Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale, sinceramente quest’anno ho un certo imbarazzo a scriverti. Mi sembra che lassù vi siate dati un bel po’ da fare in questi ultimi dodici mesi. Non sto a ricordare gli ospedali, mai tanti come in tutti i miei ventinove anni di passaggio, non sto a menzionare il matrimonio e la nuova casa pistoiese, non sto a rivendicare le tribolazioni professionali e le ansie economiche. Vorrei ricordare cosa ti ho detto l’anno scorso per meritarmi tanta generosità, tanta attenzione nel comporre il parco doni 2005-2006. Vorrei ricordarmelo e, in tutta onestà, vorrei evitare di usare le stesse parole, vorrei evitarlo accuratamente.


Sì, lo so. Posso facilmente sembrare ironico con questo mio dire, apparire quasi non soddisfatto dei tuoni generosi servigi. Posso. Mi concederai questo in virtù anche di una condotta quasi ineccepibile nello scartare ogni pacco (!) senza indugio o esitazione. Non un dono ho riciclato, ho accettato tutto e tutto credo di aver considerato in attenzione doverosa. Quindi non averne a male.


Bene, potrei chiederti, per questa notte la semplice assicurazione che te ne starai, ve ne starete per un po’ fermi a guardare; o quanto meno mi vorrei augurare una novella disponibilità a contenere il recente eccesso di esposizione, che si sa, alla lunga non paga. Siate buoni, insomma, ma più che altro non siate perniciosi, ecco.


Guarda, guarda non serve ribadire l’imperscrutabile funzione di ogni foglia distesa nell’etere. Non metto in dubbio che tutti i doni dello scorso anno, caro Babbo Natale, siano stati opportuni e calibrati. Quindi, consideralo come un assunto e non torniamoci su. Però, ho fino a prova contraria la possibilità di comunicarti una richiesta questa notte e se pur ti sembrerò un po’ sulle mie, sii comprensivo e stammi a sentire.


Molti, questa notte, penseranno a chi ha meno; e sia chiaro su, chi fa sto pensiero normalmente ha abbastanza per poter credere che sia tutta una questione di quantità e frequenza nell’avere. Ai bambini facoltosi o ai bambini a tasso zero non rimarrà altro che verificare l’inadeguatezza dell’essere dinanzi alle potenzialità inespresse del non essere - cosa allora manca, cosa?; ai bambini pezzenti o educati ad agognare, rimarrà la serenità di un significativo titolo da sciorinare in curriculum e l’ebrezza maestosa dell’invidia repressa in un cuore di non troppi centimetri quadrati - manca ogni cosa.


Molti altri, questa notte, cercheranno di dimenticarla ancor prima che s’avveri; e saranno altri ancora a fornire il modo per non scorgervi differenza alcuna dai giorni passati e da quelli a venire. Qualcuno proverà a morire, qualcuno proverà a nascere; ma questo importa a pochi e sbagliano tutti gli altri perchè il bilancio tra chi va e chi viene è a dir poco preoccupante vista l’emergenza del brutto in questo mondo.
(Mi si conceda: lungi da me ogni momento l’infame petulanza di un improvvisato laudator temporis actis: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. E non si stava meglio quando si stava peggio, per favore. Eppure il brutto emerge, pur su una quntità complessiva non commensurabile nè comparabile).


Laggiù in Africa c’è poco da fare, rovinano sempre le feste: hanno il ritmo del sangue e per questo malattie e guerre non di fermano un attimo.
Laggiù in Oriente c’è chi si dà molto da fare e crede di fare qualcosa di importante: tenerezza e affetto per chiunque si sente così.
Del resto del mondo non parlerei, troppa fatica trovar qualcosa da dire: Africa e Oriente, quanto meno si va sul sicuro. Un po’ come con gli scacchi regalati al figlio adolescente di un avvocato di sinistra.


Lo ammetto sto girando intorno alla questione, effettivamente un po’ ti temo, Babbo Natale: che tu mi prendi alla lettera poi; e non a caso è per lettera scegli di relazionarti a noi peregrini su sto pianeta vanitoso, narciso quanto inutile (almeno finchè qualcuno non farà un tre sponde intergalattico e non ci usi per fare filotto). Ma per quanto io ci giri intorno la richiesta è bene io la renda meno subdola, è opportuno che io te la affidi luminosa e a chiaro contrasto.


Caro Babbo Natale, per quest’anno ti chiedo semplicemente di non darmi niente che io già non abbia già avuto: chiaro, dovrebbe essere il minimo tra persone che si conoscono e vogliono bene. Ma il dubbio mi è venuto. Siam tanti e sia mai che tu possa dimenticare uno e uno solo dei tuoi recenti prodigi.


Claus, o Niccolò, come preferisci. Te lo dico esplicitamente. L’unica cosa che potrei voler ripetere per quanto è stata bella è il mio matrimonio; ma, per inteso, se dicessi a mia moglie che voglio sposarmi nuovamente potrebbe ammazzarmi prima di ulteriori precisazioni. Dunque niente di difficile per l’anno nuovo: ti sei dato da fare, e anche bene, guarda voglio concederti la possibilità di considerarmi, adesso, una persona migliore, non te lo nego mica. Ma proprio per questo partiamo da questa costatazione. Che meraviglia guardarmi allo specchio, ora ho anche i capelli corti. Chapeau.


Se per caso ti viene il dubbio su qualcosa che ti sembra di aver già fatto, e qui a finisco, davvero non rimanere in angustia e rinuncia. Saprò capire, qualora la vita mi si presenterà quieta e serena da parer noiosa, saprò capire in questo caso che ce la stai comunque mettendo tutta. Te ne darò atto e nessuno ti priverà della mia pacca sulla spalla, ben assestata e giustamente sostanziosa.
Infine, prima dei saluti, se ti solletica proprio la mano e vuoi esser facilitato nell’evitare imbarazzanti reiterazioni, guarda mi serve un contratto di lavoro a tempo indeterminato, una casa e poi, se vuoi strafare, un figliolo. So già la faccia che stai facendo. No, come non detto. statti fermo e sarò più che contento.


Allora ti saluto, non rimane che augurare a te e alle renne di fare un buon lavoro, un lavoro di cui poter andar fieri.
L’hai notato, non ho volutamente precisato che son stato buono, ma se sono qui a scriverti visto l’anno trascoso, e a scriverti senza espressioni censurabili, mi sembra chiaro che cattivo non sono e non sono stato.


Babbo Natale, a sta notte dunque. O anche no, anche no davvero.
In eterna, infinita amicizia.
Buon Natale.


A.


p.s.
Buon Natale a tutti gli amici del Bar dello Sport. Grazie di esserci stati, grazie di esserci.

Apocalipse now



Ero annoiato e abbastanza giù
non c'era niente neanche in tv
all'improvviso tutto è cambiato
del suo sapore mi sono innamorato.
Pa pa pa parmigiano
Re re re rereggiano ohoh.
Io sono sola malinconia
avrei bisogno di compagnia
voglio un compagno per il futuro
che sia fragrante questo di sicuro.
Pa pa pa parmigiano
Re re re rereggiano ohoh.
Inaspettato vien giù dal cielo
in questa storia è questo il bello
ho conosciuto uno geniale
ed è davvero molto originale.
Pa pa pa parmigiano
Re re re rereggiano ohoh.


Dunque.
In tutta evidenza senza leggere con attenzione il testo
qualcosa si perde.
Ad ogni modo.


Primo spot.
Direi quasi sobrio. Breve, meno di trenta secondi a introdurre il tema.
Il portatore della denuncia è fondamentalmente un Pomodoro. È lui che rompe il silenzio e alza per primo la voce. Il buon ragioniere imbolsito e vestito di rosso ondeggia tra destra e sinistra senza trovare pace; al suo seguito altri due normodotati e un nano che si posiziona sull'estrema sinistra. Poco da dire. Evidentemente frustrato l'uomo ingrigito da anni di partita doppia, ma potrebbe anche essere altro dio mio, ricorre all'eterna panacea. LA MANO.
È subito dopo la comparsa della MANO, e il suo agitarsi ritmico ben cadenzato, che il pomodoro scopre di non esser solo. Che sia l'alba di una nuova Ginestra onanistica? (cit. E quell'orror che primo/Contra l'empia natura/Strinse i mortali in social catena...).


Secondo spot
Sviluppo. Il pomodoro, evidentemente allungato in resa peperonica, compare con le mani incrociate sul petto. L'atmosfera è tesa: la cipolla a disagio, la pasta e i bicchieri si scostano intonando senza convinzione. Qualcosa non va. tutti si guardano con diffidenza e l'inquietudine è ben chiara anche nella cipolla femmina che inizia in ritardo ad agitare le mani. Un ciuffo di prezzemolo imbarazzato dà le spalle, mentre i pomodori non eretti lo dileggiano. Niente.
Sì sembra davvero che qualcosa non vada. E dal cielo improvvisa la spada della punizione.
Sfiora, incide, taglia. Dopo la mano il castigo e la colpa. Dalla forma del parmigiano escono due uomini che ancestralmente richiamano Raffaella Carrà alla memoria, sarà lei il Virgiglio di questa espiazione. Te l'aveva detto la mamma, caro il mio peperone. Diventerai cieco. Quanto meno.


Terzo spot
Il colpo di scena. Dinanzi al cospetto del giudizio i pomodori emarginano il pomodoro onanista.
Dall'ombra si svela la vera identità maligna del peperone: tutto inizia ad avere un senso. Mefistofelico intona da solista e trafigge con voce rauca il suo "all'improvviso tutto è cambiato".
Luciferino mostra emaciati e contratti gli altri ortaggi: indimenticabile il primo piano della melanzana, citazione evidente di un De Sica d'annata. Il prezzemolo ammicca, le cipolle lasciano intendere. Poi la rivelazione. La melanzana si fa cogliere tra due pomodori. E la cipolla femmina intona con sapienza omerica: Io sono sola, malinconia, ho bisogno di compagnia. Tutti partecipano al rito. C'è nuovamente fremito e coinvolgimento. Le altre melanzane si posizionano faccia al muro, i funghi estremi mimano di schiaffeggiare, i melanzani oramai incontenibili non lasciano spazio all'immaginazione. Torna la MANO. Torna la spada del peccato. Gli uni contro gli altri come mai fino ad ora si schierano gli ortaggi. Torna una euforica Raffaella Carrà. È l'apocalisse.


Epilogo.
Il nostro pomodoro, colui che schiuse il vaso di Pandora, intona tristemente sotto la neve illuminato da un teatrale occhio di bue. La sceneggiatura a questo punto non ha più la prudenza degli inizi e arriva al punto. Quello che in gioco non è il formaggio ma la sua analogia col bambino di betlemme. Terribile. Non sembrava possibile arrivare a tanto neanche nei più truci adattamenti clandestini.Eppure il testo sapidamente recita: inaspettato vien giù dal cielo. E poco dopo la MANO chiarisce ulteriormente, non è neve no, non è neve quella che si posa sui dannati della cucina peninsulare. Sembrano stravolti, drogati, trasfigurati. Le composizioni di rosso bianco e verde non si contano e la bandiera italica sventola presuntuosa e arrogante la sua irriverente natura al cospetto del cielo.


Parmigiano Reggiano: quando c'è si nota.
Con buona grazie e dei ricchi e dei poveri.


A.

A Natale si può dare di più





Prima scena.
In famiglia: vecchia nonna diabetica si augura un futuro ignobile per il futuro ragazzo dello zoo di berlino. Gli taglia mezzo chilo di fetta di pandoro (su vassoio in argento) e gliela passa mentre la madre prova a fargli indossare il suo stronzo giubottino azzurro e la sciarpa da futuro reggaefregammècheciòlaziendadifamiglia. Niente è casuale: servito e riverito l'unico maschio di casa(l'omm è omm dopotutto).
Bello in questo senso il particolare della madre senza volto a favore, sicuramente, della suocera, categoria notoriamente ossessionata dal cibo: Devi mangiare, mangia, mastica e ingoia a nonna. Mangia, spalanca la bocca, mangia ancora, mangia stronzetto. Mio figlio alla sua età era già un vitello, non come il nipote che mi hai fatto, battona.


Seconda scena.
Corsa forsennata nella neve che invece di cadere si solleva da terra: meraviglioso.
Un mondo capovolto. Una sfera di neve da agitare augurandosi di vedere affogare i suoi abitanti in atroci sofferenze. Speriamo ma non basta. Si ferma. La madre dietro arranca, poveraccia. Vede una bambina co sua madre. Evidentemente ha capito tutto della vita: elargisce la sua mezza porzione alla femmina, in attesa di futuro risarcimento. La bimba guarda con fare complice la madre: è proprio vero basta un sorriso. La madre impellicciata e carica di spese natalizie garrula prevede un futuro roseo come il cappottino della figlia. Son proprio dei minchioni i maschi. Sarà.


Terza scena.
Un mimo, un essere umano stroncato nella colonna vertebrale e colato nell'oro a eterna memoria degli sforzi da evitarsi nei traslochi, distende la mano in posa elemosinante. Non resiste il piccolo magnate e legge nella posizione del mimo quella categoria produttiva e precaria che tanto sarà sempre felice a un suo cenno magnanimo. Che mangino brioche, la mamma approva. E il mimo raccoglie il suo quarto di fetta pandorale scrutando in essa le ragioni del suo intimo patire. E anche questo mese abbiamo mangiato.


Quarta scena.
Isolati dalla gente in ombra che trama e ascolta,un promotore finanziario e una improbabile messicana discutono alacremente. La neve continua ad andare un po' dove cazzo gli pare, ovunque tranne che in terra, ma ci sta. I due gesticolano. Lui ridimensiona, lei gli risponde che non capisce niente. Il luogocomunismo produce un altro notevole affresco di donna: isterica, passivo aggressiva, inseguitrice e dipendente. Il gaudente omettino squadrato ridimensiona, arretra, tergiversa e sa che tra un po' la sua vita sarà migliore. Arriva il piccolo. E dispensa un ottavo di fetta ai due guardandoli con ferocia. Magnate e stateve zitti, capre. È il ritorno della Balena bianca, il partito della pagnotta, finchè la barca va lasciala andare.
Ma sì ma che me frega; basta che respira, anche se, a volte respira pure troppo. Ma sì che me ne frega, tanto è frocio.


Quinta scena.
Il trionfo del nostro eroe: vede un uccellino gonfio, probabilmente ammalato, forse addirittura prossimo a capitolare com'è giusto che sia: non è riuscito a comprarsi na casa, cazzi sua, va a lavura', barbùn. Gli porge l'ultimo ottavo della fetta di pandoro, giustamente sbriciolata. Non si indugia oltre, questo momento va ben dosato, lo sa bene il piccolo che oramai, libero dalla madre sorniona, si approssima a scendere in politica. Prima o poi le strade saranno libere da voi straccioni. Ma qualcuno poi serve sempre alla fine, un po' come il foglio di giornale per il camino. Fa tanto Natale il camino..


Epilogo.
Il bambino torna a casa evidentemente incazzato. Sti morti di fame, so' rimasto senza pandoro, vafanculo. Dimentica forse che la vecchia gli aveva tagliato una fetta da un'intera forma? no, non è così ingenuo. Sa bene che la stronza l'avrà frullato e iniettato nel sangue del caro padre, maledetto padre. Doppio complesso edipico. Scopa. Si siede sul divano. Il suo genitore si occupa dei regali, ovviamente. Fa' quel che ti compete ma non guardarmi, non hai spina dorsale, guardati come sei ridotto. In ginocchio tra i cartoni. Poi l'incantesimo: una borsa nera di pelle vien posata, dalla madre si presume, sul divano. Bella borsa. Stupenda analogia con la Creazione di Michelangelo. La borsa tra la mano di dio e l'uomo. Brividi lungo la schiena. Il capoccione capitalista si innalza e avanza prepotente, teutonico, avido e fiero. Tra i cartoni di quello stronzo di padre ha scorto la preda: una nuova riserva di benemerenza. Avvinghia tronfio il pandoro ancora inscatolato e suppone la morte della vecchia. Che dolce sensazione il Potere. Andiamo, andiamo ancora a fare un generoso giro qui intorno. Non è ancora tardi, non è ancora passato Natale. E speriamo non finisca mai.


A.

Un Baretto tutto nuovo

Il nuovo Bar è pronto.
Per qualche settimana ancora continuerò a scrivere anche qui,
intanto completerò lo spostamento di alcuni contenuti (i romanzi per esempio, ma forse anche i racconti del bar e qualche recensione) nell'altro locale ricco di novità ancora in fieri.
Dov'è ora il Bar dello sport.




La novità più sostanziosa è che al Bar ci sarà una fatalissima bionda: Elly con me per servirvi.
Inutile presentarla: grandissimo talento, narcolettica meravigliosa, una penna acuta e sensibile.
Aggiornate i vostri link, amici del Bar e preparatevi ai nuovi colori dell'anno che verrà.
Saremo felici di ascoltarvi salutare questo posto sempre amico e, spero, dare generoso benvenuto al neonato Baretto, ancora coi suoi limiti e con la stessa irriducibile convinzione di poterci essere.


A.

Contro il CTRLC per un mondo migliore

Finanziaria 2007 - disposizioni urgenti di carattere finanziario, Decreto Legge 03.10.2006 n° 262 , G.U. 03.10.2006.

Articolo 32. Riproduzione di articoli di riviste o giornali

1. All’articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, dopo il comma 1, è inserito il seguente:
«1-bis. I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.».



Bene, visto che i soldi non solo l'unico problema di un Paese, mi chiedo come mai non si parli di questo vergognoso articolo che esclude la presenza delle citazioni all'interno degli scritti di critica, nonchè, nell'epoca degli RSS, vuole inserire la contrattazione economica nella circolazione delle notizie citate all'interno dei forum o dei blog (certo non per l'inimitabile qualità della prosa o l'inestricabile complessità dei contenuti).
Spero di aver frainteso, ma visto quel che è dovuto accadere in Lupocattivo.net (cancellazione delle sezioni dedicate al commento delle notizie e delle notizie sportive) dopo consulenza di legali, temo che saremo costretti a bluffare, cambiare due paroline, prenderci ancora infinitamente per il culo.


A.

E mi tagliai i capelli corti

Dal 2002 avevo iniziato a farli crescere, non c'era voluto molto.
E in qualche modo portarli lunghi, e lievemente, giustamente ricci, mi ha dato, credo, la possibilità di fare delle cose.
Una scelta estetica può, deve avere degli effetti, ma forse li ha a prescindere e c'è solo da cercare di capirli; effetti e non cause, quelle sono tanto fuggevoli, quanto inutili.


Ho la faccia di un bravo ragazzo, un chierichetto, e me la porto dietro con i vantaggi e gli squilibri che comporta: quando a un viso bambino gli si chiede qualcosa, quello risponde fin troppo celermente, ancor prima delle parole. La mia faccia è così. Mi precede persino nella coscienza e a volte mi costringe a spiegare, che io posso esser più lento e nella lentezza pensarla diversamente da lei. Difficile da crederlo, difficile credermi.


Con i capelli lunghi ho potuto mitigare la meraviglia, il disagio, il disprezzo che troppo pudicamente dunque il mio viso s'arroga di manifestare: bene o male un personaggio utile, quello che chi ha bisogno di maschere riusciva a leggere nella mia folta capigliatura; a volte l'estrosità è sotto il controllo di uno shampoo, mi vien da temere. Che dio abbia in gloria i balsami e i phon ai raggi gamma, se quel ch posso inventare dipende dal loro prodursi generoso.
So che non è così, d'altra parte ho 29 anni e fino al 2002 i miei capelli non erano tanto ambiziosi da ordire una cornice strategica per le mie espressioni.
Eppur si muove. E va dal barbiere.


Così eccomi restituito al quadretto che somiglia a tanti altri meno decifrabili quadri; non unico prima, non unico ora, ma prima più somigliante a una minoranza di costume, adesso confondibile e banale, almeno fino alle orecchie d'acciaio quanto meno. Confondibile e banale: insignificante. Fa paura per tutti, temo, credo; e di risposta un brivido a pensare di poter essere privati della propria andatura, costretti ad alzare il passo sempre e comunque, o comunque a fornire la prestazione di un cervello esclusivamente dipendente, esclusivamente sostituibile ma non per questo meno da addomesticare a ordini precisi e intraducibili.
Complicato discorso: no. Ogni cane deve seguire il suo padrone e nessun cane sceglie come portare il pelo, pensa il padrone quando si sveglia e si concede un sorriso allo specchio. Non esagero. Il Potere è nelle mani e negli occhi di ogni uomo e donna, consegnato al parto, estrinsecato dal tempo.
Districarsi in questa esposizione continua alle riduzioni del possibile è arte di saggezza.
E saggezza da barbiere.


A.

Lo zen e l'arte di girare

Non ho ben chiaro perchè abbiamo smesso. Non ho ben chiaro se abbiamo mai iniziatoa farlo.
Tendere all'assoluto, col corpo con l'anima, scissi solo per distinguere il dorso e il ventre di una foglia sospesa.
Mi sono domandato tempo fa perchè inquadrare un uomo e una donna girandogli intorno fosse così bello. Eppure lo è. La loro ombra infissa alla terra, senza esitazioni il sole meridiano. E il difficile equilibrio nel sceglierli come perno di un movimento circolare proseguendo di fianco per tutta una perfetta, morbida circonferenza. Fuori il mondo, dentro il mondo.
L'assoluto potere di dominare la passione, l'assoluta passione di superare qualsiasi limite possono dirsi la declinazione dinamica del bene e del male? Mi chiedo.
Perchè abbiamo smesso di superare la precaria essenza delle domande. Forse perchè vivere e morire non hanno il corpo generoso di una donna e gli spigoli virtuosi di un uomo? Vivere e morire senza eterno amore, una carta tirata dai lembi e impossibile da strappare senza lacrime.
In equilibrio chiudo lo spazio virtuoso di una forma regolare e senza angoli nè principio e fine.
Ogni punto è padre, ogni punto è figlio; ogni punto è prima, ogni punto è dopo.
Ogni punto è parte, ogni punto è tutto.
Non concludo il movimento e lo ripeto all'infinito bloccando le stelle a mio piacimento perchè sia.
Non l'ombra di una incertezza, più forte, essere più forte dello stesso movimento della terra.
Prometterò amore e divorerò il cielo per sempre, realizzerò amore e il cielo scorrerà attraverò me.


A.

I guerrieri della libertà - part I

Grazie a Videopolitik, estratti da "annozero".
Ho sbagliato tutto. Dovevo fare l'attacchino.






A.

Viaggio di fine anno

Ci siamo.
Preso il biglietto aereo per Bari. Bari, non Bali.
Torno a casa, semplicemente.
A parte una toccata e fuga a giugno per parlare con la commercialista,
andata e ritorno in 48 ore, è passato giusto un anno.
Un anno incredibile, un anno pazzesco, distruttivo ma non fino in fondo, perchè sono qui,
esaltante per il mio matrimonio, abbacinante per il bianco continuo degli ospedali,
compreso tra le ansie della gioventù e la stanchezza della vecchiaia,
un anno che è stato lungo una vita.
Torno a Bari tra un paio di settimane, ma forse non tornerò più.
Perchè ora sono marito, perchè tutto questo resistere e sopravvivere
non può non avermi mutato il viso.
Anche Bari è cambiata, ne sono sicuro. Quanto mi è sembrata sempre uguale a se stessa,
quanto mi sembrerà diversa.
Non tornerò più, ma andrò a Bari ancora.


Andiamo in aereo, anche questa è una novità. Sembrerebbe una cosa da ricchi,
sembrerebbe e forse lo è, ma costa circa 10 euro più del treno eurostar,
sì anche quello una cosa da ricchi. Eppure Bari è lontana da Firenze molto più dei suoi chlometri
e le ore non bastano a dire questa distanza che si distende e rifiata come un organetto
nei giorni di festa. Ferie, vitali, necessarie. Definitive, mi piacerebbe, se fossi davvero ricco
non dovrei pensare a ottimizzare le ore, comprimere il tempo del viagigo per stare il più possibile coi miei familiari, tra le strade dove sono cresciuto.
Che non mi mancano, no, neanche un po'. Ma che mi piace davvero rivedere dopo tanto,
perchè prive di nostalgia prescritta, e gravide di sensazioni ancora a venire.


Torno al lavoro; ma prima ancora due parole.
Il bar dello sport, gentili e affezionati passanti,
presto migrerà altrove perchè gli voglio bene ed è bene che cresca o soltanto
diventi qualcos'altro. Tempo al tempo. Per ora lo guardo con affetto, per quel che è stato
e per quel che continuerà a essere.


A.

Panta rei

E proprio quando blogger decise di innovare le sue funzioni..
il barista iniziò a pensare di rinnovare il locale.


In questi giorni ho scritto meno, perchè capitavano delle cose tristi da zittire
e perchè forse è tempo di cambiare qualcosa.


La prima riflessione che torna è quella di aver capito perchè tutto quel che di brutto accade
può accadere. Semplice: non riesco a occuparmi della vita intorno a dove vivo, figuriamoci se riesco a interessarmi del mondo. E questo avviene con naturale dedizione, con trasporto passivo e paradossale sperpero di energie, tutte quelle possibili.
Prosciugare un pozzo per dar da bere a un canarino. Si fa fatica e non se ne vede il senso,
perchè il senso delle cose è svilito dal poter essere altrimenti, e il non poter essere altrimenti è la condanna di questo senso svilito. Nel nulla. Gli urli, i lamenti, non sono diversi dalle risa. Propagazione di onde sonore, spostamento d'aria, su e giù di polmoni e cuore, cambia il ritmo e non la sostanza: ognuno fa un po' quel che deve, forse nessuno sceglie, forse nessuno rinuncia a credere di aver scelto ogni propria condanna.


E' quasi pronta la cena. Pubblico questa prima parte, forse l'unico pensiero di stasera, peccato ne avevo altri. Ma mangiare, chissà perchè, mi attira più di starmi a sentire.

Gaara dai capelli rossi

E poi dicono che noi otaku siamo noisi, tristi e silenziosi.
Grazie al cielo son cresciuto così innamorato del sogno nipponico.
E sorridiamo un po' proprio in omaggio al cielo.



A.

Far away, so close


Oggi ero al funerale di una persona che porterò sempre negli occhi e nel cuore.


Ho pensato al futuro, in questi giorni l'ho fatto spesso.
Il mistero della morte sembra poter schiudere gli orizzonti del tempo
e scandire chiaramente la necessità dei desideri.


Cosa accade. Cosa.
Perchè la vista stenta e le gambe dolgono a mattino
dei giorni siamesi. E perchè inizio a odiare le parole che uso.
Non ho diciassette anni, no.
Eppure il candore assoluto
e le dita impiastricciate di more zuccherine
stridono.
E allora parlo ancora. Nonostante l'urgenza di dormire. Ancora.


E avrei voluto denunciare la nefandezza
dell'agente funebre indegno
e avrei voluto cantare la bellezza delle donne
strette da non far passare il timore
e avrei voluto confidare quel che sarà tra una casa e un figlio
per non arrossire, senza arrossire.


Nessuna esitazione, il barista c'è e si accorge solo
di essere in balìa della vita. A volte è impossibile
che sia altrimenti. A volte è meglio che sia così.


Io e Laura abbiam parlato di quando non ci saremo più.
Io non vorrei esser esposto nelle Cappelle del Commiato,
no. Vorrei stare in una stanza chiusa e starvi per poco.
In una stanza aperta solo a mia moglie,
ai miei genitori e ai miei fratelli
qualora volessero, potessero esserci.
E ogni anno vorrei scrivere una lista di persone,
una lista di persone da invitare.
E offrir loro una cena in quell'occasione,
decisamente una generosa cena.
Poi forse mi farei cremare,
ma questo mi importa meno. Mi farei cremare
per evitare di esser guardato.
E tutto questo non mi dà tristezza, nè mi spaventa.


Far away,
so close.


A.

p. s.
In questi giorni di singhiozzante presenza
non ero solo. Grazie a chi mi vuol bene
e grazie a chi passa di qui.

Radio Blog #6

Il barista si scusa per il ritardo e l'apparente trascuratezza.
Nessun giorno al momento si accontenta di un giorno.
Per questo i pensieri vanno attesi, le note suggerite, le parole posate con garbo.
Rose bianche e carbone: è il profumo d'inverno.


1. Air - Playground Love
2. Blur - Universal
3. Mum - Green grass of tunnel
4. REM - At my most beautiful
5. U2 - First time
6. Radiohead - Fake plastic trees
7. Rachel's - Water from the same source
8. Francois Hardy - Des ronds dans l'eau
9. Smashing Pumpkins - Porcelina of the vast oceans
10. Jeff Buckley - Hallelujah


A.

Racconto breve

Un colpo di fucile nel bosco, ascolta.
La nebbia si scuote e poi mente, nulla.


Taglio verso la stazione,
stringo il silenzio nelle tasche
al sicuro.


Perchè non dormire ancora,
si chiese.


Ebbe un brivido, il lago;
lo nascose
in un'increspatura banale.
E consolò gli occhi
nel petrolio per qualche ora,
senza spingerlo a riva.


A.

La senti questa voce.. (è quello che so dire)




Ho preso la chitarra
e suono per te
il tempo di imparare
non l'ho e non so suonare
ma suono per te.


La senti questa voce
chi canta è il mio cuore
amore amore amore
è quello che so dire
ma tu mi capirai.


I prati sono in fiore
profumi anche tu
ho voglia di morire
non posso più cantare
non chiedo di più..


La prima cosa bella
che ho avuto dalla vita
è il tuo sorriso giovane, sei tu.
Tra gli alberi una stella
la notte si è schiarita
il cuore innamorato sempre più
sempre più..


(La prima cosa bella, Nicola Di Bari)


A.

No stop


Fermarsi è lecito, cambiare strada a volte inevitabile.
Ma, rifletto, non è tempo nè di fermarsi nè di cambiare strada.
Mi rendo conto che Dicembre incalza e come ogni fine anno è tempo di bilanci.
E se mi guardo indietro la fatica fatta molto chiaramente non ha prodotto
risultati accettabili o quanto meno genericamente auspicati.


Persino questo blog si è impoverito.
Quando ci si guarda solo i piedi, allora sì che la finitezza dei passi possibili
è più, diventa più di un un nodo alla gola. Scorsoio.
E se scrivo perchè mi serve mi rendo conto che è meno certo
che quel che scrivo possa servire ad altri; narcisa bocca d'oro
che divora e vomita senza alimentare il corpo.


Che lo dico sempre perchè lo so: in questo mondo
di marzapane abitato da uomini mollica
basta un piccione e un piccione non è poco
perchè la speranza diventi bolo e il bolo un omaggio gratuito
alla statua impotente di turno.


Che io lo so che l'amore è e senza l'amore non esisto
e non esiste alcuno: miracolo dello sguardo limitato
dal non poter fondare se stesso; miracolo dello sguardo
libero di lasciare ogni cosa fluttuare se solo
la mente sceglie, o s'ammala, di non dire.


Come ridurre la complessità degli incastri tra
formiche lamentose e ingiuste, come potrebbe un solo
registro contenere tante banali e simili produzioni
di senso. Eppur si muove. Dato il mortal sospiro
non dovrebbe e non potrebbe essere altrimenti.


Chiudo qui semplicemente per affermare che
non retrocedo anche se non avanzo.
Continuerò a credere che il buon volere ispira
e respira; continuerò a chiedermi perchè guardo solo
i miei piedi e perchè lo faccio spesso.


Intanto conto i minuti che strappo alla stanchezza
perchè siano giusti, se pur minimi alla sostanza.
E mi scopro grato alla notte perchè cura.


A.

De Siderio / De Pressione


Mi domando cosa nasconda un viso di gesso, gesso senza pregio,
cosa celi o significhi una posizione china e senza correzione possibile,
cosa possa ridurre un uomo, una donna, a essere il calco di una figura morta.


Io mi chiedo quanto si debba tollerare il dolore e poi la nausea del vivere.
La nausea diceva Sartre, l'assenza di una finalità cui disporsi e disporre, e fondare
l'essere. La nausea. Attesa interminabile di una liberazione quando
il coraggio di infilarsi due dita in gola è anch'esso sciolto negli acidi gastrici,
disciolto il coraggio e l'amor proprio.


Calchi dunque, per gesso, e gesso senza pregio.
Odiare la vita, si può. Non poterne fare a meno, proprio quando l'odio è certo
conclamato, abusato, non poterne fare a meno. E il vizio di odiarla,
e l'assuefazione a quell'odio così sintetico da non necessitar premura nè cortesia,
preme in superficie perchè poi l'immagine, o meglio la forma, sia data al gesso,
gesso senza pregio. Vizio, sopraffazione, pozzo.


Mi inquieta sentire il battito del mio cuore
sempre più regolare e il disegno delle mie mani sempre più sfuocato al contempo.
Cosa vuol dire. Quando bisogna fermarsi, quando devo fermarmi.
È così brutto davvero intorno, o sono già malato, o sono sempre stato malato
e quello che provo è solo il germe di una neonata, imbarazzante salute.
O. No. Continuare a parlare a scrivere inizia a stancarmi. E questo lo so.
Non può riguardare le stelle.


A.

Buongiorno Laura


Tienimi per mano dove guardi.
Prendimi la mano, non lasciarla e non guardare giù.
Non è facile in equilibrio sui suoi capelli
fino alla punta e poi lungo la schiena.
E tornare a dormirle nel grembo senza paura,
non è facile ma andiamo.
Fidati di me.



Full moon sways
Gently in the night of one fine day
What a fool, I don't about tomorrow
What it's like to be Ah...
I was a fool, didn't let myself to go
Even though I feel
the end
Full moon sways
Smiling in my arms for all those years


A.

Western, Cap.23 - Sette samurai

Perchè non mi parli, mi sento solo. Non molto altro intorno, niente oltre a un corpo nudo, niente.
Il vecchio oleandro cercava inutilmente conforto nelle auto lambenti la piazza.
L'avevano lasciato lì dopo aver scelto di non ucciderlo, gli avevano inferto tagli sottili su cui qualche insetto scrisse poco rispettosamente il suo nome.
Non è bello un uomo nudo, no può non esserlo. Il freddo lo costrinse a tossire e una brutta canzone lo costrinse a rimanere fermo, ancora un po'.


Lo scrittore avrebbe voluto un figlio, l'avrebbe voluto alto e squadrato. Due spalle possenti, due spalle da nuotatore, e mani da virtuoso pianista. Avrebbe voluto, lo scrittore, una figlia silenziosa. Non le avrebbe disegnato nè gli occhi nè le dita dei piedi.


Dimmi quanti anni hai, e tu quanti me ne dai. Seduti su un divano di velluto arancione ad accarezzarsi con frasi banali, sarebbero stati così per ore cercando di capire qualcosa. La bicicletta nera poggiata all'armadio ascoltava sorniona. Se le baciassi la guancia, pensò. Se le baciassi la guancia e le labbra rovinerei tutto. Più grande di qualche mese, eppure sembra secca come l'ultimo autunno possibile del mondo. Se le dicessi cosa penso, forse, farei bene. Interromperei questo imbrazzo futile, servirei la torta senza candeline e nessuno ne sentirebbe la mancanza. La bacio. Non tremò nè scelse di voltarti. Sorrise inutilmente e continuò a parlare poco distante, ma abbastanza perchè potesse scomparire alla prima brutta canzone intonata dai gabbiani.


Avrei voluto un figlio, l'avrei voluto dolce e canuto. Il fiato corto, il ventre lucido di una chitarra adolescente, due ginocchia spezzate. Avrei voluto una figlia, una figlia bruciata, l'avrei guardata coprire le cicatrici con erba pudica, l'avrei lasciata stesa al sole ad asciugare per giorni.


Ricordo di aver impugnato la pistola. Poi di aver iniziato a ridere. Sette samurai. Chi l'avrebbe mai detto.


Western

La stanchezza dei sospiri inutili


Quando ti senti piccino e i grandi urlano.
Ritirare la mano dal fuoco, ma all'ultimo momento possibile.
In un sacchetto alla cintola il mago portava parole e dinanzi ai draghi ne estraeva a caso di bellissime. Era un mago, il mago.
In bizzarra postura le ansie s'imbrunano al sole: non dirmi di accontentarmi giorno,
lasciami chiedere un costrutto fantastico perchè inviti me e solo me
al ballo di fine anno.


Seduti cospiratori in un momento di distesa facezia: verso ancora, sì versa,
e se puoi sfiorami le gambe, sfioramele senza guardare.


Cupo il frigorifero mormora sberleffi ipocriti e s'attira le antipatie del buio.
Mi rivolgo alla mia stanchezza e le chiedo di radermi con cura:
questa faccia la voglio riconoscere ancora, attenta, non fare scherzi.
E quando mi incide un neo alla base del collo la riconosco
sorridere, smorfia paralitica, ghigno inoperoso, la stanchezza dei sospiri inutili.


A.

Western, Cap.22 - Il barista esitò a servirlo

Il Commissario sapeva nascondere bene la sua insoddisfazione. Due cucchiaini di zucchero sono sospetti. Mai più di uno abbondante e abbondante nella misura in cui era certo di non essere visto.
Aveva scelto con perizia il suo bar preferito: prima esigenza un banconista gentile, gentile ma non lezioso.
Seconda, l'assoluta assenza di musica. Terza, l'uso di luci banali, luci calde e disarmate, lui, il Commissario Palazzo le amava così.
Quell'uomo, quello è l'uomo dell'incidente, si dice non ricordi più nulla. Ha due occhi molto grandi, grandi e veloci. Non vorrei mai essere interrogato da lui, pensò Palazzo riconoscendo un vicino di casa.
Il Commissario non era solito prendere caffè, si giustificava rifiutando l'invito dei colleghi: non un sorprendente assenso al più ipocrita degli inviti.
Canticchia, chissà se solo canzoni recenti, e sorrise trangugiando con occhi bassi.
Quello se ne stava sornione a dispensare generose attenzioni ai culi e alle scarpe vistose. Ma non seguiva nè gli uni nè gli altri oltre il primo casuale punto di vista.
Ha una bella moglie, chissà come dev'essere non sapere perchè. Bruciato, com'è possibile un caffè bruciato proprio qui. Eppure era tutto perfetto.
Ordinò un bicchiere d'acqua. Forse offeso, il barista esitò a servirlo.
Il Commissario pensò a lungo alle cosce di quella sposa, magre e tenere cosce tremanti in un inutile drappo di seta bianca, non verrà più rassegnati e manda via gli ospiti, non verrà più, resta con me.
Le auto lo scansarono e raggiunse sano e salvo il marciapiede di fronte, a poche decine di metri da casa il Commissario Palazzo s'addormentò in piedi.


Western

Crisi

Non ho il tempo, non ho la forza per scrivere questi giorni.
Mi spiace.
Ma a presto.


A.

Altro / mondo



Finalmente un minuto, un minuto per me. E poi un altro e un altro ancora.
Ho appena sentito i miei cari amici di Radiolupocattivo e mi sento leggero per le risate, l'allegria e la passione genuina del nostro stare insieme.
Alla fine del giorno, accade. Mentre fuori, vicini o lontanissimi, le ansie di questo mondo frullato si perdono inascoltate. Grazie al cielo, a volte la pace ti bacia sulle labbra e l'amicizia ha il morbido calore delle piume.


Mi chiedo perchè quando si parla tra uomini non sempre si cerchi questo, il meglio possibile; perchè non si possa al lavoro così come in famiglia o per strada aspirare alla gioia di un abbraccio anche solo sottointeso. Cosa, cosa c'è di tanto attraente nella voglia bramosa di dominare e supporre il Potere, cosa si annida tra le dita rosse, lucide, incrostate, cosa si può stringere di tanto prezioso da non poter liberare i palmi dalle unghie in uno straordinario anonimo cenno di saluto.


Quando esco di casa la mattina mi rendo conto di odiare ogni passo che faccio: e ai piedi chiedo, pazzo, di non procedere, di lasciarmi stare, di abbandonarmi prima di essere visto. Ogni passo che faccio è un dubbio sulla possibilità di resistere: non bere troppo petrolio, mi dico, non oggi, non ancora. E mi scopro stanco di vivere, e mi scopro innamorato della vita per questo stesso faticoso resistere.


Non amo, e mi dispiace, l'asserzione di forza, troppo sedotto dalle intelligenze, scanso e l'incudine e il martello. E stringo gli occhi sulla fronte e mi dico se non sarebbe meglio andare altrove. Ma quel che mi muore tra i denti, quel che mastico fino a sentir dolore nei nervi costretti, è il desiderio di continuare a vedere, distinguere, così nitidamente, il vetro e lo spettacolo dell'universo.


Che miseria. Perchè il barista scrive di questo. Perchè il barista riconosce anche il dolce commiato del vino. E quando si bagna le labbra, assecondandone la corposa arringa, non può fare a meno di ricordare tutto quel che manca al petrolio per essere così meraviglioso.
Vorrei domani scoprire la gioia di fare cose importanti: basta con la puzza di piccole cose.
La storia ha fame di uomini enormi, di scelte decisive, di coraggiosi capitani profferti all'oceano.
Che non si debba sperare soltanto, che non si debba curvare la schiena, che non si debba più cercare soddisfazione nel proprio riflesso insozzato. Forse è proprio la bellezza di quel che possiamo a schiacciare le nostre intenzioni. Che miseria, però.


Non so se è sempre stato così, se in realtà siamo destinati a sbranarci senza degna sepoltura.
Che sia magnanimo il cielo e non entri mai nelle case, negli uffici, nelle teste. Che sia prudente e non cammini distratto, che sia astuto e non si sveli gentile. Che sia innocente ancora il cielo e rimanga lassù almeno un po', almeno un po' ancora.



Non so se sia solo il pensiero pigro di una lingua narcisa. Non so.
Però credo che sia onesto dire quello che so.
Può essere altro il mondo.
Lo dico in faccia a chi mi scruta sospettoso e dilata vuoti intestini di tigre.
Non è accaduto nulla, nulla di brutto oggi. Al contrario mi sono sentito bene,
io divertito bambino che scopre la luna. Meno luminosa del sole, la luna.
Ma il sole non c'è e la scopro bella, bella da morire.


A.

Radio Blog #5







1. Damien Rice - Elephant
2. Rilo Kiley - Portion for foxes
3. David Bowie - Heroes
4. Brian Eno - By this river
5. Explosions in the sky - Day five
6. Pedro the lion - A simple plan
7. Neil Young - After the gold rush
8. Duran Duran - Ordinary world
9. Sufjan Stevens - Casimir Pulaski day
10. Linkin Park - Numb


Buona settimana a tutti!


A.



(foto di Lorz)

Western, cap.19- Viola le labbra

Mio dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati perchè peccando ho meritato i tuoi castighi.
Mangiando zucchero filato ho sognato di morire. Poi ero sveglia, ma non più viva.
Le dita appiccicose, quelle dei maschi, mi hanno lasciato un callo dietro l'orecchio;
e io accarezzavo lo stelo spezzato da sola proprio al culmine severo della spina dorsale
per trovare sollievo.
Cos'hai, dove vai, sai, faccio qualcosa di cui mi vergogno. E la plastica grigia del telefono già
mi costringeva a stare sulle punte. Per respirare
viola, ricordo le labbra, le mie, tutte le mie labbra:
viola e sporgenti, imbarazzanti quanto grandi e quanto generose. Meduse battute coincidenze.
Cos'hai, perchè non conti, fino a dieci, perchè non conti, cosa vuoi ancora. A sentirla raccontare la morte
è meno umida e meno lenta. Dove mi porti, dove sei stata, dove hai nascosto i tuoi polsi
perchè non crescessero più di così.
Li custodivo in rotoli di carta e aspettavo impaziente il giorno di festa . Quel giorno in cui li avrei fatti cadere al sole: saltavo mimando ali corte dalla mia schiena, nessuno mi avrebbe mai vista, nessuno mi avrebbe mai avuta così.
L'ultimo autunno possibile, quello di chi non riesce a morire perchè non saprebbe cosa fare, neanche allora.
Strofino sui capezzoli spighe di grano e aspetto che un figlio le renda mature: poi la pioggia sulla punta franerà bruna a valle le menzogne del mio palato e, candida, dedicherò canzoni d'amore ai soldati negli oceani.


Western

Scolastica


Testa pesante, bocca cattiva.
Come in alcuni giorni capitava andando a scuola,
quando mi soffiavo fortissimamente il naso
pur di poter cambiare il destino del giorno.


In questi giorni scrivo di meno,
e scrivo diversamente al mio bar,
eppure non mancano presenze affettuose e costanti segni
di presenza nella mia vita prima di ogni parola.


Sto lavorando molto, è per questo che non ci sono o quanto meno sto zitto.
Arrivo la sera sfinito, il lavoro divora quel che resta del sonno.
Oggi, con gli occhi che mi cadono scrivo qui e scriverò ancora
un capitolo del mio romanzo perchè così mi ribello alle regole del pane o del fieno.


Vedo, ovunque nel web, stracci di un'inquadratura rafferma: studenti,
scolari ammalano i loro anni di cronicità irreversibili.
Che tali sono le ghirlande scorsoie della violenza e poco manca
perchè l'uomo non diventi una lama d'acciaio riflettendo unicamente di taglio.


Cosa può spiegare l'ansia di affermare le figure del Potere
ad occhi chiusi guardando negli occhi,
imponendo la presenza di un chiodo nei piedi e nelle mani,
non so. Ma ricordo gli amori nella mia malattia


quei ragazzini che ogni giorno aspettavano la mia presenza ottusa d'adulto
per accedere a un campo da gioco; farsi dettare le aspre condizioni
del codice morale dei grandi; imporre il proprio incauto urlare sillabe
virtuose in aria dalle zanne ligie ai doveri della fame.


La mia scuola non è stata una bella scuola, anche la mia come tante e troppe.
Eppure al mio matrimonio ho desiderato molti dei compagni di allora
e con loro abbiam smesso di ricordare uncini e monoculi di quel tempo
pirata. Abbiamo, inevitabilmente forse, intinto frollini di cemento


nelle mattine di adolescenziale fragranza e mai penso potrò smettere
di concedermi il diletto del rimpanto compatito per quel che non
avevo e non avevo voluto ricevere. Che la miseria degli anni futuri
è un morso rabbioso, la fisiologia del verso baciato n'è pulviscolo e morbo.


Procuratevi stampelle e psicofarmaci o leoni della ripresa da tre pollici
che tanta sarà la tristezza e mostruosa regnerà l'angoscia nei vostri specchi
di calce: non capirete mai che quel fumo e quel giardino
che sognate bruciare non è vero se non nel nido reciso dietro le vostre palpebre.


A.

Western, Cap.18 - Elephant

well. this has got to die.
i said, this has got to stop.
this has got to lie down
with someone else on top.


Che belle le mie dita. Sono lunghe. Avrei voluto cantare come Damien Rice. Cantare strappando le radici di ogni paura alla gola. Non sono mai stato capace. Di cantare. Ho una voce gracchiante e quegli stupendi acuti d'aquilone che Damien sa fare, io no, io li ingoio.
E poi la mano gli cade, gli cede sulle corde della chitarra, e da lontano si insinuano note perfette e la pancia gonfia si gonfia ancora fino a scoppiare digerendo tutto quel che colpisce. Con schegge brillanti di falsetto controluce. Bene. Forse non verranno più.
Perchè non ho una voce più delicata forse non ho masticato bene le piume di quegli angeli che mi servivi, mamma? Falso, bugiardo, non lo sono mai stato. Eppure, io non sapevo che erano angeli.
E li divoravo con ingordigia, buttavo giù un pezzo e già ne raccoglievo un altro con una storpia forchetta.
Il mio coltello non tagliava, ti chiedevo di farlo per me e mi rassicurava, che io sapessi?, mi rassicurava non dover far altro che inghiottire. Per questo ora non posso cantare come Damien Rice intona un Elefante dissossato al sole, e te ne fa innamorare sulle ultime note banali.
Io credo. Che non verranno più. Mattino. Mattino senza pallottole.
Dimmi dammi comanda; un gioco idiota. Un due tre stella; un altro gioco idiota. Perchè non ci inventavamo mai niente di meglio. Strega comanda colore; come potevamo accettare tutto così senza dir nulla. Ruppi un vetro con la fronte e feci nevicare digrignando i denti, poco prima del decollo, però. Per me, che guidavo robot giapponesi, ultima speranza di un pianeta in fiamme, per me nè il vetro schiantato nè la neve sporca erano un problema. Quando mi sollevavo e non procedevo verso lo spazio, contro Vega lassù viola come una big babol da sera, allora il capo incastrato tra i ferri sottili della ringhiera mi doleva; e chiamavo aiuto, a volte, guardando in basso, rimanevo zitto.
Cazzo che ci faccio ancora qui.Non ricordo neanche come fa quella canzone. Poche parole sparse, poche parole, solo le prime. Non mi sente nessuno, non mi sentirà nessuno. Canto, anzi gracchio e chi se ne frega, torno a casa. No. Eccoli. Eccoli. Niente concerto allora, non oggi.


Western

Ieri, oggi, domani


Quante ore posso dedicare a me o a chi voglio bene.
Poche pochissime, stanco la sera rientro alle otto, il tempo di preparare la cena e di svuotare la testa dinanzi a un film possibilmente idiota o all'ennesimo episodio dell'ennesima serie.
Laura si alza presto la mattina, verso le sei, io mi addormento tardi la sera, a volte resisto fino alle tre. Perchè voglio strappare qualcosa al giorno, voglio che nessun giorno passi vuoto e produttivo di vuoto soltanto.


La stanchezza si fa sentire. Ce la mettiamo tutta, oltre al lavoro quest'anno siam sazi di problemi di salute e ondivaghe peripezie emotive.
Non solo la stanchezza però trova voce: il rammarico perchè una vita così, con la prospettiva di una vecchiaia ancora peggiore, davvero bisogna truccarla a lungo perchè sembri bella.
E non metto in discussione l'amore e le amicizie, perchè con Laura vivo lo stesso ritmo, le stesse privazioni. E gli amici sono quasi tutti lontani, lontani da poter capire.


Cosa ci hanno fatto. È sempre stato così? I nostri genitori, catturati nell'epico ricordo di alcuni decenni fa, faticavano altrettanto. O no. Trovare risposta appare superfluo: cosa cambierebbe sapere ch un tempo era meglio o peggio di adesso.
Siamo quasi pronti, è quasi arrivato il momento di un altro giro di shopping: rilassante, rassicurante vedere il nulla diventare qualcosa e illudersi che quel qualcosa diventi importante fa respirare. Triste, acrilico affresco fine contratto.


Concludo: un mese fa mi sposavo. Come una rivoluzione incontrastabile quel giorno trascinò con sè ogni cosa nella sua bellezza. Vigoroso e lucido amore.
Auguri Laura mia!


A.

Western, Cap.17 - Sonatine

C'è tanta pressione. L'appuntamento era qui sotto.
L'umidità mal si concilia con le attese. E questo vecchio bavero non ripara da nulla.
Ho con me una pistola. Scarica. Questa sera non dovrebbe servire.
Quei tubi soffrono. L'acqua che vi scorre è sporca. Rifiuti organici, buttiamo nel cesso ogni ora delle nostre giornate. Speriamo che nevichi sui nostri nomi prima che il cielo possa leggerli, questo penso. Eppure che sollievo nel cesso, e che ansia quando passano troppi giorni. Ma a cosa sto pensando.
Voglio avvicinarmi. Sembrano bollenti, non lo sono. Non deve essere passato troppo tempo dall'ultima sostituzione. Ci sono ancora dei riflessi lucidi. Provo a rachiare con l'orologio. Non mi sbagliavo.
Sono in ritardo. Pochi minuti. Non devo essere impaziente. Darsi un appuntamento qui, però. Non ci vedrà nessuno, senza dubbio. Ma. Questo mi innervosisce, solo un po'. Sono abituato a queste luci, so riconoscere ogni auto dal suo rumore. Il rumore di un'automobile la notte non si maschera: il peso, la forma, i materiali. E una persona a bordo, una soltanto. A quest'ora si guida da soli.
Le cinque. Ma è notte ancora alle cinque. Non ho sonno. Non è ancora notte.
Non amo le pistole, hanno una forma sgraziata. Avrei voluto essere un arcere, un arcere mirabolante. Sarei stato magro allora, forse, non avrei iniziato a fumare. Non avrei mai smesso.
Che belle le mie dita. Sono lunghe e non nascondono una fitta copertura di vasi sanguigni. Le mie dita potrebbero trapassare i muri, non sto scherzando. Potrei buttare giù questo ponte, se lo volessi. Se lo volessi. Se volessi qualcosa. Non sarei qui. C'è tanta pressione, troppa pressione.


Western

Radio blog #4

1. Tiziano ferro - Nessuno è solo
2. The Smiths - Please, please, please
3. Bruce Springsteen - The ghost of Tom Joad
4. Elvis costello - Almost Blue
5. Depeche Mode - Condemnation
6. Damien rice - Cannonball
7. Eels - Post flashback Blues
8. Stevie Wonder - Light my fire
9. Tom Waits - I hope that I'dont fall in love with you
10. Joe Hisaishi - Act of violence


Buon ascolto! E buon inizio settimana!


A.

Riportatemi dentro, sbattetemi fuori



Portatemi dentro. Toglietemi dalla strada e ridatemi la mia libertà.
Io mi chiedo. Se basta avere le chiavi di una porta per essere liberi.
Mi avete lasciato uscire, adesso riprendetemi.


E quella vecchia si fece sfilare la borsa da un sessantaquattrenne
determinato a non retrocedere di un passo ancora.
Una moglie e tre figli lontani, nessun lavoro, una condanna.


La libertà seduce, per questo suono, una cascata capovolta:
l'indulto ha bruciato le giornate circolari di chi in pochi metri di nulla
sapeva cosa poter trovare e cosa non poter perdere.


Sto signore si è spaventato del mondo, come dargli torto:
e a immaginare il suo viso, attaccherei al muro chiunque non riconosca al risveglio
una domanda di coraggio la possibilità di un cedimento.


Ma non c'è solo questo signore.
Qualche giorno fa un marocchino ha scelto di farsi arrestare
per essere espulso.


Quanti altri dovranno rinunciare perchè sia chiaro
che spostiamo pietre, mastichiamo polvere e sghignazziamo pigri.
Io non esprimo sentenze, non io. Ma mi vergogno perchè domani


inizia una settimana che chiamerò dura, e il mio tempo
perderà ancora qualche giorno per qualche giorno ancora a venire.
Miseria, eppure l'amiamo questa vita.


Quello si fa rimettere in galera, quello torna alla sua dignitosa fame.
E io andrò al lavoro, e cercherò di sentirmi fortunato com'è giusto che sia.
Non aver forza di sognarsi diversi, non aver voglia di diventare diversi.


Una densa marmellata di more consuma i nostri denti e comunque sapremo
sorridere. E darci una pacca sulla spalla, così allegri come si deve:
trascinarsi mascherati da fanti orgogliosi, sotto gli occhi tronfi di un riflesso Cesare.


A.

(Web)umanità senza rivoluzioni


Attraverso la rete non ci si perde.
Il pane me lo dà anche il web, con la sua frustrante ricerca di esporre, sostituire, o soltanto scegliere una faccia.
Mi chiedo perchè tanto desiderio di vedervi una rivoluzione, una netta soluzione di continuità.
Mi chiedo a maggior ragione cosa significhi cercare, trovare e alimentare nella stessa cesura altre immediate parcellizzazioni, cos'hai non respiri, mangia piano, duepuntozero, va meglio adesso?
Ho una mia opinione, sicuramente irrilevante: non so se ci sono state rotture più o meno drastiche nel tempo che non sono stato, come non so se il tempo di una vita può incarnare cambiamenti condivisi, epocali, oltre il suo stesso divenire. Nessuna innovazione, perchè niente è mai vecchio senza un punto presente da cui inventarsi il senso dell'essere stato.
Nella rete non ci si perde.
Perchè poi speculare su questo: perchè si ragiona nei blog dei blog, nel web del web e si impone irriverente la tentazione del lessico autoctono, l'assorbimento virtualizzante dell'essere al mondo in un fantasioso e bugiardo smarrirsi.
Sono passati quasi dieci anni dalle mie prime connessioni: ricordo poi la comparsa deli mp3 quanto turbarono la chiarezza cristallina del concetto di proprietà, che meraviglia, un attentato senza morti, pensai.
Ma perchè questo scrivere, adesso poi perchè. Perchè in questi anni densi e compressi ho vissuto contrasti e incantesimi, e in questi anni costanti e invadenti ho incontrato persone e ignorato persone, amato, odiato, concluso, iniziato, rapporti e ricevuto, dolci, attenzioni.
Anche l'esperienza del distacco ho vissuto e niente ha potuto farmi sentire meno concreta l'assenza sussurrare pieghe nelle lenzuola: non c'era più qualcosa, qualcosa non c'era mai stato o ci sarà per sempre potrei smentirmi.
Niente da fare. La rete non è una scorciatoia nè un fiume da setacciare alla ricerca di petite azzurre. Siamo banalmente umani, vergognosamente umani, miracolosamente umani e ci alimentiamo inutilmente gli uni degli altri. Adottando progetti apprensivi o ambiziosi perchè la cadenza del cuore sia lieve o portentosa, modificando una parola o il viso perchè il viso o la parola siano modificate, dedicando alla morte quel tiepido insinuarsi dei capelli lunghi dentro una maglia dal collo stretto.
In tutto questo rimestare ringrazio ogni persona che ho divorato e mi ha divorato.
In queste mie parole una carezza sulla spalla e offro da bere. In qualsiasi bar che non sia il mio questa notte. Che non sia troppo facile mai alcunchè. Perchè rimanga l'illusione di una cesura, di una rivoluzione, di un senso invertito, almeno uno.


Dedicato a Massimo Lanzi per le sere che si stanno succedendo regalandomi il gusto fragrante di un'amicizia.
Dedicato a Faust per il suo potente umano sentire; alla delicatezza cristallina di Fiorella; alla saggia goliardia di Gianlupo e al fragoroso sussurro di Bunkr; alla penna vigorosa e precaria di Basquiat, alla generosa speranza di Enrico, alla tessitura decisa di Daniel; alla meravigliosa postura di Shoen e all'arco virtuoso di Manuel; a Sonia e Mat e a Claudio che ridono spumantini e custodiscono tesori.
Dedicato a tutti coloro che sentono di esserci ed esserci stati, un abbraccio cieco e sincero e i miei pensieri certi e senza nome, non sono meno intensi al cielo.
Accanto al pozzo guardo, seduto, ascolto mi ascolto cicala.


A.

Christmas (fixed) time


"Ogni anno a Natale non posso stare serena con i miei cari perchè devo ridiscutere il contratto di lavoro".


Così ci si approssima a Dicembre tra un corteo e una Finanziaria, e il precario fortunato, quello che gode e traslucida un incarico annuale, intuisce i primi riverberi dell'irrequietezza made in Christmas.
Ma poi, non sarà invece che siam precari per scelta sottointesa? Che dobbiamo ringraziar qualcuno per questa condizione solo in apparenza anomala? Che in fin dei conti sapere di non esser condannati se non ad interim abbia i suoi porci vantaggi?
Io tiepidamente diniego e comunque non soddisfatto rifletto.
Qualcosa di buono deve esserci.
E sì perchè in fin dei conti i privati continuano ad assumere e chi usa e getta i lavoratori par esser proprio lo Stato. Lo Stato sono io disse il re Sole. E quale terra più di questa conosce il piacere della lascivia sull'asfalto ingiallito, il gatto riverso non si disturba di andar via neanche alla prossimità più minacciosa.
Precarietà mia concubina: baci, abbracci e molestie cui aggrapparsi come ricordi ancora a venire;
un figlio cocopro e una casa a partita iva sono sogni realizzabili, sono sogni internazionali, citando ed eccitando.
Si tien duro, questo no, non è poi così vero: che la sera la penombra è una razza gigante e adombra ogni corallo insinuando una battuta velenosa. Ma allora non resta che il sogno? Quello è precario di per sè e non è poi così male (per esempio questa notte guidavo la moto come un dio, io che non so portare neanche una vespa; stabilivo il record più clamoroso di tutti i tempi sulla distanza più folle che si sia mai vista, ma lo facevo da solo e senza testimoni).
Ci si avvicina a Dicembre e fisso, inevitabile, sempre al suo posto il Natale incombe.
Che non sia questo il vero problema?


"Signora mia, spostiamo il Natale".


C'est plus facile.


A.


(immagine tratta da I-am)

Western, Cap.16 - Penny II

Posò delicatamente lo sguardo su quelle ultime parole.
Ogni cosa ha il suo posto. Oppure. Ogni cosa al suo posto.
Capiì che non avrebbe più scritto per quella sera.


Lo scrittore spesso indugiava a guardarsi i piedi, quando non riusciva a scegliere le parole giuste per i suoi racconti. Quelli no, lui li aveva in testa, e non era niente vero e niente era falso, ma le parole no, erano quelle sulla sua schiena a fargli dubitare di essere il prescelto, a fargli temere di essere abbandonato, a fargli pensare di aver fatto tutto per nulla, senza esser capito.
Poi c'è la morte, si disse, e dopo la morte la resurrezione. Dovrebbe esserci. Potrebbe esserci.
Quei piedi. Così responsabili, così decisi nel ostentare ossa, nervi e vasi sanguigni, così curvi.
Li aveva sognati piccoli, atletici e sinuosi, ma soprattutto piccoli. Sotto le coperte li teneva l'uno sull'altro e poi si stringeva le braccia al petto, si raccoglieva, per non disperdere calore.
Poi c'è la morte. E nella morte l'espiazione della colpa. Dovrebbe esserci una colpa. Potrebbe esserci.
Non volevo ancora dormire, mi hanno costretto a dormire, sotto le coperte serrava gli occhi e sfidava il buio.
Spingeva le dita contro gli occhi fino a indovinare figure geometriche regolari e una macchia di luce verde.
Poi dormiva e subiva ogni volta il perdono silenzioso di chi non l'aveva ascoltato sfidare.


Western

Un'astronave di distanza #2


dal Tirreno


Sono cresciuto coi cartoni animati, inutile ripeterlo.
E il fatto che negli anime alla fine i buoni trionfino sempre (o quasi)
grazie alla forza di volontà, al coraggio e ai sentimenti più puri,
mi ha sempre accarezzato di bene. Quanto dista la realtà da tutto questo. Non so.


So troppo poco per comprendere quello che vede un ragazzo di diciassette anni,
un portiere di calcio a pochi giorni dall'esordio in serie D, quando non ha più
un braccio. Credo che quello spazio ora svuotato, quella nuova brevità cui è costretto
il suo essere al mondo, sia devastante e terribile.


Ho ascoltato quanti gli vorranno bene, quanti adesso lo raccontano comunque forte
e determinato a vivere. Spero gli stiano vicino a lungo, perchè la tristezza
ha zanne affilate e si camuffa bene. Ma perchè.
Perchè possono accadere cose del genere. E perchè accadono anche dove e quando


non dovrebbe essere più possibile. Io non so troppe cose
per evitar di scrivere corbellerie. Eppure spero che questo ragazzo trovi un sogno
e che lo scelga tra quelli più grandi. Che continui a desiderare di essere felice.
Chissà quanto è grande quella distanza. Forza.


Infine. Chi ha responsabilità paghi. Paghi sul serio.


A.

Western, Cap.15 - Penny

Ho preso tutto. La carta, i detersivi, i sacchetti per la spazzatura. Manca qualcosa. Un sapone per la lana, ho appena fatto il cambio di stagione, la roba invernale puzza di stantio.
Che fila, dio. Speriamo aprano un'altra cassa, devo stare attento ed essere il primo. Ma non vedete quanti siamo? Ho un surgelato che sta bagnando tutto; quei carciofi li dorvò solo buttare in padella. O buttare del tutto, stasera non ho voglia di carciofi.
Ecco, io mi chiedo: perchè compri tutte queste cose? Signora magra e agghindata come una metallara triste, cosa fai, gestisci un campeggio forse? Sono in tutto sessantaquattro merendine, tutte uguali. E dodici litri di succo d'arancia, signora devi averne sfornati diversi oppure stai per andare in letargo. Però, vista da dietro saresti promettente. Ti prego non voltarti adesso. No, hanno aperto la cassa due. Puntavo alla quattro, aveva più senso, dio. Ci sono già quattro persone, qui signora mia, se ti sbrighi, ce la dovrei fare in una decina di minuti. Perfettamente in orario con il radiogiornale delle undici.
Cosa? Quello spagnolo ha comprato un mivar di venti pollici qui al Penny? Certo che ha la garanzia, coglione. Ma cerca di perdere lo scontrino entro due giorni, così quando vedrai solo pallini verdi non potrai cercare inutilmente una spalla su cui piangere. Faccio bene io a non averne una. Hanno una forma orribile i televisori: nonostante indossino morbide stoffe scure, si sa sempre leganti e sfinano, non sono che una successione di rettangoli mosci. Pure quelle piatte: per un po' mi sono chiesto se non fossero diverse, almeno quelle più sottili. Un sacchetto per favore, grazie. No, non lo sono.
Non ho un centesimo e ora che fai? Sei di quelli che dicono non fa niente o di quelli che cercano di raccattare nove ramini invisibili con perizia psicotica? Certo, non fa nulla, le ricorderò che me li deve. Benissimo. Aggiungere una categoria.
Abitare sopra un supermercato ha l'estremo vantaggio di rendere breve, a tratti impercettibile il senso di colpa per la spesa. Forse anche lo spagnolo abita qui.
E poi non si fatica. I segni delle buste a strozzare le dita rimangono lievi e scompaiono subito. Non importa ci sia il sole o piova, c'è l'ascensore dal garage che lascia al piano. Al secondo, grazie.
Arrivederci. Per raggiungere gli appartamenti però occorre fare un pezzo scoperto, questo è sicuramente un problema che avrebbero dovuto considerare, non posso portarmi l'ombrello per trenta passi.
Oggi fortunatamente non piove. Devo cambiarmi appena rientro questa maglia è sudicia, la sento acre nel naso. Ci sono quasi. Ho lavato i capelli ieri sera, prima di coricarmi, ottima idea. Altrimenti stamani mi sarei straziato la testa. Anche uno dei vicini è a casa, tutti i giorni come me. Lo saluto con un cenno attraverso la finestra. Sì, buongiorno. Che faccia. Stia su, non è ancora tempo per pentirsi di vivere. Non è mai quel tempo a meno che non sappia precisamente quando dovrà morire. No che non lo sa.
Le chiavi, nessun problema con le chiavi. E' la serratura che non fa che provocarmi. Dunque perchè dovrei tirare la porta verso di me per entrare quando si apre verso l'interno. Questa cosa mi fa impazzire. Non voglio poggiare le buste in terra, dio. Devi aprirti, cazzo, sei una porta, fai la porta. A costo di spezzare la chiave. Bene, brava, bis.
Il radiogiornale non è ancora cominciato. Odio gli schizzi frizzanti della pubblicità. Spengo e ripongo la spesa. Ogni cosa ha il suo posto.


Western

A riveder le stelle




Il primo reportage del mio matrimonio!
Grazie di cuore a Francesco e Alessandra!!
(anche per aver lungamente indugiato sul mio color aragosta nel momento in cui ho sbagliato la mano cui destinare la fede..)


A.

Western, Cap.14 - Sesto mattino

Il dio del vento era rimasto a leggere il suo giornale.
Il dio del tuono si era invece appostato nella sua gola.
Le siepi del parco erano spoglie, nessun freddo avrebbe potuto essere più chiaro.
Intorno alla fontana il grigio dei mattoni cambiava colore a sprazzi; funzionavano ancora quelle fontane strette e scheggiate, nei giorni di ottobre dispensando la stessa acqua fresca dell'estate.
Il parco era illuminato con lampioni bianchi e sferici; una sposa schiacciata sul suo ventre, i viali, il laghetto e il ponte che lo tagliava con un arco imbarazzato.
Perchè una donna, una giovane donna fosse stretta in quell'abbraccio noioso, si chiedevano le ombre fisse nel silenzio, senza confidarsi il dubbio e il disagio, zitte e precarie. In posa danzatrice le sue braccia si distendevano frivole e arrendevoli a tremiti irregolari; ben incastonato su rami d'argento il busto non sembrava soffrirne le pur severe sporgenze; il mento sollevato in direzione del cielo aspettava il sole, in tutta evidenza, per tratteggiarne l'ascesa. Una linea precisa, un netto orizzonte le divideva il cieloviso dal resto del marecorpo, in attesa di essere alterato al passaggio di un dito, o di una nave.
Peccato, pensò un corvo improbabilmente disegnato da un fumettista buffone; non era bella, ma neanche da buttar via, così. Peccato, stai pensando, anche io, gli disse il corvo che accanto gli stava.
Palazzo svegliati, non è questo il tuo sogno. Palazzo svegliati, è inutile che te ne interessi. Ma cosa stai facedo ancora a letto Palazzo.
Il Commissario Palazzo dischiuse gli occhi e ricordava tutto benissimo.
Si fece la barba con la meticolosità consueta, indossò una camicia azzurra e un banale maglione al curry.
Accese la televisione e sorseggiando il caffè pensò di chiedere una porta d'acciaio per il suo ufficio, una di quelle automatiche porte scorrevoli che tanto fanno film di fantascienza.
Si appuntò qualcosa su un biglietto che dimenticò sul tavolo. Prese le chiavi e ignorò come sempre il telefono. Una chiamata non risposta di cui avrebbe saputo più tardi.
Attraversò la corte quadrata del plesso e, in un riflesso, il colore dei suoi capelli. Non erano sempre stati così neri.


Western

Mia moglie (e io)




A.

Anime in Radioblog#3



In ricordo del viaggio di nozze a Lucca
e di ogni mattina passata insieme a ragionare di meraviglie
bidimensionali,
questa settimana al bar una selezione di brani tratti dalle colonne
sonore
di alcune serie d'animazione made in Japan.


1. Cowboy Bebop - Goodnight Julia
2. Samurai Champloo - Song for four seasons
3. Maison Ikkoku - Alone again
4. Haibane Renmei - Ailes Grises
5. Lain - Duvet
6. Slam dunk - Ending
7. Video Girl Ai - Master of Gokuraku
8. Wolf's Rain - Gravity
9. Evangelion - Zankoku na Tenshi no Teize
10. Beck - Follow me
11. Suzuka - Start line
12. Trigun - Not an angel
13. Wolf's Rain - Stray
14. Karekano - Tenshi no Yubikiri
15. Cowboy Be Bop - Memory
16. Karekano - Yume no Naka e III
17. Videogirl Ai - Ano hi ni
18. Suzuka - Ima wa sunao ni nareru
19. Ghost in the shell - Making of cyborg
20. Evangelion - Fly me to the moon



Buon ascolto!


A.

Mai baro


Ho pubblicato i capitoli 12 e 13 di Western.
Ho scorso l'e-mail di un amico che sa di lettere e vive di lettere e mi son chiesto. Se ha senso continuare a scrivere così, senza molta speranza di esser letto. Non so se qualcuno sta leggendo Western, non so quanti hanno letto Marta. Certo che se non serve a nulla.. è difficile proseguire, continuare a scrivere.


Ma continuerò a farlo perchè è dove cerco di dare il meglio di me, dove m'arrischio, dove sfido, dove non mi fermo prima. Di sbagliare.
E sbaglio e riparto da quel senso virtuoso di sentirmi unico. Perchè queste storie, le mie storie possono nascere solo dalla mia testa. Senza che io possa sceglierle, ma potendo scegliere come raccontarle, le affido.


Iniziando a scrivere un romanzo, dalle prime pagine ogni cosa è già al suo posto, questo ho imparato. E se non fosse così non potrei iniziare a scrivere. A volte vanesio, a volte inutile, a volte stanco. Ma. Credetemi. Mai baro.


Continerò a scrivere questo Western e poi si vedrà.


A.

Western, Cap.13 - Quinto mattino

Non ricordo, lo so, anche questa mattina, non ricorderò.
Tutti uguali questi miei giorni, tutti uguali, una collana di scarsa bigiotteria tra le dita, imperfezioni costanti, imperfezioni di plastica.


Si è alzata, anche oggi molto presto. Mi ha promesso di non lavorare, sono sicuro che non lo farà. Comìè stato il giorno in cui l'ho incontrata. Non ricordo e mi fa male.


Oggi devo pagare le bollette e riordinare due stanze, poi ci sono i piatti di ieri. Odio lavare i piatti, urto sempre la testa contro le mensole basse; poi mi si freddano le mani.
E' così presto, perchè è già in piedi se non deve lavorare. Vorrei svegliarmi e guardarla dormire. Come ogni sera. Quando aspetto che siano almeno le due prima di chiudere gli occhi.


Un cielo ricamato; oggi sarà così, ieri sera la luna era impegnata nelle ultime cuciture, anche la luna. Ho i piedi freddi, quest'autunno è arrivato all'improvviso.


Riuscirò a dormire ancora. Questo so. Che se chiudo gli occhi dormirò ancora, perchè ogni mattina è così. Se mi alzassi e andassi da lei. Cosa vedrei.


Non devo chiedermi altro, non posso chiedere altro, se mi scopre poi. Piange. E allora vorrei, potrei forse scriverle e farlo di nascosto, potrei scriverle senza doverla guardare triste, arrossire sul naso, prima delle lacrime. Cosa è successo, chi ero prima. Come sono stati con me i miei genitori. I miei fratelli com'erano da piccoli. Come andavo a scuola e se mi ero innamorato com'era stata la prima dichiarazione. E mi aveva baciato? E com'era stata la lingua e la mano sul seno, e qualcuno ci aveva mai visti e sgridati e invidiati? Perchè mi trema l'occhio sinistro, quando cerco di ricordare; perchè mi punge il polmone destro, quando mi chiedo queste cose. Perchè l'aria mi sembra mancare. Devo smetterla. Chiudere gli occhi e tornare a dormire. Eccola. Torna. Non deve accorgersi che sono sveglio. Si stende. Si copre. Vorrà dormire? Quando chiudo gli occhi non vedo nulla. Non sogno mai. Se li aprissi ora cosa vedrei.


Western

Western, Cap.12 - Un gatto

Allora, di nuovo qui Palazzo?


La voce era nera su quello sfondo bianco.


Ti piace così tanto la mia scrivania, eppure la tua, un tempo, non era molto diversa. Non sei cambiato, non cambi mai, Palazzo. O dovrei chiamarti ancora Commissario?
Tutto cambia, tutto è cambiato, Palazzo. Anche se non lo accetti o non te ne rendi conto.
Vecchio, alzati.


Mentre mi alzavo cercavo di cancellare quelle parole dall'aria, pallida.

Non sfiorarmi, non toccarmi passandomi accanto e riuscirò a non colpirti sul viso; non sfidare il pugno che ora stringo basso, rivolto alla terra. Non sfidarmi. Puoi tenerti questa scrivania e tutto il resto.


Quando esci chiudi la porta.


No, non tutto cambia, stupido. Questa porta adesso si chiude da sola, credi che non lo sappia?


Un timido riso d'alluminio; la lastra strisciava nella sua corsia e gli copriva la schiena. Barcollante, assonnato, ubriaco. Cenni di saluto autunnali: li calpestò gustando il rumore caldo delle foglie secche.


Ma c'era tutto questo sole anche stamani? Che ore sono. Fai presto tu lassù a farti grande. Dove vado.

Un uomo guardò la strada, a destra e a sinistra guardò prima di stendersi sul marciapiedi. Un gatto gli si avvicinò incerto.

E tu che vorresti.

Passò un gruppo di studenti, gli passarono accanto con sguardi lombrichi.

Sei caldo, però. Dovrei tenerti con me, lo vorrei, credimi. Ma.

L'uomo si alzò. Quelli affrettarono il passo. Un gatto attraversò sulle strisce.

Dove vado.



Western

A Bari non piove ma tutto si bagna


Giovanni Montani, 17 anni.


L'ennesimo uomo ammazzato,
l'ennesimo ragazzo coinvolto o, ancor più, protagonista
di quella violenza che insanguina le strade
di Bari.
Ricordo: le strade umide la sera non nascondono alle auto
sfrigolii travestiti di pioggia mai caduta, i lampioni si scompongono
i riflessi banali mentre nessuno ha il passo lento per le strade baresi.


Perchè. No, non mi interessa sapere, non potrei capire,
molto probabilmente l'unica innocenza colpita è quella ideale
che gli adulti-per-bene assegnano alle anime dei piccoli uomini: prima di desiderarli,
prima di sfruttarli, prima di ignorarne le richieste d'aiuto
o solo gli occhi pieni di odio e le mani veloci contro un viso qualsiasi.


Cosa hanno a Bari, o a Napoli -novella missione mediatica di un Italia
in cerca di peccati e di assoluzioni e, ancor più di profeti e profezie-,
o in Sicilia, in Calabria, in Lucania,
cosa c'è o cosa non c'è perchè tutto si muova a scatti, come i ricordi imprevisti
e incontrollabili affogano il controllo di una mente stanca, ogni cosa si imponga
per l'evidenza schiacciante, sferzante di uno schiaffo. O di una pallottola.
O di un bacio non voluto tra le gambe.


Io vengo da lì. E con me ho portato soprattutto quelle strade lucide
in cui l'umidità ti raccontava una pioggia mai caduta; e sotto le luci basse
dell'illuminazione gialla, nessuno, poteva intrattenersi a parlare con la notte
perchè la notte guardava altrove, film appassionanti di vendette e privazioni,
colpi di scena e un naturalismo tale da non richiedere parola alcuna.


Quando i ragazzi con cui lavoravo venivano contraddetti pensavano subito
a cosa gli sarebbe costato spaccare la faccia a quel semplice latore
di ostacoli fonetici: ogni autorità investita da altri, e non da loro, e non dai loro amori,
costituiva un triste, meschino semaforo nella deserta mattina del primo Gennaio di ogni anno.
Quanto gli sarebbe costato continuare a fermarsi dinanzi a quella inutile variazione
cromatica, rosso, giallo, verde,
e quanto invece era bello partire e arrivare a destinazione, subito, con un unico movimento inerte.


Non credo all'innocenza dei piccoli uomini, ma neanche alla loro colpa:
Bari, Napoli, Reggio Calabria non si laveranno nelle parole battesimali di queste settimane
perchè non cè fede alcuna dietro il rituale riorganizzarsi della "società civile".
La tristezza e la bruttezza bagnano l'aria come e più della pioggia
impossessandosi dello spazio tra la terra e il cielo
controllano ogni desiderio e ogni corpo che vi si muove
lascia impronte pesanti e traccia gallerie di vuoto.


A.

Un'astronave di distanza


Oggi si va a Lucca, nel mondo dei balocchi!
Sono molto felice, finalmente il nostro bizzarro non-viaggio-di-nozze avrà un giorno disteso
e potremo passeggiare un po' come due novelli sposi innamorati.


Andare a Lucca per la Fiera dei fumetti vuol dire sapere già cosa mi potrà sorprendere,
sottile paradosso: conosco quella sensazione da quando ero piccino e attendevo l'inizio
della nuova serie animata sul canale locale, e registravo le sigle e tanto mi aspettavo
da ogni pomeriggio. Ma poi non finirà lì, la mia meraviglia. Avere qualcuno accanto,
qualcuno vicino vicino al cuore, riscrive quel che so
e quel che può essere ancora.


Poi andremo a cena e in albergo e per oggi proveremo a fregarcene del mondo,
proveremo a mettere un astronave di distanza tra noi e i problemi dell'ultimo anno,
non chiederemo più una soluzione ma soltanto qualche ora di pace.
E sia chiaro, se non sarà pace con le buone sono pronto a salire su un nagaiano robottone
o a impugnare vergognosi cristalli di luna e indossare l'annessa divisa da marinaretta.


Si accettano solo pensieri buoni, oggi, al Bar dello sport.


E l’astronave è già passata e tu dov’eri?
Nei vernissage a festeggiare eroi leggeri
L’attualità si estrinsecava in altre forme
Tutti esauriti, lì, a sognar che non si dorme
Si l’astronave e già passata e tu dormivi
Meglio così, magari non ti divertivi.
(Sergio Caputo)


A.

11. Neon

Il Commissario pensò che molte persone farebbero bene a restare zitte.
Sono così belle le canzoni senza parole, come una sciarpa rossa.
Una sciarpa di lana, una sciarpa lunga da avvolgere a più giri intorno al collo,
davanti alla bocca.
Era di buon umore per questo apprezzava il silenzio, per questo non gli andava da lavorare.
Andava a piedi al lavoro, ogni giorno il Commissario; conosceva bene la strada e i negozi e le facce che vi avrebbe incontrato. Quel tragitto, sempre uguale, non il più breve ma il più soleggiato, gli presentava con delicatezza il nuovo giorno.
Le scarpe marroni, i capelli disordinati non erano mai cambiati, la giacca grigia e stropicciata, l'andatura stanca e a tratti vacillante, l'attenzione per ogni cosa gli si muovesse dinanzi ma solo fino a scomparire dall'orizzonte del passo, e ogni tanto un cenno scontroso, a scacciare via l'ipressione di una serenità qualsiasi.


In uno di questi giorni mi piacerebbe andare a pescare, se avessi mai imparato a pescare. Quante volte però mio padre l'aveva fatto, con un forte vento, lo ricordava fermo, fisso, in equilibrio sugli scogli con le ciabatte di plastica che gli ricordavano i pilot dei robot giapponesi. Non era bravo, ma quanto avrebbe voluto lo fosse. E una volta lo pescò un pesce gigante, una volte, ci avrebbe giurato perchè allora, quando aspettava la barba come la primavera a gennaio sembra lontana, gli piaceva tanto parlare e raccontare e l'aveva raccontata quella volta a tanti amici per nulla sorpresi.


Fece pressione lentamente sulla maniglia spenta del suo ufficio, esitò ad accendere il neon, possibile che il sole non basti? Possibile. Dopo un po' lo accese e le penne, le pile di documenti, la pianta bassa sul suo tavolo, imbandirono un sorriso di circostanza.
Tolse la giacca e prima di appenderla cercò nelle tasche un fazzoletto; si soffiò il naso con energia, lo ripose in tasca senza cura. Alzò il telefono senza ricordare il numero che doveva comporre. Lo ripose allora e si lasciò dondolare dalla sedia per alcuni minuti, senza distogliere gli occhi dalla porta e dalla sua maniglia d'oro.


Western

Pensieri di uno strano viaggio di nozze



Che strano.
Il barista è in ferie.


Ho qualche giorno libero dal lavoro dopo tanto tempo.
Eppure provo una lieve malinconia.
Sto guardando, adesso, una serie animata giapponese dolce come il miele.
Non è più un adolescente il barista, 29 anni non sono pochi, ma quando li aveva mio padre
ero nato già da tre anni e in questi giorni arrivava la mia sorellina.
In questo periodo mi nutro dei piccoli amori e della genuina convinzione
che i piccoli uomini e le piccole donne di queste storie rendono inestimabili tesori.


Ma come sto scrivendo? Eppure è tutto lì fuori che brucia, che trema per interferenze
brutali, tutto così scomposto, sporco, disordinato. Non sono pieni i colori delle cose
come in questi disegni, nè i nostri occhi riempiono metà del viso.
Eppure in Beck e Suzuka c'è qualcosa che mi attrae e mi rassicura: fino a quando si immagineranno storie come queste un ragazzino che le guarda troverà un fiore
che gli ricorderà cosa è un fiore.


Tutto sembrava così definitivo, così fondamentale allora.
Ogni giorno si combatteva la battaglia decisiva e a distanza di poche ore
sempre appuntamenti col destino. E le amicizie e gli amori di allora:
ognuno eterno, ognuno lungo una vita intera.
Adesso la vita sembra essere spezzata in tante piccole ossa,
simili, ossa simili per non ricomporre mai la logica di uno scheletro
logico, simmetrico.


Sì, è un tempo precario, in cui non ci sono sogni che non mi chiedano
di andare piano; da quanto non guido di notte senza saper guidare
e da quando non porto mia sorella in giro per il mondo in una cinquecento blu
o nel passeggino delle bambole. Forse non da così tanto tempo.

Ma c'è Laura con me, e allora so di avere custodito bene ogni commozione o tristezza,
so che amandola ed essendone amato ci sarà qualcosa a tener legati i pezzi,
a farli sembrare comunque ossa di un corpo, a celare un senso possibile,
a propormi una sfida meno chiara forse, ma non per questo meno affascinante.


Il futuro, una casa, i figli e i miei fratelli che cresceranno e i miei genitori che
invecchieranno, tutto questo mi aspetta. Laura no, Laura viene con me.


E allora Koyuki e Yamato mi sentirò un po' come voi ancora una volta,
chiuso in mezzora di colori pieni e occhi giganteschi,
a passarmi le mani nei capelli per farli arricciare ancora un po'.


A.