Leandro, dell'umanità pesante


Sottile.
Un ago.
Deciso.
Un ago.
Appena arrivato sotto pelle. Un ago.
E poi.
La curva mirabile, un tessuto teso, in volta scura,
la scelta di una traiettoria sola e una soltanto.

La palla in rete.

Una volta mi è capitato. Era il trofeo Violante.
Violante Saverio un mio amico.
Aveva organizzato un torneo al mio quertiere, a Bari, che il pallone gira ovunque e per tutti, anche per me quindi, che genio non sono, a Bari.
Avevo 17 anni. Il campo quello di un oratorio, in cemento, setteesette.
Eravamo in finale, c'era un sacco di gente, e perdevamo dueauno.
Poi presi palla dietro il centrocampo, io terzino sinistro che ha sempre giocato col 7.
Mi gridavano. Mimmo il macellaio è a terra! Si sta allacciando una scarpa! Avanza.
Progressione. Mimmo si rialza. Enorme.
Lo scanso, lo dribblo, lo supero, procedo.
Il centrale mi viene incontro, sono in zona tiro. Ancora verso l'interno, io terzino sinistro non mancino,
ho solo un movimento. Veloce. E all'interno. Lo salto, lo passo, lo dimentico, procedo. Ascolto.
Mi gridavano. Tira! Tira!
Ero in corsa. Col destro. Tirai.
La palla rimase bassa. Ezio, occhi azzurri, tanti soldi, scuola calcio, si tuffò in presa plastica. alla sua sinistra.
Quando la palla era già passata. Io ero in ginocchio. Incredulo.

Io, terzino sinistro, non mancino, amavo la maglia numero 7.
Mai stato uno di quelli "bravi". Studiavo, lo sapevano tutti, studiavo tanto.
"U' f'losofe".

Realizzai il dueadue e poi il treadue lo fece Angelo, il più forte.
Tifoso della Lazio, Angelo. Tifoso rispettabile.
Da Bari partiva in Fiat 500 quasi ogni domenica.
Rispettabile, Angelo, tifoso innamorato.

Fui espulso. Ma ci stava, ci stava bene.
E per quell'estate i bambini più piccoli del mio quartiere mi guardarono diversamente. Per quell'estate mi chiedevano di calciare un rigore, appena arrivato all'oratorio, mi chiedevano di giocare.

Ieri Leandro Cufrè è rientrato dopo un grave infortunio. Ha trovato una Roma appassita da settimane difficili, di chiacchiere amare, di sconfitte desolanti.
Servito da Alvarez ha stoppato a seguire e nonostante un norvegese provasse a spingerlo verso l'esterno, dopo una breve irresistibile corsa, ha calciato. Nello specchio.
Credo, quando vedo queste cose. Credo al Calcio. Credo alle sue miracolose sorprese.
E non mi interessa ora che potrebbe essere minimale soddisfazione questa vittoria nella terra gelata dei fiordi.
No, non mi interessa. Cufrè ha avuto un momento di umanità pesante. Di quelli che rimangono.
Nella sua anima, nella nostra.

Il derby si avvicina. Allo stadio c'ero, l'anno scorso, in Curva Sud, quando l'infame che blatera di guerra e armi venne ad offendere la gente della Magica. Senza rispetto. Lui.
Irrispettabile. Nonostante i servi della parola.
Di umanità pesante. Rimane. Il suo sfregio alla nostra identità di persone innamorate. E libere.
Perchè quell'apologia insensata, quella macchia di nero che insozza e vomita ignoranza e stoltezza,
non scivola via.

Di Canio è un vigliacco.
Cufrè quel giorno gli andò contro a muso duro.

Leandro, al derby, domenica,
ci sarà.

Che sia.
Bellezza.


A.

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