Chiusura


In ritardo, sì, in ritardo col rischio di perdere gli affezionati clienti.
La saracinesca brontola di ruggine,
pesa oltremodo
il cielo nelle pozzanghere.
I capelli radunano i pensieri
e l'umidità è una strega che cerca di rubarli.

La settimana è iniziata oramai da diversi giorni
e il Bar dello sport è rimasto silenzioso,
ad ascoltare. Forse.
Forse no, il Bar dello sport non era veramente chiuso.
La saracinesca era sollevata da terra
il minimo spazio
necessario
per l'aria o una formica.
E io dentro.

Cercavo qualcosa, qualcosa tra i vetri dei bicchieri bassi e squadrati
e le tazzine opache di zucchero, invincibile zucchero.
Il biliardo è solo una traccia sul pavimento, l'ho dato via da un po'.
Per aggiungere un tavolino da pranzo, anche se poi
a pranzo ci mangio da solo. Quasi sempre.
Cercavo nei vecchi tovaglioli a fantasia floreale e nei giornali stantii,
cercavo anche negli specchi o nell'acqua, raccolta, nel lavabo, fredda.
Cercavo infine nella mia pancia e nelle mie gambe,
dove sempre la stanchezza si fa più sentire. La mia stanchezza nella pancia.
E nelle gambe.

Ora ho riaperto. Senza trovare nulla.
Mi sono accorto di aver perso tempo, di aver trascurato Zoro e il suo furore contro
il razzismo, il gol di Tommasi al rientro, la Juve e il Milan massacranti palle anime e divinità,
l'Inter di Recoba (sì, va be') e i racconti caleidoscopici dei padrifigli dell'euro,
inventori di una Fiorentina spumeggiante. Di una Lazio di cuore.

Ho perso queste cose.

Vere. Sì vere.

Come la faccia di Padovan, inutile mostruosità tribale,
sfregio a qualsiasi concettualizzazione trasparente,
ovvietà di un confine africano
disegnata con matita e righello,
la sua faccia:
Signor zoro, la prego, sia antirazzista sul serio.

E Baldini che racconta, Baldini l'allenatore toscano,
che racconta il razzismo degli africani contro i bianchi. In Africa.
Piaga inenarrabile. Degno di arresto, Baldini. E di sputi in faccia, Baldini.

Meglio la Roma allora, l'amata, la desiderata Roma,
di cuore, di testa,
sul campo lascia due punti e le certezze di un Liedholm pensiero antico:
in 10 si gioca meglio. Vero.
In 10, senza Cassano si gioca meglio.
Chi.
Non.
L'ha.
Visto.
Ha dato a Cassano il voto del miglior giallorosso.
Bene.

In questo momento. Ne scrivo
e mi rendo conto
chiaramente:
meglio tornare a cercare.

Ora, ora che ne scrivo,
chiedo un aiuto al tempo. Sia clemente.
Mi restituisca tutte le ore
buttate vie e negate ai sorrisi della mia anima.
Le riponga sul banco, vicino al latte freddo.
Le ore che cerco, le ore belle,
in cui le gambe e la pancia si sollevino
di sereno e tiepido
piacere.
Salute a tutti.
Whiskey, per il freddo.
Per il freddo. Oro.

A.

Bye, George


And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan't crack;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.

And Death Shall Have No Dominion
by Dylan Thomas

Candela, carissimo guascone

Anche oggi poche parole.
Sembra che il Calcio sia assopito,
almeno alle mie orecchie si avvicina timido, scostante.

Impossibile non ringraziare oggi,
oggi che si sveglierà felice,
un carissimo guascone,
uno degli eroi dei recenti anni belli,
Vincent Candela, ieri artefice di un'ennesima prodezza che sa di Storia.
L'Udinese vola in Champions verso gli ottavi, e il francese triste, palleggiatore sopraffino privo d'agonismo, decide sotto l'incrocio la partita, in uno dei più difficili stadi europei.

Candela. Fatto partire innamorato,
lasciato andare in cerca di stimoli lui,
amante dei colori giallorossi, della città capitolina, dei tifosi della Sud.

Un uomo vero, caparbio, atleta ineccepibile e sportivo sincero.
Ex rugbysta, arrivò dal Guingamp e me ne innamorai subito, come non: poderoso, un trattore, segnò nella mia prima volta all'Olimpico. Contro la Juve. Era stato Paulo Sergio a sbloccare, sotto la Nord nel primo tempo, ma nel secondo tempo Vincent proruppe in una delle sue impressionanti discese, arrivò sul fondo e, come sapeva e sa fare, scagliò la sfera con violenza sotto la traversa. Si vinse, allora si vinse con la Juve. Pare sia passato un secolo. A pensarci bene,
sembra vero.

Pelle e ossa




George Best sta morendo.
Tanto si potrebbe dire.
Raccontare.
Sulla vita di un uomo.
Sulla vita di un uomo
ora ridotto a non augurare
a nessuno
di morire
come lui sta morendo.



Io ricordo un Campione.

Con la dissoluzione del suo talento,
con la sgretolazione, l'umiliazione

delle vittorie e dei suoi stessi colpi di genio,

l'uomo di Belfast fu capace di affermare
la libertà più cruda, dura, estrema:

non essere quello
che tutti avrebbero voluto che fosse.

Pelè non capiva. Come. Poteva. Essere. Il migliore.

Distruttivo.
Devastante.
Anelito alla contraddizione.
Rivoluzionario.

George Best.

A.

Dell'uva viola [ Buio 2.0 ]


Fiorentina sempre più su.
Al bar c'è una strana atmosfera.
Ci sarebbe da esser lieti di una simile rivelazione.
E invece è assai difficile
guardare con simpatia
la squadra viola.
Non so perchè. O lo so.

Eppure ogni punto che ha sembra meritato,
tanti favori arbitrali senza che la cosa insospettisca,
e giustamente, a volte è solo la ruota che gira,
tra l'altro i viola si so' staccati dalla chioccia torinese con il ds Corvino
e il prode Prandelli,
e han costruito una squadra sensata mirando sulla valorizzazione di giovani talenti.
Allora
perchè qui al bar li si guarda con diffidenza, con distacco?
Forse perchè
oggi battendo il Milan, hanno sancito la morte di un campionato terribile,
un campionato guastato, ammalato da un mercato spietato
in cui il genio del solo d.s. Corvino ha saputo resistere.
Un mercato vigliacco, un'estate balorda
in cui la squadra di Firenze ha saputo finalmente trarre profitto
da una ricostruzione seria, agevolata da tanti fattori forse, ma seria
e non è nè poco nè scontato.
Oggi la Fiorentina ha battuto il Milan ma rimane nella memoria la Juve di ieri.
Una squadra forse invincibile quest'anno, impressionante nelle potenzialità
e nell'atto di essere devastante. Capace di 11 vittorie su 12 partite. Senza altre possibilità,
il Milan si congeda da questa dimensione marziana, da questo straripante
potere fuori e dentro il campo, e chissà cosa ne pensa il suo patronpadrone.
Capita. Capita che sia proprio una bella vittoria come questa a lasciarti stranito,
stanco. Capita di invidiare chi ha saputo ritagliarsi uno spazio di gloria
in questa miseria sportiva.
Capita. L'aria sa di marcio e l'erba è pesta.
La Fiorentina è una squadra antipatica, forse Firenze è una città antipatica.
Altezzosa, vanesia e gonfia in petto oltre ogni proporzione,
presuntuosa e a volte grottesca nel suo ambire, prima del suo essere,
nel suo ostentare. Riflessi trascinati via dall'Arno, lento. Troppo.
Forse questa lentezza ha salvato Firenze dal vuoto, forse per questa lentezza
la Fiorentina sa resistere a un campionato così
brutto, così amaro.
E noi, tesi, nervosi, costretti qui al bar dello sport,
siamo le peggiori volpi,
le peggiori volpi dinanzi a un alto e vermiglio
grappolo d'uva
troppo matura.

A.

Buio


è finito sto strazio.pensieri. molti.che sta partita sia stata n'altro regalo.de qualcuno.non so di chi.ma certi gol non si prendono.oppure no.erano davvero troppo forti. enormi.schiaccianti.una squadra costruita grazie a un sistema mafioso.che schiaccia, sì schiaccia.oppure.la colpa è nostra. siamo scarsi nel petto e nelle gambe.non lo so. certo che con chivu, mancini e cassano. eraun'altra Roma.oppure.è colpa della societàche ci ha preso in giroche ha preso in giro Tottiche ha osservatori incompetentie si è asservita a chi oggi ci ha distrutto.io non so se sono pensieri giusti.nella testa una gran confusione.finisce cosìil sogno di essere ancora più forti.di essere col Capitano a guardare i colorii nostri bellissimi coloririempire il cielo.A.

Solo un Capitano


Nel silenzio
l'attesa.
E' finita
in pezzi.

Si arrischia la
gamba
al passo
e l'aria le resiste

invano.
Potrai cercare
il cielo
nell'ovale olimpico

e sarà sempre
più scuro
ad ogni sguardo
più livido

il cielo
non dirà nulla
la terrà
urlerà la gloria.

Distanti.
corpi.
di
amanti,

la curva delle voci,
il petto degli attori
si legheranno
a un destino ferreo

e il loro viso
sarà lieto padre
della bambina
vittoria.

Danza sereno
genio del sangue
scultore dell'oro
danza sereno

e l'ovale olimpico
piangerà
commosso
d'averti avuto.

Daje Roma Daje!

A.

Jean Carlos Chera, pesciolino


http://www.jean-carlos-chera.com/

Be'..a me puzza di zozzo..nel senso un sito così non è frutto del caso..
Comunque le immagini riconciliano con il mondo Pallone.

In bocca al lupo piccole'.
E attento agli squali.

A.

Taglio


Che dire. Il mondo fa schifo ma gira e rigira.
E tra i tanti giorni che ha vissuto, e quelli che vivrà,
sabato è un giorno particolare per alcuni suoi abitanti.
Certamente nessuno dimentica, nessuno pensa
di poter cancellare le aberrazioni di questo vivere,
o morire, per alcuni, sul lavoro, in guerra, negli ospedali.
Senza smettere di respirare altri vivono morti.
Nessuno spera soltanto di ottenere requie alla stanchezza,
al dolore o al pensiero chè sia più leggero.
Tuttavia per me, come per molti altri, pochi forse tra i miliardi che siamo
e siamo stati,
sabato è il giorno di Roma - juve.
juve. Volutamente minuscolo. Troppe cose rendono grande
la storia dei bianconeri perchè io vi aggiunga un solo carattere.
al di sopra degli altri.
Abituati a essere al di sopra. Abituati dallo strapotere economico,
quello che a Torino ha relegato la società granata a mesta controfigura,
quello stesso strapotere economico che è stato nel bene e nel male la faccia
dell'Italia del boom.
Abituati dal potere politico, nelle stanze dei bottoni, dove le regole sono uguali per tutti ma non si è tutti uguali nello stabilire le regole, nel far valere le regole.
Abituati, soprattutto abituati al potere culturale, quel maledetto stile, parodia, grottesco rigurgito del bell'essere e del buon vivere, che ha condannato qualsiasi interlocutore a non esser ritenuto degno, escluso da un bordello per abito non conforme al tenore della serata, qualsiasi interlocutore. Lo stile juve.
Abituati a vincere, tanto da non poter perdere. Abituati a vincere tanto da trasformare il concetto stesso di vittoria. Rendendo inutile la competizione, perchè inutile, parziale, smarrimento di un'immagine di per sè inconsistente. La juve si specchia in una pozzanghera e un flebile soffio d'aria la scompone, mostrando, la sporcizia sul fondo, eppure è vincente. O solo. tutti gli altri. Quasi tutti gli altri. Perdenti.
Sabato c'è Roma- juve. Timore di una messa in scena già vista. Ogni cosa trema, la pesantezza del ciclo teme. I personaggi cercano l'autore e l'autore s'è impiccato. Si dice. In giro.
Eppure la tensione nel cuore innamorato si esalta al solo immaginare i colori, il contrasto della luce, il fragore dell'Olimpico. Quando anche l'uomo non vero è costretto a sentire il peso delle sue ossa.
La Roma come ogni anno è chiamata a interrompere una ritualità consolidata, a colpire una deformazione funzionale, forse, all'equilibrio. La juve è una deformazione funzionale all'equilibrio, questo forse è la juve. È servita al nostro Paese, è servita a chi ha avuto potere nel nostro Paese.
Perchè il grande nemico è il sogno di ogni piccolo eroe. E si vive e si muore da piccoli, col sogno di essere eroi.
Vincere come il Capitano sta promettendo è la meraviglia di un Overture che introduce temi di estetica raffinata e sviluppa la passionalità del dio antropomorfo. Il suono sarà pieno, lo stadio sarà soave. Che trionfi il taglio, che si innalzi il grido,
e il tempo riprenda.
La corsa verso un futuro non scritto.

A.

Dribbling (del tempo)














Sabato. Domenica.
Non c'era il Campionato. Ma aspettavo ugualmente questo finesettimana.
Tante cose da fare. Troppe. Paradossalmente. Nel tempo del riposo.
Affollate.

Sabato. Domenica.
Da destinare al tempo privato. Il tempo privato di cosa. Di ogni ultima proprietà.
Dal lavoro. Dalla spesa. Dagli autobus. Dalla stanchezza.

Non sono mai stato un grande dribblatore.
Il dribbling è qualcosa di teso, veloce, sicuro.
Le finte contano poco. Me ne sono convinto.
La cosa più importante è scegliere la direzione. Per secondi.
Quando dinanzi hai un difensore, quello che si scopre per primo. Perde.
La velocità di scegliere la direzione esatta, quella fisiologicamente debole,
che di destro e sinistro si è persone diverse, capita,
o solo quella momentaneamente inattesa, per una scelta istintiva
che sa di belva sapiente, di casuale incisione nel punto perfetto
dove era necessario tagliare.

Il mio dribbling.
Io sono un destro che gioca a sinistra. Non è ironia.
Ero veloce, ho le gambe lunghe e una discreta propensione
al sacrificio e all'atto eroico.
Avanti. Indietro. Avanti. Indietro. Calciavo bene. No.
No, esagero. Avevo un desiderio costante di fare il meglio.
Anche nelle partite della domenica, quelle che i miei amici avevano i mocassini,
io sempre le scarpe nere del mercato, le Nich, o Adigas, o Ribok ancora,
dopo la Messa che avevo fatto il chirichetto, e no che non si dovrebbe con le scarpe da ginnastica ma che vuoi fa' ho queste soltanto,
anche nelle partite della domenica mi spezzavo la schiena.
Una volta.
Alle 12. Doveva finire la partita e io ero il piccolo tra i "grandi" del mio quartiere.
Non ne beccavo una. A Bari, nel mio quartiere quando diventi "grande" è perchè
a pallone sei fortissimo. Se no al massimo sei adulto.
Alle 12 si vinceva unoazero. Che emozione. Era stato un triangolare durissimo. Ricordo ancora Giovanni col gessato salvare palloni su palloni, gli ingelatinati evitare di prenderla di testa,
la scarpa volante di Marco, librata nel cielo da un eccesso di agonismo.
Erano le 12. doveva finire lì. Al suono delle campane. Che non suonavano. Cazzo.
Il tempo sembrava falso, bugiardo, ladro, infame.
Le 12. Quando. Quando sono le 12. Segnano. Loro. Non si vince più.
Rigori. Allora, come quasi sempre. E si perde, ai rigori si perde. Perdemmo.
Nel momento stesso in cui il Parroco ci disse di andar via.
Corsi allora, avevo capito la truffa, avevo capito l'errore.
Le campane, le finte campane registrate della nostra Parrocchia,
non suonava più alle 12. Ma alle 12,30. Primavera. Una primavera del cazzo.
Corsi da Giovanni, da Marco, dagli altri gridando: "Non suonavano, non suonavano!".
Avevamo vinto noi. Ma nessuno mi diede retta. Avevano indossato le giacche, ricmposto i ciuffi,
sigillato i mocassini. E dimenticato una partitella scema. Della domenica mattina.
Avevamo vinto. Ma chissà perchè non interessava a nessuno.

Giocavo a sinistra perchè dribblavo col destro verso l'interno. Sempre di lì.
Se giocavo a destra. La palla scorreva quasi sempre in fallo laterale.
E la mia corsa. Finiva lì.

A.

Proporzione: 5 a 1


5 a 1:
nel calcio è, è stato
un risultato schiacciante.
ma nel ricordo si confonde. con le parole che
un tempo mi chiedevano risposte.
e la mano mia adulta
si bagna cieca
nella memoria
delle tensioni più intime.

Colle der Fomento
Cinque a uno,
da 'Odio pieno', 1996

Cammino per la strada un giorno che e' uguale a un altro
con la testa sto lontano con i piedi nell'asfalto
come sugo ti do zero perche' e' zero che mi resta mo'
le tasche vuote i segni cinque a uno li scordero'
mi prendo cio' che e' mio perche' tempo non c'e' per nessuno
in giro con le spalle parate se si gioca cinque a uno
nun me passa piu' non po' fini' cosi' ci spero
nè da una parte nè da l'altra solo sempre vero
nun me poi ferma' ma che ne sai di me se non ci vivi come me
se non ti strippi come me
se non ti fidi come me
ma quale onore non ti credo solo spazzatura
e non parlarmi di rispetto chiamala paura
nella testa pesa se nessuno dice niente
se nessuno muove un dito mani in tasca con lo sguardo assente
intanto accanno resto fuori vado per la mia
ognuno c'ha il suo spazio ma e' una scelta tua
ognuno con la gente sua
se il fine non giustifica qualcosa nella testa
mi fa uscire dalla scatola e poi via di corsa
resto sempre uguale ma con qualcosa in testa

La proporzione e' sempre cinque a uno
ma nun ce gioco piu' si se gioca cinque a uno
ma nun me passa si se gioca cinque a uno.

Cammino giorno dopo giorno nella Sprawl
cerco di dare un senso a cio' che ho intorno come spawn
ci riesco passo e qualcuno mi guarda in cagnesco
so che ogni pretesto è giusto per questo
il mio senso di ragno salta a mille e so perchè
perchè l'avvoltoio vola sempre sopra di me
mi vorrebbe in riga ma lui sa che in riga non ci sto
perciò fa il gioco duro e sai che fa sul serio perchè so
in che cosa credo l'ho imparato presto
in questo mondo non c'e' posto
per chi è fuori posto
si gioca cinque a uno ma io non voglio giocare
con chi usa l'anfibio non solo per camminare
se scende la notte sale la paura
con lo scazzo sono notti senza stelle
e non c'e' mezzo per uscire da una situazione di quelle brutte
tipo Guerrieri della notte troppo buio troppe luci rotte
per questo resto coi fratelli dalla parte di me stesso
ne destra ne sinistra per me non c'e' posto
tengo duro anche se ho le spalle contro il muro
ma nun me passa piu' si se gioca cinque a uno

La proporzione e' sempre cinque a uno
ma nun ce gioco piu' si se gioca cinque a uno
ma nun me passa si se gioca cinque a uno.

Quello che c'ho quello che so
un meccanismo nella testa per svoltare
questo gioco mo'
qualcuno resta fermo e sta a guardare
se certe cose cambiano ma qualcun'altro cambia e certe svolte le ha in attimo
cammino nella strada mentre il sole non mi scalda piu'
con il cielo sulla testa mia sempre piu' blu e
e il senso è che puoi solo cancellare
ma nella testa mia neanche in cinque puoi entrare
vivo la vita di ogni giorno ogni giornata
non sono ne un compagno ne un camerata
ma un B-Boy
volevano problemi ora problemi avranno
ma quando sono in cinque sai se mette male per il Danno
accanno sto fuori ma mi ributtano dentro
nella fattoria fa sempre lo stesso giorno
io flippo rime hardcore e resto l'elfo scuro
ma nun me basta questo si se gioca cinque a uno.

Nu e Marianna


La tenaglia delle cose da fare
brucia le radici dei pensieri.

Ma voglio lasciare un invito
ai primi giorni di un blog bellissimo.
Dove mia sorellina e sua figlia di pochi mesi
raccontano. Si raccontano.
E ascoltarle è leggero come solo
la verità sa essere.

Sarei felice se
gli amici del bar lasciassero a margine
di questo tenue e delicato spazio
un segno. Della presenza. Di occhi amici.

http://nuemarianna.blogspot.com

A.

Tigre


A Bari avevo una bici.
Me l'avevano regalata gli amici del mio quartiere, a un compleanno.
era nera nera.
ma tanto nera che era rubata.
alle prime ammaccature iniziò a filtrare un giallo fosforescente.
la vernice cadeva striandola
meravigliosamente.
e lei fu la TIGRE.

Poi la Tigre la verniciai col mio amor dell'epoca
usando solo le dita la verniciai
di impasti multicolori la verniciai.
e così bellissima me la rubarono.

finì l'amore
e i miei amici, di scuola questa volta, mi regalarono un altra bici.
era giallorossa come il mio cuore.
meno agile della prima tigre, ma solida e sfavillante
di nuovo era Tigre, la TIGRE 2.0.
Un giorno, all'università,
mentre provavo
l'emozione della rivoluzione cieca e balbettante
anche lei fu portata via.
Ricordo la catena blu. E il vuoto che cingeva e assicurava alle sbarre dell'altrio.

Così i miei genitori mi rimediarono da una vecchia amica un'altra bici.
Era ancora più pesante.
La TIGRE 3.0: rossa e nera, arrancava nonostante la parvenza aggressiva. Non ci siamo mai amati io e lei.
Era un bici affezionata alla parete su cui da anni giaceva, aveva scelto la riflessione, il pensiero, e l'atto la lasciava scossa. Tremava sulle salite, strideva nelle discese.
Così la riportai alla sua ascetica verticale,
mentre il mio amore grande dell'epoca non aveva più parole
e scivolava via pesante
nei riflessi di Roma.

Tornai a Bari e mi comprai la mia prima bici.
Era la TIGRE 3.1.
Perchè la 3.0 era stata solo un precario transito, perchè la TIGRE 3.1,
quasi per magia, recava un marchio di fabbrica sulla forcella, chiaramente segno di un incontro e di un tempo predestinato: 3.1. Era lei.
Bellissima, leggera, spiritosa, debordante di iniziative,sgusciante, altezzosa, sexi, rivoluzionaria, potente,fedele, saggia e coraggiosa. La Tigre 3.1 è stata compagna di quella strada difficile, impervia, devastante verso la serenità del cuore.
Aveva una trombetta, andammo a vivere da soli, io e lei, lei vicino al mio letto che la camera era piccina.
Un giorno m'ammalai d'amor nero
una malattia viscerale e sviscerante:
ero io leggero sulla mia Tigre tanto che lei non mi sentiva più.
Lasciai Bari allora. Per respirare, lasciai Bari.
E lei.

Qui a Firenze non ho una bici.
Ma ho un amor biancolucido.
La mia Tigre ha aspettato il mio ritorno fiduciosa, per mesi.
E ci siamo rivisti, poi, respiravo.
Siamo amici adesso, ancora, io e la mia Tigre 3.1.
Ora lei è a Udine con mio cognato che ha promesso di farla viaggiare
ancora e ancora.
Sono sicuro che lei è felice
come lo sono io.

La mia Tigre 3.1 è stata una bicicletta straordinaria.

A.

Finchè la barca va..(Monicaunadinoi)


E la Tv mangiò se stessa.
Ieri sera, ondeggiando in continuazione,
sulle spinte degli spot brumosi,
e alla disperata ricerca di un servizio, una chiacchiera, una parola
a proposito della Roma, isola amata su cui riparare,
rimanevo in secca.
Le sabbie della polemica erano frantumi
infiniti
di un unico perpetuo riflesso: miracolo della rena televisiva,
ogni singolo granello di sabbia uguale all'altro,
e nel microscopico, riproduzione del mondo.

Serie A, ore 19.30:
Il delirio di un uomo allo sbando
mischiava la reale difficoltà di un ospedale
a raccattare riserve di sangue per ovviare a un parto a rischio
(nobile e faticoso l'ardire del medico in collegamento interessato a sfruttare
ogni decimo di secondo per una giusta informaione sul problema),
con la sua falsa non difficoltà a procedere da inetto
non della sua professione, sia mai,
ma dell'uso morale di un mezzo televisivo ridotto
a balconata da discorsi. In piazza. Uno a centomila. Memoria italica mai sbiadita.
Forse solo perchè, volente o nolente, c'è il papato a rimembrarne
le coordinate organizzative. O no. È altro. Anzi. Sicuramente. È altro.
Non mi interessa la reazione indignata dei giornalisti. Commercianti del non volume
almeno quelli, mi si permetta. E servi. Almeno quelli, mi permetto. Di dire.
Non mi interessa, ripeto. Ma rimango ugualmente scosso. Da tanto blaterare,
da un tono arrogante, che sa di potere. Imporre. La regola del valoreMercato.
E soprattutto mi irrita l'evidente oltraggio a Monica Vanali, lei sì brillante e coraggiosa
(non dimenticherò mai, espulsione e squalifica di Flachi fondamentale attaccante della Samp:
"Guarda caso alla prossima c'è SampJuve", e Zazzaroni "allora è tutto truccato stai dicendo", e Bonolis "Consigli per gli acquisti", e il silenzio, dopo). Invitata a partire per Roma.
Se proprio vuol essere della..Festa.
Che schifo.

DS, 22.30:
la sagra della stronzata che è diventata la Domenica Sportiva,
(non me ne vogliano, basta con il sensazionalismo di al di là del fiume, ma
vede' quattro rincojoniti inseguire battute trasudanti di simpatia vietata ai maggiori
di cinque anni alla lunga è fastidioso)
si trasforma nell'ultimo baluardo del servizio pubblico. Ce ne fossero.
Di alfieri come Mazzocchi. O forse son tutti così gli alfieri.
Ridotti a parodia di se stessi. Luccicanti sull'ampia fronte ammalata di sorrisi stanchi.
E messi di spalle, faccia a muro: mentre una sottile bacchetta
controlla l'elasticità delle ginocchia. Galliani fa la voce grossa. Stessa fronte,
ma mascella feroce, robusta, digrignante autorità e piacere.
Nessun milanista alla Rai. Dio mio. Niente sarà più lo stesso. Niente.

Controcampo, 22.40:
Piccinini enumera i risultati trionfali della redazione che è il progetto Rognoni.
Se offendete il Capo, offendete noi. Vero. (o no?).
Oggi agitazioni sindacali. Che Bonolis riesca dove il precariato e le malversazioni falliscono
deve dare atto che le facce del Male, per i lavoratori, sono proprio cambiate.
Così come la facce del Bene (e Cofferati è quasi simpatico come ancella della Lega/lità).
Gambe all'aria poi per un comunicato che difende il Paolo nazionale: ma sì, in fondo so' ragazzi.
E chissà forse al ritorno del Campionato (ma ste amichevoli della Nazionale arrivano sempre
sul più bello! un po' come le telefonate che t'avvisano di un aereo sulle Torri Gemelle, oh che ci vuoi fa' è vita vissuta) saremo tutti lì a vedere come continuerà la saga.

Perchè il Campionato no, il Campionato non ha granchè da dire.
La Fiorentina ha vinto ancora. E forse se ne parlerà quando inizierà a perdere.
La Roma vince ancora, Totti, Doni e Mexes miracoleggiano. E forse se ne riparlerà solo per la Cassanovela.

La prossima va di scena Roma Juve.
Senza la Vanali. Ci sentiremo tutti più soli.

Monica. Una di noi.

A.

Pasolini, il calcio e la Roma


Da http://www.corederoma.it,
un testo appassionato
di Pierluigi Lupo,
che ringrazio sinceramente
per il prezioso ricordo.


Pier Paolo Pasolini era un grande appassionato di calcio.
Era tifoso del Bologna, lo sapevano tutti, ma vivendo a Roma e amando visceralmente questo sport, andava tutte le domeniche allo stadio Olimpico. E così finiva per seguire anche la Roma e la Lazio. Però, una certa simpatia per la Roma è testimoniata da alcune espressioni forti contenute nei suoi romanzi come ad esempio: “’Sto laziale stronzo!”. Oppure: “Forza, a Trerè, faje vede chi ssei!” (Tre Re giocò cinque stagioni con la Roma e dal 1951 al ’54 ne fu il capitano). O ancora: “e lasseme perde, no? Nun lo vedi che so’ Pandorfini, so’?” (Egisto Pandolfini acquistato dalla Roma nel 1952 per la cifra record di 50 milioni).

Oltre a guardare le partite, Pasolini amava anche fare le partite. A questo proposito Ninetto Davoli racconta: “Appena sentivamo il rumore di un pallone ci fermavamo e cominciavamo a giocare”. Pasolini, alla vista di un pallone, anche se si trovava vestito di tutto punto, mollava ogni cosa e si metteva a giocare. Frequentando spesso la periferia romana come Pietralata, il Pigneto, Monteverde (quartiere dove visse dal 1954 al 1963), incontrava spesso ragazzi impegnati a rincorrere una palla, e lui, con facilità, si mischiava a loro. Molte sue pagine raccontano proprio di queste spontanee “ricreazioni” collettive, rese possibili, a quei tempi, dai molti spazi vuoti e le poche macchine circolanti, quando “giocare al pallone era la cosa più bella del mondo”.

“Era una spianata lunga quasi un chilometro… intorno tutte file di palazzoni appena costruiti di sei sette piani… ci giocavano a pallone poco poco un centinaio di ragazzi”. Questa, tratta da “Una vita violenta”, è una delle tante descrizioni di una Roma de pischelli alle prese col pallone e il polverone che spesso alzavano ruzzolando sulla terra secca.

Ancor più bella quest’altra descrizione: “Poi vennero due o tre con una palla, e gli altri buttarono le cartelle sopra un montarozzetto, e corsero dietro la scuola, nella spianata ch’era la piazza centrale della borgata”. Prima di cominciare buttavano le dita per dividersi e dei mucchietti di breccole (sassolini) facevano da pali alle porte. Chi non aveva voglia di partecipare si metteva a sedere per terra e si guardava la partitella, magari sfottendo quelli più scarsi.

Oggi, 2 novembre 2005, a trent’anni dalla sua barbara uccisione rendiamogli omaggio leggendo, o rileggendo, i suoi libri e guardando, o riguardando, i suoi film. Come nessun altro ci ha raccontato le borgate romane con una realtà, un amore e una poesia sconvolgente.