The Corporation e il treno spaziale


Ieri sera pensavo.
Guardando The Corporation.

Che il nostro piccolo sincero pianeta
potrebbe davvero essere stanco.

Non sono mai stato un ecologista, o forse sì.
Da piccino in piena disneyfagia del piacere.

Non sono mai stato un no-global,
probabilmente perchè iniziare qualcosa con una negazione
mi sembra paradossale; new-global neanche,
tanto naturalmente portato
al vecchio.

Non sono molte, troppe cose per essere confuso con alcuna di esse.

Ma rimane un aspetto del vivere cui tengo molto:
sono gentile.

La gentilezza non è un gusto patinato, un aspetto costruito,
incrostazione inclinazione ruffiana dell'aria.

Sono gentile per scelta, non per educazione.
Quando voglio, sono gentile.

La gentilezza che sa di un tocco lieve. Su una superficie
liquida, un tocco lieve e sapiente.

Faccio il barista perchè sono gentile? Forse.

The Corporation diceva di organismi composti di uomini
colti, forti, alti, spesso coscienziosi adami,
palpiti di sangue verde, pulpiti di potere inchiostro,
ovatta calda creme di cappuccini in equilibrio sul bordo.
La transnazionali che possono condizionare i popoli,
dipingere i paesaggi, legittimare la proprietà
del sale.

Faccio il barista perchè sono gentile. Forse.
E amo il calcio con gentilezza, certo.

In questa stanza ho spesso potuto riconoscere
la piena finitezza dei cerchi.
Quelli lasciati sui tavoli, sul bancone, sulla piccola lastra di marmo
alla base della finestra. Si vede la strada dalla finestra e la strada dopo pochi passi.
Curva.

Mi sono chiesto, guardando the Corporation
mi sono chiesto se avevo qualcosa da raccogliere,
da raccogliere
con gentilezza
da un sì copioso cesto
di informazioni e informazioni dense
informazioni in marmellata di more.
Ma stavo già raccogliendo, le mani appiccicose
fino ai polsi
e il desiderio infinito
di smettere,
informazioni in gelatina d'albicocche.

Se pulissi tutti i giorni le superfici del bar
non sai così gentile. Il tratto di ogni passaggio per me
è sacro e va preservato.
Che non diventi monito, in quel caso la presenza ingorda
s'arrischia oltremodo
e mi costringe al gesto. Di passare lo straccio.
No, aspetto qualche giorno. Di solito se il cliente non torna
il suo cerchio va via da solo.

Finito il documentario mi sono alzato. E ho preparato una camomilla.
La sera, prima di dormire, mi riscalda il petto
e prepara i polmoni all'accoglienza materna
del fumo, il fumo che seguirà la tisana paglierina fino al sonno.

Se non viene qualcuno per un giorno intero
mi avanza gentilezza per il giorno dopo.
Sempre che io non la ceda ai lampioni tornando a casa.
A volte capita. A volte no.
Quando chiudo senza aver avuto un cliente mi
sento grasso, grasso e divertente.

Il fumo seduto, disteso, completamente discinto nei miei polmoni
si solleva diagonale. Il treno è in partenza. Per lo spazio.
Lo guarderò ancora.

Mentre torno a casa,
cerco di capire qualcosa,
il treno nello spazio
e le infinite stelle.

Lo guarderò ancora.
Scoprendo che dai suoi finestrini
il mondo
il mio mondo
si allontana e si avvicina.

Stringo gli occhi,
un lampione mi acceca.
Poi va oltre.

Oggi al bar non è venuto nessuno.
Domani sarò ancora più gentile.
Oggi i lampioni
mi hanno lasciato stare.

(Matsumoto culla il piccolo pianeta sincero,
innamorato racconto del destino dell'uomo:
senza sosta sfida il tempo che se ne va
nel tempo, non dorme mai, non muore mai).

A.

1 commento:

Gabriele Paradisi ha detto...

Ciao gentile Solaris
Ti leggo spesso anche se non intervengo mai...
Quest'anno avete proprio una grande Roma... complimenti
Il tuo
Gabriele (No-Global che è comunque un termine improprio...)