Dribbling (del tempo)














Sabato. Domenica.
Non c'era il Campionato. Ma aspettavo ugualmente questo finesettimana.
Tante cose da fare. Troppe. Paradossalmente. Nel tempo del riposo.
Affollate.

Sabato. Domenica.
Da destinare al tempo privato. Il tempo privato di cosa. Di ogni ultima proprietà.
Dal lavoro. Dalla spesa. Dagli autobus. Dalla stanchezza.

Non sono mai stato un grande dribblatore.
Il dribbling è qualcosa di teso, veloce, sicuro.
Le finte contano poco. Me ne sono convinto.
La cosa più importante è scegliere la direzione. Per secondi.
Quando dinanzi hai un difensore, quello che si scopre per primo. Perde.
La velocità di scegliere la direzione esatta, quella fisiologicamente debole,
che di destro e sinistro si è persone diverse, capita,
o solo quella momentaneamente inattesa, per una scelta istintiva
che sa di belva sapiente, di casuale incisione nel punto perfetto
dove era necessario tagliare.

Il mio dribbling.
Io sono un destro che gioca a sinistra. Non è ironia.
Ero veloce, ho le gambe lunghe e una discreta propensione
al sacrificio e all'atto eroico.
Avanti. Indietro. Avanti. Indietro. Calciavo bene. No.
No, esagero. Avevo un desiderio costante di fare il meglio.
Anche nelle partite della domenica, quelle che i miei amici avevano i mocassini,
io sempre le scarpe nere del mercato, le Nich, o Adigas, o Ribok ancora,
dopo la Messa che avevo fatto il chirichetto, e no che non si dovrebbe con le scarpe da ginnastica ma che vuoi fa' ho queste soltanto,
anche nelle partite della domenica mi spezzavo la schiena.
Una volta.
Alle 12. Doveva finire la partita e io ero il piccolo tra i "grandi" del mio quartiere.
Non ne beccavo una. A Bari, nel mio quartiere quando diventi "grande" è perchè
a pallone sei fortissimo. Se no al massimo sei adulto.
Alle 12 si vinceva unoazero. Che emozione. Era stato un triangolare durissimo. Ricordo ancora Giovanni col gessato salvare palloni su palloni, gli ingelatinati evitare di prenderla di testa,
la scarpa volante di Marco, librata nel cielo da un eccesso di agonismo.
Erano le 12. doveva finire lì. Al suono delle campane. Che non suonavano. Cazzo.
Il tempo sembrava falso, bugiardo, ladro, infame.
Le 12. Quando. Quando sono le 12. Segnano. Loro. Non si vince più.
Rigori. Allora, come quasi sempre. E si perde, ai rigori si perde. Perdemmo.
Nel momento stesso in cui il Parroco ci disse di andar via.
Corsi allora, avevo capito la truffa, avevo capito l'errore.
Le campane, le finte campane registrate della nostra Parrocchia,
non suonava più alle 12. Ma alle 12,30. Primavera. Una primavera del cazzo.
Corsi da Giovanni, da Marco, dagli altri gridando: "Non suonavano, non suonavano!".
Avevamo vinto noi. Ma nessuno mi diede retta. Avevano indossato le giacche, ricmposto i ciuffi,
sigillato i mocassini. E dimenticato una partitella scema. Della domenica mattina.
Avevamo vinto. Ma chissà perchè non interessava a nessuno.

Giocavo a sinistra perchè dribblavo col destro verso l'interno. Sempre di lì.
Se giocavo a destra. La palla scorreva quasi sempre in fallo laterale.
E la mia corsa. Finiva lì.

A.

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