organizzato un’amichevole contro il Santos: il pubblico aspettava.
"Non ce la faccio" risposi, "mi sento male". L’allenatore, che mi conosceva da molto tempo, non fece altre domande. "Va bene, per questa volta faremo a meno di te". Tornai a casa e mi misi a letto. Ero sconvolto.Non lessi i giornali per tre giorni. Rimasi sempre in casa a pensare: il gol, la gente che esultava in quello stadio che avevano sgomberato poche ore prima dai prigionieri politici che il regime chiamava sovversivi. Erano ragazzi come me, la cui unica colpa era quella di aver dichiarato le proprie idee. Io, invece, ero un vigliacco, uno che aveva segnato quel gol, uno che non aveva saputo dire no, e che era diventato un simbolo, andando contro i principi secondo i quali ero cresciuto. Capii, in quei giorni, quanta differenza ci sia tra la teoria e la pratica, quanto sia facile parlare di liberta’ e quanto sia complicato realizzarla. Mi sentivo lacerato.Si chiederà, don Pablo: perchè scrive proprio a me? Che cosa c’entro io con tutta questa storia? Le ho detto prima che questa lettera e’ un modo per liberarmi la coscienza da un peso insopportabile. Ora mi spiego.Quando lei morì, il 23 settembre 1973, mentre Santiago viveva il momento più tragico della sua storia, io mi sentii perso, smarrito, senza guida. Ricordo che presi dalla mia biblioteca un libro e cominciai a leggere una poesia, e la ripetei all’infinito, per ore e ore, fino a che non entrò dentro di me, fino a che non divenne una parte di me. Il giorno successivo c’ero anche io ai suoi funerali: eravamo in trecento, suonarono l’Internazionale e vidi la sua casa di via Marques de la Plata completamente distrutta dalla crudeltà dei militari che volevano sotterrare per sempre la sua presenza. Stavo nascosto in mezzo alla folla. Qualcuno urlò il suo nome e un’altra voce rispose forte: "Presente". E poi ancora. E ancora. E tutti gridarono "presente". Poi altre parole e un altro grido.
"Compagno Salvador Allende".
Quel nome gelò la folla. Era la prima volta che veniva pronunciato in pubblico da quando i militari di Pinochet lo avevano ammazzato, pochi giorni prima. Io tremavo dentro, vedevo i mitra dei soldati, i loro occhi che squadravano minacciosi la gente del corteo, come se volessero fissarsi in mente i volti di quelle persone. Chissà, forse vorranno denunciarci, arrestarci, torturarci, pensavo… E avevo paura, tanta paura. Ma restai li dov’ero, un pò coperto, un pò nascosto: vigliaccamente nascosto, penso oggi. Quando tornai a casa, piansi, e pensai a mio padre, e mi rimproverai per non aver avuto il coraggio di gridare anch’io "presente", come tutti gli altri del corteo. Non ce l’avevo fatta. Come non ce la feci quel giorno allo stadio di Santiago.Ecco perchè le scrivo oggi, don Pablo Neruda. Oggi, 12 dicembre 1992, giorno in cui la sua salma finalmente e’ ritornata a Isla Negra, a casa sua, dopo gli anni di esilio in un cimitero anonimo. Segnare quel gol, per me, e’ stato un tradimento che non mi sono mai perdonato. Le lascio questa lettera davanti alla porta, sperando di aver saldato il debito, ma consapevole che la ferita non si puo’ rimarginare solo con le parole. Asì es la vida.
Con affetto e devozione
Francisco Valdes".



Il gol di Francisco

Muy Querido Don Francisco
è passato tanto tempo da allora.
Da quel giorno di novembre (era la fine!),
oscuro come il profilo della cordigliera,
come i cuori sugli spalti. . .
Cupo. Ch’era vivo ancora
il ricordo, il grido, il pianto
della gente su quel prato (muta)
sotto il tiro dei fucili. . .
Ch’era vivo ancora
il volo a finire sull’oceano infinito
e il sangue sulle sedie nei garage,
come altrove, dimore per gli dei (muti).
Muy Querido Don Francisco
ricordo ancora quella prima azione. L’ultima.
Sgomento a dribblare fantasmi,
a saltare ombre trasparenti,
entrate a gamba tesa sugli stinchi,
ginocchiate a tradimento allo stomaco,
feroci, come pelle scorticata.
Poi la porta si spalancò davanti. Vuota.
Come mai era stata,
come mai avrebbe dovuto essere.
Il vuoto.
Tra i pali, nella mente ronzante, nel cuore in tumulto. Il vuoto.
" Francisco, il gol devi segnarlo tu! "
Come sarebbe stato bello tirare fuori quella palla. . .
calciarla lontano verso le nuvole. . .
e rivedere così Don Pablo di bel nuovo cantare
lassù nel cielo. . .
e risentire l’azzurro sorriso. . . della Poesia.
Come sarebbe stato bello. . .
Invece
fu solo vomito negli spogliatoi
e dolore senza fine
per gli anni a venire.
Don Francisco, mi querido, asì es la vida.


Nukes


Le nuove norme di sicurezza negli stadi.

Un casino che favorisce Mediaset e Sky.

Non so se il ministro Pisanu, bontà sua e di tutti quelli che l'hanno consigliato, si sia reso conto del disastro che ha combinato con le nuove norme sulla sicurezza negli stadi. Un disastro non solo che rischia di risolversi in un boomerang (per entrare allo stadio si fa la fila ad uno ad uno, talmente lenta che se un terrorista decide di farsi saltare in aria non ha che da scegliersi i malcapitati). Ma soprattutto su un punto semplice: la vendita dei biglietti. A Roma, i Roma Store e i punti Lottomatica per acqusitare un biglietto chiedono i documenti. Una pratica che bisognerà portare davanti alla Consulta a causa della sua palese violazione delle norme sulla privacy e quindi per la sua anti-costituzionalità. Raccontano voci di popolo che il fantoccio di turno che vende il biglietto dietro uno sportello (nello specifico il Roma Store di via Appia), forte di poteri imprecisati che una legge, forse, gli concede, abbia chiesto documenti a un papà e ai suoi due figli, di 10 e 14 anni. Forse non sa, il fantoccio zelante, che i bambini a 10 anni non hanno ancora documenti. Vi immaginate voi che tipo di casini succederanno da qui in poi, con la gente che, estenuata, smetterà di andare allo stadio a causa delle varie difficoltà, tra cui quella che diventerà una prassi terrificante: comprare il biglietto? Chissà se il ministro Pisanu ha pensato al suo amichetto presidente del Consiglio quando ha redatto la legge, chissà se ha pensato che in fondo è meglio far stare la gente a casa a guardare la partita sui decoder di PierSilvio & Co. Così gli stadi rimarranno sicuri. E vuoti.

Delitto e castigo a Cremona

Rieccoci.
Per rimanere in metafora direi che ieri al Bar abbiamo avuto un guasto al frigo.
Non riuscivo a scrivere post in blogger.
Oggi, ordinate, ordinate pure. Tutto funziona di nuovo, come sempre.

Domenica scorsa non c'era la serie A e a parte il chiacchiericcio post Nazionale, cui non ci siamo esentati di partecipare, si è giocato il campionato di serie B.

Coraggiosamente, sì coraggiosamente, chi può negare occorra coraggio,
mi sono sintonizzato su Novantesimo Minuto per vedere i gol del campionato Cadetti.

Non è mia intenzione sottolineare il gran gol di Galasso -che Roma lo riabbia in gloria-, bensì parlare del primo servizio mandato in onda da riga-a-lato Franco Lauro.
Mattioli da Cremona esordisce con pallore evidente e voce tremante. Denunciando le minacce di alcuni "facinorosi" -ma si usa ancora questa parola?- nei confronti dello staff Rai.
Ecco, ci risiamo, qui non si parla di pallone.
No, al Bar dello Sport il Calcio vive e sopravvive e perchè sia occorre certe volte sporcarsi le mani. E se c'è da parlare di presunti facinorosi allora lo faccio perchè non riesco a permettere, almeno qui, ad alcun giornalista servo e padrone di fare falsa morale e lasciarmi zitto e mansueto.
Chiarisco: nessuno andrebbe mai minacciato, nè alcuna violenza può essere giustificata. Questo tanto per non cadere in facilonerie ed equivoci.
Ma occorre fornire informazione e interpretare i fatti con coscienza. E mi pare che al momento ci sia ben poco da star sereni nell'istituzione senziente, parlante, assertiva.
C'è gente che arriva per una partita a interpretare i peggiori ruoli del Romanzo Tardo Ottocentesco: assassini della povertà d'animo, poeti della bassezza ideale, tramanti subdoli e spietati. Per una partita, certo. Ma Raskolnikov uccise per molto meno.
I migliori Romanzieri sapevano dedicare a questi personaggi spazi di umanità indimenticabile riuscendo a cogliere l'infinitamente labile confine tra un compimento morale nell'appartenenza -e le tenaglie ghermiscono alle caviglie pur nella straordinaria compagnia dell'abbraccio borghese - l'azione epica del gesto straordinario, o straordinaiamente basso, tuttavia corrosivo e sfaldante la quiete pubblica sì violata, scoperta, violabile.
Adesso queste partiture ineccepibili, su cui piace tuttavia ancora navigare nell'acclimatato salotto delle letture d'elite, sono ridotte a recite di pupazzi senza prospettiva: schiacciati sullo sfondo di una riduzione manichea o ancor peggio frustrati nell'ambito dell'imbecilità senza possibile.
Abbiamo sputato fuori dal cosciente ogni dubbio: e la mamma degli stupidi l'abbiamo ingravidata in ogni giudizio morale, perchè generosamente, fornisse alibi e spiegazioni, con la nostra parte di suffragio evidentemente. Che il padre degli stupidi si sappia non ha nome, perchè son tanti gli amanti della nobildonna.
A questo punto io mi fermo e ritorno ai cremonesi e mi chiedo. Perchè.
Perchè.
Non voglio e non ho bisogno di nuova stupidità perchè credo invece che il problema sia nelle domande, nelle nevrosi figlie delle domande, nelle frustrazioni madri delle nevrosi, nelle assenze che le frustrazioni nutrono.
Le assenze.

Com'è chiaro non mi interessa andare ad analizzare il fatto di cronaca: le partita al Sabato pomeriggio mi rievocano fastidiosamente Baglioni. E non so poi dove vado a finire coi ragionamenti se seguo il passerotto, le corse affannate, i letti disfatti.
Lascio che questa mi riflessione si posi non sui protagonisti ma sui narranti.
E sul pubblico che noi siamo.
Pigri, oziosi, capaci di uccidere una vecchia
senza ragione apparente.

A.

Ma Vieri?

E' stato l'ennesimo colpo del mercato estivo. E' andato ad indossare l'ennesima maglia della sua carriera. E' strapagato. Nel Milan parte dalla panchina ma nonostante questo lo continuano a chiamare in nazionale. A quale volere (e di quale sponsor) devono adeguarsi i Ct dell'Italia per sottostare all'imposizione di questa oramai vera sciagura che si chiama Christian Vieri? La partita di ieri Scozia-Italia 1-1 ha dimostrato quanto sia inutile e dannoso per la nazionale. Gilardino lasciato inspiegabilmente fuori (problemi di salute, vabbè, ma così, all'improvviso?), Iaquinta velleitario e impacciato, un Toni buttato nella mischia tardi e in maniera confusa (e non al posto di Vieri) possibile che non si riesca a trovare un centravanti decente che la palla la sappia mettere dentro? Soprattutto che sappia mettere dentro gli inviti deliziosi del Capitano. Lucarelli? Caracciolo? Montella? Caspita, Lippi li ha provati tutti, che aspetta a mettere in squadra anche loro. E poi un'altra cosa: è un delitto per il calcio, un vero delitto lasciare fuori squadra Del Piero e Cassano (quest'ultimo addirittura non convocato per le note e a questo punto intollerabili vicende con la Roma). Che forse il Brasile si fa scrupolo ad avere in campo Adriano, Ronaldo, Ronaldinho, Robinho e Kakà? No, ovviamente. Speriamo che quella di ieri sia servita da lezione al buon Ct. Se poi è un problema di sponsor o di raccomandazioni per l'inguardabile neo milanista, mbè saremmo alle solite, ma vogliamo credere che non sia così.

Bentornata Anima Candida


Volevo scrivere un articolo sul nuovo contratto di Damiano Tommasi.
1500 auro al mese. Magnifico, enorme, storico Damiano.
Da rimaner senza parole.
E ho trovato chi le parole le ha trovate. Quando qualcuno trova quelle giuste non occorre intestardirsi nella ricerca. Ma leggere, e leggendo, riscrivere di senso nella propria anima.
Grazie ad Andrea di Trento da Goal.com -cercherò di contattarlo.


Bentornata Anima Candida 01/09/2005 23.00.00 da goal.com

Damiano Tommasi rinnova con la Roma, al minimo sindacale, 15.000 euro all'anno.“Dico ai ragazzi una cosa sola: non prendetevi mai come esempio un calciatore”. Ebbene sì, questa frase è proprio di Damiano, l’”Anima Candida” della Roma. Un ragazzo del veronese, arrivato quasi in sordina nella capitale per diventare lentamente il faro di centrocampo, assieme ad Emerson, di quella compagine giallorossa che ha fatto scendere in piazza migliaia di persone al Circo Massimo per uno scudetto talmente perfetto da essere addirittura stato strappato agli odiati rivali della Lazio. Ed anche in quell’occasione Damiano ha continuato a percorrere la sua strada: professionalità, umiltà e lavoro.

La vita del romanista, si sa, non è semplice. Comporta una sorta di giuramento d’onore e tante rinunce pur di indossare quella maglia. Quando il cielo di Roma, infatti, tende ad incupirsi, tante meteore o stelle luminose preferiscono eclissarsi in altri lidi pur di non perdere quel minimo di brillantezza in grado di farle risaltare, se non in campo, sulle copertine dei tabloid estivi. Per questo un vero campione si vede nel momento della crisi, non nel momento della gloria.

E Damiano è sempre rimasto lì, “lì nel mezzo; finchè ce n’hai, finchè ce n’hai stai lì”, giusto per riportare i versi di quella canzone dedicata da Ligabue alla vita da mediano, alla vita, anche e soprattutto, di Tommasi. Perché è vero pure che i mondiali, casomai, li vinci con la sofferenza. Come quel maledetto giorno contro la Corea del 2002 quando Damiano si vide annullare il golden gol che avrebbe portato l’Italia chissà dove. E se lo è visto annullare ingiustamente. Nessuno scatto d’ira, nessuna parolaccia. Quel giorno Damiano dimostrò a tutto il mondo che era un vero campione.

Così i giorni a Trigoria passarono, così come i campionati, così come gli allenatori. L’ambiente continuava ad avere alti e bassi, come i risultati. Finchè nel caldo agosto del 2004, un ragazzone irlandese di una squadra di seconda categoria ha dato un calcio al ginocchio di Damiano, alla sua stagione, forse alla sua carriera. “Forse”, perché come sempre il ragazzo non ha mollato e dopo un’annata difficile e travagliata lontano dai campi da gioco, si è ripresentato alla porta della Roma dicendo che quel giuramento andava onorato fino in fondo. Un anno esatto dopo quel maledetto giorno di agosto. E’ un bene per tutto il mondo del calcio che Tommasi sia tornato a giocare nella Roma. A sorpresa potrebbe essere davvero lui il grande acquisto di questa squadra. Non magari sotto l’aspetto tecnico, ma di sicuro sotto l’aspetto umano.

Nessuno, a Trigoria, può ignorare la storia e la presenza di quel ragazzo moro dai capelli ricci e dalla barba lunga. Qualsiasi campione, ogni volta che incrocerà il suo sguardo, dovrà capire con chi ha a che fare. Un ragazzo silenzioso, determinato, serio. Una storia d’altri tempi per il pallone e non solo. Una storia di fede, di sacrifici e di uno stipendio da serie C pur di onorare la maglia tanto amata. Bentornato Damiano! Oggi il calcio italiano può gioire per aver ritrovato un grande campione. Una persona in grado di far credere alle favole in mezzo ad un mondo sempre più sporco di fango e cenere. Non sono d’accordo solo su una cosa, con te, caro Damiano. Non è vero che i ragazzi non devono prendere nessun calciatore ad esempio. Un esempio, oggi come oggi, a dir la verità, esiste: ha la maglia giallorossa e si chiama Damiano Tommasi.

Andrea - Trento

Emozionato, emozionante.

A.

Leggetevi l'editoriale di Riccardo Luna

Si chama "Il vero re del mercato"
Bello, vero e sacrosanto tutto ciò che il direttore de Il Romanista, oggi, ha scritto. Leggetevelo, e gustatevelo. E ricominciamo a parlare di calcio. E di questa squadra ritrovata.

Calciomercato, vuoto pesante da morire

Stanco, sfiancato, forse fino a rimanerne ammutolito.
La conseguenza di questo inizio settimana, fine calciomercato.

Non ci sono stati colpi, o meglio: nessuna delle minacciate infestanti maligne insinuazioni del giornalaiato nazionale si è concretizzata in notizia.
Risultato che questa mattina i titoli erano già per il mercato di gennaio.
Mostruoso.
Vuoto.
Pesante.

Io mi rendo conto quanto sia difficile mantenere la calma, una passione sana, una adesione giocosa e irrazionale al Calcio. Se niente è come sembra, se nessuno è dove lo vedi, se qualsiasi gesto può essere soltanto frutto di un secondo fine, di una leggerezza, di una terribile strategia dell'accaparrazione. Marionette stupide, non i calciatori. Ma i tifosi condannati al sospetto e all'acrimonia e una falsa, falsa e periniciosa riscrittura dei valori sportivi, no, morali.
C'è chi ha fatto della menzogna e della trama alle spalle un'arte: perchè sia però, occorre una valorizzazione in questo senso. E i sorrisi sornioni, le battute sobillanti il sogno ghignocratico dell'astuzia e della maldicenza sottile, il dimostrarsi potenti. Potenti. Da poter anche fare a meno dell'atto di cui la potenza non è che l'aurora. Nessun'alba possibile, allora. Si può se è Potere.
Si può se il Potere trova servili riconoscimenti al suo minacciarsi atto. E se questi riconoscimenti son pregnanti di parole.

E così si rimane al buio, noi, i tifosi, disarmati e disarmanti, privati della minima certezza simbolica, e cos'è allora il tifo se non un'appartenenza intorno a un'effigie e a dei colori, se non un distinguersi per significati mediati da linee tutt'altro che codificabili nello spazio geografico o storico della primanascita. Togliere i simboli al calcio è ammazzare la sua anima buona. Aborto culturale di cui la vita semplicemente sociale può risentire, risente fortemente.

Stanco, sfiancato, forse fino a rimanerne ammutolito.
A pensare che Mancini avrebbe potuto essere così desideroso di Juve da partire per Milano senza permesso, facendo la voce grossa, ah sì che l'avevan sentita pareva, pretendendo la sua cessione. Mancini, dopo aver baciato la maglia sotto la curva. Tre giorni fa.
Tremevano le gambe. Se così fosse allora. Chiunque può fare qualsiasi cosa e a me non resta chee alzare il tiro. Non mi interessano i piedi che calciano e forse neanche come e dove calceranno il pallone. Mi interessa solo la maglia e soprattutto mi interessa la maglia avversaria. La voglio vedere per terra infangata, offesa, umiliata. E con lei chi la indossa, chi se ne fregia. Non è forse questo, adesso, l'unico gioco possibile?
Il simbolo non è cancellato perchè non è cancellabile: si solleva. A un alto livello d'astrazione. Dove l'ossigeno è rado e si respira male.
Pericoloso. Molto.
E io non voglio. O non vorrei. Che fosse.
Inevitabile come sembra.

nota.
MANCINI ERA A MILANO PERCHÈ IL PADRE STA MOLTO MALE.
Nonostante i dirigenti della Roma lo avessero con discrezione comunicato, la stampa ha pensato bene di continuare inesorabile a speculare su questo suo viaggio.
A tutt'oggi, quando oramai è stato chiarito che il brasiliano aveva necessità di incontrare Veloz, procuratore che si è anche incaricato di provvedere alle pratiche sanitarie necessarie a sostenere il suo genitore, il Corriere, nostra bibbia (ad averne una meglio) insinuava ulteriormente che sì è stato così, ma in fin dei conti poteva essere anche altrimenti, e forse altrimenti è stato.
Da vomitare. Sul serio. Da vomitare.

A.