Settembre


“Cassano ha da giocà! Sempre.” “Se se gioca a Risiko, che ne so, o a Maggic, se ne po’ parlà, ma se se gioca a calcio, Cassano dev’esse sempre in campo”. “Su questo non si discute: non si può fare a meno della Poesia!”
“Vero, vero!”
“Per me Vieri è un po’ bollito…”. “Ma no, quei gol a due metri dalla porta se li mangiava anche una volta… non ricordi con la Francia?”. “Sarà, ma per me è finito…”. “Te, tu n’ hapisci nulla!”
“Vero, vero!”
“Adesso col decreto Pisanu, quando c’è la partita chiudono tutte le strade che non possono passare nemmeno i residenti…”. “Cosa? Il sabato pomeriggio? Ma questi sono pazzi!”
“Vero, vero!”
“Avete visto Tommasi che signore?” “Io quello lì l’avevo già sentito parlare qualche volta in televisione e si vedeva che era un bravo ragazzo…” “Ce ne sono ancora… Perché Del Piero non è un altro?… Mai sentita una frase fuori posto, mai a fare il cretino con veline, letterine… Lui quando s’è sposato c’era solo amici e parenti stretti. Altro che servizi fotografici in esclusiva, libri di barzellette…”
“Vero, vero!”
“Aoh Gente, qui c’è più casino che da Biscardi… Nukes, ti vedo serio, a che cosa pensi?…”
“Nulla… per un po’ vi ho ascoltato, poi…

E poi è Settembre, che mi da tanta malinconia a me… Settembre.
Mi è venuta in mente una partita… un settembre di tanti anni fa… grigio, cupo quel settembre.
Era il 1973. Lo ricordo come fosse ora. L’11 (sassolino bianco… a volte, dicono, le date….), i fascisti del generale Pinochet (praticamente un traditore) avevano fatto il golpe in Cile.
Allende prima di morire, quello stesso giorno, aveva lanciato un’ultima straziante poesia che ancora oggi, (ancora oggi!), solca i cieli…


“Ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Non dubitate che, e non troppo tardi, si apriranno i grandi viali per i quali passa l’uomo libero per costruire una società migliore”…

Invece quel giorno passavano solo carri armati. Poi i cannoni. E gli aerei che bombardavano la Moneda...
Poi iniziarono subito le persecuzioni e gli arresti di massa. Lo stadio Nacional di Santiago diventò un’enorme prigione a cielo aperto. La Croce Rossa parlò di 7000 persone detenute nello stadio solo nei primi dieci giorni successivi al golpe. Molti vennero uccisi o torturati.
Anni dopo lessi la testimonianza di un ragazzo di 16 anni che era stato portato lì prigioniero:

“Avrei pagato chissà quanto, fino a pochi giorni or sono, pur di ritrovarmi qui, sull'erba odorosa di pioggia e di primavera dell'Estadio Nacional, con la maglia rossa della nazionale cilena. Indossavo la maglietta con il numero 6 della nazionale, un regalo di nonno Isidoro; mi raccontò di averla avuta da Francisco Valdés in persona, Capitano e idolo del Colo Colo, la squadra di tutto il popolo cileno unito, la squadra di Pablo Neruda...
Erano venuti a prendermi durante la partitella del giovedì, sul nostro campo spellacchiato alla periferia di Santiago… La camionetta comparve intorno al quarto d'ora della ripresa, eravamo sul 2-2. Le ruote frenarono arroganti in mezzo al campo, a zittire il vocìo dei calciatori, del mister che sbraitava consigli, di qualche attonito parente-spettatore. In un attimo di paralisi e di terrore mi furono addosso due elmetti di ferro verdoso, i mitra a penzoloni lungo le cosce, occhi spiritati e unghie sudicie. Mi spintonarono sul mezzo marziale e ripartirono, senza un perché. Mi voltai indietro, verso il mio pomeriggio interrotto, subito distolto da una mano nera che mi artigliava al cuore e strappava alla maglia lo stemma del Cile. Le lacrime mi si serrarono in gola, né riuscivo a pronunciare parola, mentre la città prendeva a scorrermi sotto gli occhi, mai così assurda e allucinata, lungo un tragitto che avevo percorso tante volte, verso l'Estadio Nacional, il tempio del nostro fútbol, l'orgoglio di tutto il Cile.

La camionetta trovò i cancelli spalancati senza nemmeno pagare, fino oltre il portellone aperto sul terreno di gioco. I battistrada grezzi dei pneumatici violarono la libertà del prato e inchiodarono a centrocampo, dove mi spintonarono giù, in mezzo a tutti gli altri. Avrei pagato chissà quanto, fino a pochi giorni or sono, pur di ritrovarmi qui, sull'erba odorosa di pioggia e di primavera…Ma qui non si gioca nessuna partita: i miei compagni di squadra (compagni?, compañeros?, quale orribile espressione, smidollata e comunista, bandita una volta per tutte nel Cile augusto e risorto del generale Pinochet… Augusto) pascolano per il prato come bestie rassegnate al macello, occhi atterriti e stanchi cercano un perché fra i fili dell'erba, sorvegliati a vista da un avversario più grande di tutti noi, armato fino ai denti serrati, l'emblema nazionale sulle divise, sugli elmetti, sulle lamiere blindate.Il pubblico sugli spalti siamo sempre noi, senza più bandiere né voci per incitare, così in troppi che non sanno più dove nasconderci, ostaggi di un regime dagli occhi adunchi e neri…
Quanto sembra diverso, ora, questo stadio, e quanto sembra irriconoscibile la mia maglietta rossa, la maglia della nazionale cilena che proprio qui, in questo stadio, si giocherà la qualificazione ai prossimi mondiali in Germania: lo spareggio di andata, a Mosca con i sovietici, è terminato 0-0 e davanti al nostro pubblico festoso vinceremo senza dubbio: finirà uno a zero, lo sento, e il gol sarà di questa maglia, del capitano Valdés, ne sono sicuro; ne ero sicuro, fino a pochi giorni or sono….
Occhi sconosciuti e disperati mi vengono vicino, vogliono bisbigliarmi qualcosa, hanno la barba lunga da giorni: è morto anche Neruda, sussurra la voce sdentata, immediatamente zittita dal grido rauco e isterico del militare che accorre, la ferisce con un calcio di fucile alla bocca, la stende a terra, la umilia con un altro calcio, al basso ventre, questo non è più calcio, arbitro!, è fallo, un fallo da espulsione. Ma nessun fischietto interviene imperioso, non c'è il boato della folla indignata. E’ morto anche Neruda”…


E tutto accadeva in quel buio e cupo mese di settembre. Era il 1973.
L’11 c'era stato il golpe; il 23 la morte di Neruda. Con la speranza, in Cile, moriva anche la Poesia…
Passarono settimane. Buie, cupe. Nel mondo le persone libere e sensibili fecero sentire la loro voce, la loro protesta. Debole, ma era tutto quello che si poteva fare. Poteri più forti avevano stabilito e deciso ogni cosa.

Da noi, in provincia, giunsero gruppi di rifugiati cileni e insieme a loro si dipinsero murales sulle pareti del Liceo e in altri punti della città.
Passarono mesi. Bui, cupi. Il 21 novembre 1973 si doveva giocare a Santiago la famosa e decisiva partita per la qualificazione ai mondiali: Cile-URSS. In quello stesso stadio appena sgombrato dai prigionieri, dal piscio, dal vomito. Dal sangue.
La squadra sovietica boicottò l’evento. Ma le autorità cilene decisero che la partita si sarebbe dovuta giocare comunque. Si sarebbe dovuta giocare lo stesso. Le autorità decisero anche chi avrebbe segnato il gol della VITTORIA! Proprio lui: Francisco Valdes.
Vent’anni dopo il mitico capitano della nazionale cilena ormai cinquantenne, si sentì di scrivere una lettera proprio a Pablo Neruda per dirgli tutto quello che aveva tenuto dentro per così tanti anni. Per me è una lettera stupenda. E ci ho scritto sopra anche una brutta poesia…

Querido Don Pablo ,

mi permetto di rivolgermi in questo modo un po’ colloquiale, e forse irriverente, per annullare la distanza che da troppo tempo mi provoca dolore. Mi chiamo Francisco Valdes, ho 50 anni compiuti l’altro ieri, una moglie e un figlio, che ho chiamato Pablo, come lei, nato il 20 Luglio 1977. Faccio l’impiegato in una banca di Santiago e guadagno abbastanza bene. Le scrivo per togliermi un peso enorme dalla coscienza, sono quasi vent’anni che me lo porto dentro.

Era il 21 Novembre del 1973. Allo stadio Nacional di Santiago era in programma la partita di calcio Cile – Urss, spareggio per andare ai Mondiali in Germania Ovest l’anno successivo. Io ero il capitano del Cile, portavo la maglia numero 6. All’andata avevamo pareggiato 0-0, un buon risultato: contavamo di vincere con l’aiuto del nostro pubblico.I gironi precedenti la gara furono un inferno: la nazionale sovietica comunicò che non intendeva venire a giocare a Santiago per protesta contro il golpe fascista del generale Pinochet. I nostri dirigenti, su suggerimento della federazione internazionale, ci obbligarono a scendere in campo ugualmente: il Cile, l’arbitro, un austriaco, ricordo, e nessun avversario. Un caso unico nella storia del calcio. L’ordine era semplice: al fischio d’avvio, avremmo dovuto inscenare un’azione e fare un gol. Subito dopo l’arbitro avrebbe fischiato la fine di una partita mai disputata, il Cile avrebbe vinto e si sarebbe qualificato per i Mondiali. Mi sembrava tutto così irreale…
Ero il capitano, come le ho detto, e negli spogliatoi, pochi istanti prima di andare in campo, venne il presidente della federazione cilena e mi disse: "Francisco, il gol devi segnarlo tu". Mi sentii crollare il mondo addosso, schiacciato da una responsabilità che non avrei mai voluto sopportare. Ma non ebbi la forza di rifiutare. Stavo diventando il personaggio chiave di una farsa che avrebbe fatto il giro del mondo, me ne rendevo perfettamente conto, stavo diventando un simbolo non solo sportivo ma anche politico. Si, perche’ quella partita era soprattutto politica: il regime di Pinochet voleva dimostrare la propria forza al mondo che condannava la sua violenza. E io ero stato scelto per un gioco più grande di me, don Pablo. Uno strano caso del destino, capisce? Mi interessavo di politica, a quel tempo. Ma in silenzio, non si poteva alzare la voce di fronte ai mitra dei soldati. O meglio, io non ne avevo il coraggio. Mio padre Eduardo, che era morto qualche anno prima, aveva fatto l’operaio per tutta la vita e si era rovinato a forza di lavorare: dieci, dodici ore al giorno, e pochi soldi in tasca alla fine del mese.
Non era facile farli bastare per me, mia madre e mia sorella Laura. Mi diceva sempre mio padre: "Paco, voi giovani dovete cercare di cambiare questo sporco sistema: io lavoro come un pazzo e il mio padrone si arricchisce. Non è giusto". Capii con il passare degli anni quelle parole, quando già andavo al liceo, e studiavo, e leggevo e imparavo a conoscere come girano le cose al mondo. Mio padre aveva voluto a tutti i costi che non abbandonassi la scuola, anche se in casa ci sarebbe stato bisogno di uno stipendio in piu’: "Non ti preoccupare" diceva a mia madre "ci penso io, faccio gli straordinari, ma Paco e Laura devono studiare". Mi allacciai le scarpe quel giorno, con una lentezza insolita che mi spiegai soltanto in un modo: volevo rallentare il tempo, volevo che il momento di quel gol già deciso non arrivasse mai. Venne l’arbitro negli spogliatoi, ricordo che fece l’appello, nome per nome, numero per numero, poi uscimmo sul campo.
C’era una folla incredibile, bandiere che sventolavano, gente che urlava.Pensavo: ma che avranno da urlare? Stiamo vivendo con i militari agli angoli delle strade con i carri armati che circolano sui viali di Santiago come se fossero padroni della città, spariscono persone e non si trovano più, ci sono donne che vanno alla polizia per cercare i loro mariti e i loro figli: che ci sarà mai da urlare di gioia? Poi capii: quella partita e quella qualificazione ai Mondiali ormai stabilita, perchè tutti sapevano che l’Urss non si sarebbe mai presentata, era in fondo un modo per dimenticare la tristezza. E quel pensiero, per un attimo, mi fece coraggio. L’arbitro fischiò l’inizio della partita e io corsi verso la porta. Non ricordo chi mi passò il pallone: sono dieci o venti secondi completamente cancellati dalla memoria. Segnai senza accorgermene e corsi subito negli spogliatoi, tra il frastuono delle trombe e il canto dei tifosi. Vomitai. Venne l’allenatore e mi chiese se stavo bene. Dovevo tornare in campo, perche’ la federazione cilena, sapendo della rinuncia dell’Urss, dopo la farsa del mio gol, aveva organizzato un’amichevole contro il Santos: il pubblico aspettava.
"Non ce la faccio" risposi, "mi sento male". L’allenatore, che mi conosceva da molto tempo, non fece altre domande. "Va bene, per questa volta faremo a meno di te". Tornai a casa e mi misi a letto. Ero sconvolto.Non lessi i giornali per tre giorni. Rimasi sempre in casa a pensare: il gol, la gente che esultava in quello stadio che avevano sgomberato poche ore prima dai prigionieri politici che il regime chiamava sovversivi. Erano ragazzi come me, la cui unica colpa era quella di aver dichiarato le proprie idee. Io, invece, ero un vigliacco, uno che aveva segnato quel gol, uno che non aveva saputo dire no, e che era diventato un simbolo, andando contro i principi secondo i quali ero cresciuto. Capii, in quei giorni, quanta differenza ci sia tra la teoria e la pratica, quanto sia facile parlare di liberta’ e quanto sia complicato realizzarla. Mi sentivo lacerato.Si chiederà, don Pablo: perchè scrive proprio a me? Che cosa c’entro io con tutta questa storia? Le ho detto prima che questa lettera e’ un modo per liberarmi la coscienza da un peso insopportabile. Ora mi spiego.Quando lei morì, il 23 settembre 1973, mentre Santiago viveva il momento più tragico della sua storia, io mi sentii perso, smarrito, senza guida. Ricordo che presi dalla mia biblioteca un libro e cominciai a leggere una poesia, e la ripetei all’infinito, per ore e ore, fino a che non entrò dentro di me, fino a che non divenne una parte di me. Il giorno successivo c’ero anche io ai suoi funerali: eravamo in trecento, suonarono l’Internazionale e vidi la sua casa di via Marques de la Plata completamente distrutta dalla crudeltà dei militari che volevano sotterrare per sempre la sua presenza. Stavo nascosto in mezzo alla folla. Qualcuno urlò il suo nome e un’altra voce rispose forte: "Presente". E poi ancora. E ancora. E tutti gridarono "presente". Poi altre parole e un altro grido.
"Compagno Salvador Allende".
Quel nome gelò la folla. Era la prima volta che veniva pronunciato in pubblico da quando i militari di Pinochet lo avevano ammazzato, pochi giorni prima. Io tremavo dentro, vedevo i mitra dei soldati, i loro occhi che squadravano minacciosi la gente del corteo, come se volessero fissarsi in mente i volti di quelle persone. Chissà, forse vorranno denunciarci, arrestarci, torturarci, pensavo… E avevo paura, tanta paura. Ma restai li dov’ero, un pò coperto, un pò nascosto: vigliaccamente nascosto, penso oggi. Quando tornai a casa, piansi, e pensai a mio padre, e mi rimproverai per non aver avuto il coraggio di gridare anch’io "presente", come tutti gli altri del corteo. Non ce l’avevo fatta. Come non ce la feci quel giorno allo stadio di Santiago.Ecco perchè le scrivo oggi, don Pablo Neruda. Oggi, 12 dicembre 1992, giorno in cui la sua salma finalmente e’ ritornata a Isla Negra, a casa sua, dopo gli anni di esilio in un cimitero anonimo. Segnare quel gol, per me, e’ stato un tradimento che non mi sono mai perdonato. Le lascio questa lettera davanti alla porta, sperando di aver saldato il debito, ma consapevole che la ferita non si puo’ rimarginare solo con le parole. Asì es la vida.
Con affetto e devozione
Francisco Valdes".



Il gol di Francisco

Muy Querido Don Francisco
è passato tanto tempo da allora.
Da quel giorno di novembre (era la fine!),
oscuro come il profilo della cordigliera,
come i cuori sugli spalti. . .
Cupo. Ch’era vivo ancora
il ricordo, il grido, il pianto
della gente su quel prato (muta)
sotto il tiro dei fucili. . .
Ch’era vivo ancora
il volo a finire sull’oceano infinito
e il sangue sulle sedie nei garage,
come altrove, dimore per gli dei (muti).
Muy Querido Don Francisco
ricordo ancora quella prima azione. L’ultima.
Sgomento a dribblare fantasmi,
a saltare ombre trasparenti,
entrate a gamba tesa sugli stinchi,
ginocchiate a tradimento allo stomaco,
feroci, come pelle scorticata.
Poi la porta si spalancò davanti. Vuota.
Come mai era stata,
come mai avrebbe dovuto essere.
Il vuoto.
Tra i pali, nella mente ronzante, nel cuore in tumulto. Il vuoto.
" Francisco, il gol devi segnarlo tu! "
Come sarebbe stato bello tirare fuori quella palla. . .
calciarla lontano verso le nuvole. . .
e rivedere così Don Pablo di bel nuovo cantare
lassù nel cielo. . .
e risentire l’azzurro sorriso. . . della Poesia.
Come sarebbe stato bello. . .
Invece
fu solo vomito negli spogliatoi
e dolore senza fine
per gli anni a venire.
Don Francisco, mi querido, asì es la vida.


Nukes


3 commenti:

Antonio Sofia ha detto...

dio, mi hai strizzato il cuore come uno straccetto.
posso evidentemente far poco per renderti fisico questo mio abbraccio: un GRAZIE gigantesco per aver scritto qui, no, per aver scritto. Queste sono parole generose e parole che amano senza chiedere in cambio nulla.
Un consiglio a chi verrà ancora, tra poco: stampatevi questo testo e conservatelo per leggero e rileggerlo.
Al Bar dello Sport succede anche questo. Ed è vero. In tutti i Bar dello Sport si possono incontrare persone così grandi. Che ascoltano e poi lasciano il loro pensiero come un prezioso dono.
E' la ragione per cui questo spazio l'ho chiamato così.

Ancora grazie nukes.

Nota
ai collaboratori adriano e sbabbaro prego di non scrivere prima di venerdì pomeriggio, per consentire la giusta visibilità a questo testo. credo non avrete difficoltà a comprendere.
i miei più cari saluti e ringraziamenti anche a voi che state con me rendendo tutto questo possibile. :-)

A.

adriano ha detto...

d'accordo
e concordo vivamente con te, una perla!!!

grazie nukes
adriano

momyone ha detto...

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

inutile citare la fonte, nevvero?

Nukes, grazie, mi hai strapazzato il cuore. ;*)