Ancora su David Irving


Il significativo contributo di un amico.
A un
dibattito che prosegue fertile, inevitabile.
A.

Vero? Falso? Non so.

Ho in mente un'immagine che è stata riproposta più volte in TV e che mi ha colpito più di quella famosissima del bimbo con le mani alzate. Cerco di descriverla.
Si vede una stazione, carri bestiami, gente che viene caricata (comparse? non credo).
Poi l'immagine che mi si è stampata nell'anima come un marchio a fuoco.
Su un vagone, al centro della porta a scorrere, davanti a decine di altre persone, un uomo elegante, con un bel cappotto dal bavero di velluoto o pelliccia. Un bel cappello e un'aria educata. Sta immobile e guarda davanti a sè con attenzione il paesaggio.

Si percepisce il senso di struggente nostalgia, quasi di addio. Poi arriva l'ordine, e si capisce che il soldato addetto a fare scorrere la porta gli grida un ordine. L'uomo abbassa gli occhi e fa un piccolo passo indietro, come chi si scosta per lasciare chiudere la porta dell'ascensore. Il tutto con la stessa immensa dignità che pesa sulla mia coscienza come un macigno.
Fine. Il portone a scorrimento si chiude.

Ecco, mi dico: cosa me ne faccio della storia? E dei numeri?
Non so. Vivo con i numeri, ma in questo caso non hanno senso.
Se noi (tutti, anche chi come me non era nato perchè comunque appartiene all'umanità ed è perciò colpevole) avessimo ucciso soltanto quel signore con il cappotto dal bavero di pelo... Saremmo comunque dei mostri.
Non mi frega che i morti siano stati centinaia, o migliaia o milioni: è sempre un orrore.
Lo stesso orrore di Hiroshima, di Dresda, della ritirata di Russia, di Stalingrado.

La Bestia che è nell'uomo non deve essere valutata mediante numeri!
Quindi mi frega poco dei negazionisti o di coloro che ribadiscono la verità della Shoah.
Mi frega molto di più pensare a quale karma aspetti l'uomo per ciò che ha fatto Shoah o no nella guerra.
E quale karma aspetti il popolo ebreo, Shoah o no, che pur credendo fermamente nell' "occhio per occhio" lancia missili sui palestinesi. Se occhio per occhio deve valere (e in assenza dell'Amore Sovrano vale) anche la Shoah è un prodotto del karma, e prodotto del karma sarà quello che i popoli che ne hanno avuto la responsabilità pagheranno.
Dall'occhio per occhio non si esce, se non con il perdono. Dice il Vangelo: "Io non sono venuto ad abrogare la legge, ma a completarla". E su queste parole bisogna meditare.

Ogni atto d'odio, in assensa dell'Amore, chiama odio e torna a far valere la "Legge": "chi di spada ferisce, di spada perisce". Chiudo. Osservo attonito una civiltà che ha oltrepassato ogni limite.
Non sono un baciapile, ma mi sono sforzato di studiare l'invisibile come il visibile. Vi posso assicurare che, per quanto ne so, in entrambi i campi ad ogni azione corrisponde una reazione. Dunque nulla è gratuito.
Avendo lottato furiosamente per liberarmi di me, ora siedo il più serenamente possibile sulla sponda del fiume e aspetto di vedere passare quello che la tumultuosa corrente di questo tempo, unitamente al vento di incoscienza delle sue genti, porterà a valle.

Imbrattacarte

Grazie Roma.. Siamo nella storia.


Roma Roma Roma,
core de sta città,
unico grande amore,
de tanta e tanta gente,
che fai sospira'.

Roma Roma Roma,
lassace canta',
da stà voce nasce un coro,
so centomila voci
che hai fatto nammorà.

Roma Roma bella,
t'ho dipinta io,
gialla come er sole,
rossa come er core mio.

Roma Roma mia,
nun te fa canta',
tu sei nata grande
e grande hai da resta'.

Roma Roma Roma,
core de stà città,
unico grande amore,
de tanta e tanta gente,
ch'hai fatto nammorà.

A.

Derby


Vorrei arrivare alla fine
arrivarci in una contrazione di stomaco
che mi sembra una noce il cuore
e acciaio le ossa a stringermi
ogni attimo
il viso nell'erba
e l'aria si condensa sulle labbra
a fatica socchiuse
prego il vento
che mi spinga avanti
a nutrire pennelli d'impressione
e non duri più del presente
questo incubo che è passione
desiderio vita
morte.

A.

A proposito di David Irving

Voglio segnalare un interessante dibattito.

Si discute di David Irving, condannato a 3 anni di carcere per apologia al nazismo.

Da Ozoz.it, traggo il mio ultimo intervento. Consiglio a tutti di seguire questa aperta riflessione sulle verità della Storia e sulle libertà di espressione.


Le discipline della ricerca umanistica si sono date nei secoli delle regole.

La storiografia stessa ha stabilito un metodo di verifica delle fonti e di documentazione, convenzionalmente accettato da chi a quella disciplina vuole rifarsi professionalmente.
Inoltre, nel Novecento, le scienze "esatte" hanno introdotto elementi di forte discontinuità (vedi il principio di Heisenberg e le sue conseguenze, vedi le riflessioni di Popper)
con il passato galileiano, l'entità dei quali ha stravolto le stesse scienze umanistiche nella sanzione di un impossibile osservazione di oggetto alcuno senza che l'osservazione non modificasse l'oggetto stesso.
Già nella filosofia Kantiana e poi via giù fino a Nietzche il problema dell'impossibile raggiungimento dell'essere noumenico - da Nietzche definitivamente "ucciso" - aveva incrinato le certezze del razionalismo sic et simpliciter.

La storiografia non è esente da queste riflessioni e ha maturato una conseguente attenzione alla verifica delle fonti e una tensione ipotetica alla ricostruzione storica.
Potremmo dire che le parole chiave, semplificando le cose, siano prospettiva e probabilità.
Questa solenne incertezza dinanzi ai limiti - o alle ricchezze- dei punti di vista, ovviamente ha motivato nella disciplina degli studi storici, e storicosociali, la persecuzione di un maggiore rigore negli strumenti di studio, nonchè la necessità di vigilare sulla deontologia di ogni interprete e di ogni affermazione, perchè la natura prospettica di una lettura non consenta una rischiosa arbitrarietà della scrittura.

In questo caso, nel caso di David Irving, mi pare che egli abbia postulato dei presunti "falsi" a sostegno della negazione della Shoah, con chiaro intento propagandistico.
Il dibattito storiografico non può vivere di insinuazioni bensì si alimenta di prove, documentazioni riconosciute come attendibili secondo parametri condivisi dalla comunità scientifica. Mettere in discussione tutti i risultati di un'intera disciplina speculativa, affermandone il controllo unilaterale da parte di un "grande burattinaio", è stato esperimento già "ben" realizzato proprio dal Terzo Reich.

Il reato in questo caso credo sia quello di aver utilizzato un ruolo e le potenzialità comunicative ad esso annesse violando le regole della deontologia professionale nonchè le responsabilità morali ineludibili ad ogni atto comunicativo, e atto comunicativo scientifico.

Penso che rubare non sia in sè un errore, in altri contesti sociali si chiamarebbe prendere. Se lo è nella nostra cultura, è perchè riconosciamo valore alla proprietà privata.
In questo caso mi pare sia in discussione senella nostra cultura, anche le informazioni, e il fenomeno persuasivo ad esse sotteso, siano un valore da regolamentare.
Io credo di sì.

Credo che esistano responsabilità nell'aver disatteso un metodo di ricerca scientifica, di aver svilito nella propaganda le motivazioni dello studio storiografico, di aver avvelenato l'emotività di un contesto storico già ferito, con allusioni prive di fondamento scientifico. (Chè la testimonianza diretta di chi ha vissuto un avvenimento storico non è trascurabile o considerabile falsa, per esempio, per una presunta appartenenza a una cultura piuttosto che a un altra, a un credo piuttosto che a un altro.)

Credo sia necessario ancor più che in passato,rendersi conto che se la verità non è dicibile dopo la morte di dio,la prospettiva diventa sovrana e sovrana dinanzi a un popolo attento e sensibile.

Le scienze storico sociali, la ricerca umanistica, ha avuto e ha ancora il grave compito di costituire e difendere un rigoroso metodo di analisi, un metodo da condividere affinchè ci si possa confrontare, comprendere, ascoltare, pure esponendo riletture storiografiche distanti, avverse, contrapposte.
Riletture storiografiche irreprensibili, ripeto, sul piano della verifica delle fonti e della documentazione, responsabili sul piano della concettualizzazione,dedicate ad accrescere gli elementi di riflessione all'uomo per l'uomo con l'uomo.

A.
(la foto è tratta da http://www.lilithgallery.com/gallery/caroline_taulbee.html)

X


È arrivato ieri sera, sulla chiusura.

Stavo giusto abbassando la saracinesca, poggiata, sì come al solito,
tanto chi viene a rubare da noi, nessuno, al Bar dello sport
possono rubarmi solo il cuore ma quello lo portò con me.

Mi scusi non avrebbe ancora un minuto?

La domanda fu ripetuta due volte. La prima, completamente mangiata dall'acciaio in caduta.
Libera.

Non avevo minuti purtroppo. E il silenzio cui la domanda era stata costretta nella sua prima istanza sbiadiva, terribile, nella sentenza già pendente sulla sua formulazione posticcia:
la bocca del bar
oramai la bocca di un muto.
E noi due parole inascoltabili.

E ora?

Apro la mattina, presto, molto presto, mi spiace.

Sprofondò. Ma lentamente. Adagio si scompose
senza negarsi alcun movimento
mi mostrò una discesa perfetta
culminante nella posa di un indiano, bizzarro indiano al bordo del marciapiede.

Guardai la saracinesca e vi notai una sostanziale affinità.

Tornerà domani?

Non so.

Ha fame, sete? Cosa le serviva?

Sa, io ho paura di votare e lei doveva raccontare la mia storia.

Capisco. Che altro avrei dovuto dire di lei. Nel mio bar.

Sarei giunto dopo aver letto tutti i quotidiani e i settimanali politici,
dopo aver visto centinaia di ore di dibattiti.

Notevole.

Sì. E avrei pianto. Perchè io ho paura. Di votare.

Che paura ha. Si sta preparando in maniera così assidua che non può sbagliare.

Sa. Io non ho mai votato finora.

No? Come mai? Credo sia un dovere. Quanto meno così si dice.

Io sono andato nel mio seggio, ho consegnato i documenti
e impugnato una matita.

Bene. E poi?

Poi ho scelto.

Allora ha votato.

No, ho sempre sbagliato.

Si è pentito delle sue idee passate? Chi non.

No, dopo il primo tratto della X, mi sono sempre pentito. Così,
ho sempre annullato le mie schede.

Non pianga.

L'uomo scoppiò in lacrime. Doveva avere quasi sessant'anni.
Chissà se c'era nel 46.

Non pianga.

Io piango la mia miseria. Questa volta devo riuscire a votare.
A completare quella X. Non so, se potrò farlo ancora.

Si alzi, vedrà che questa volta ci riuscirà. Sta studiando così tanto.
Non potrà sbagliare.

Lo aiutai a tirarsi su. La giacca grigia e la cravatta gialla erano
troppo piccole, mentre le scarpe marrone si baciavano consumate verso l'interno.

Non sbaglierò.

Senta, ora qui, due isolati più giù c'è un altro bar. Andiamoci. Le offro da bere.

No, no. Non importa.

Si sente bene?

Sì. Ma lei. Racconterà la mia storia? Anche se non sono neanche riuscito ad entrare?

Certo, lo farò. Ma perchè non torna domani, non torna a dirmi altre cose.
Altre parole. Lei è interessante. Torni pure.

Domani. No, il giorno giusto era oggi. Oggi ero stanco e speravo di incontrarla.
Avevo deciso di buttarmi al fiume.

E ora? Ora tornerà a casa più tranquillo? Non dica idiozie.

Sono riuscito a incontrarla, sono sereno.
Lei racconterà la mia storia.

Lo farò.

Adesso mi dica. Per il fiume. Devo girare a destra o a sinistra, lì in fondo
dopo il bivio.

Se n'è andato senza aspettare la mia risposta.
E credo sia stata la sua salvezza.

A.

Sgozzati


Desolante, desolata
la terra si abbruna.

Lampadine spente
piangono l'ultimo carro:

un'anfora sul fianco si sdegna
dei liquidi dispersi lontano

e un viso ospita gentile
miele rosso di mezza luna.

A.
(foto da Lorz)

Vetro


In alto i calici.
Vuoti.

Oggi al Bar serviamo solo bicchieri,
bicchieri senza null'altro che non sia l'aria. Da bere.

Prego si accomodi.
Cosa le porto.
Abbiamo bicchieri di ogni tipo, io le consiglierei quelli bassi
e consumati, lievemente poligonali,ma sa è gusto mio.
Perfetto. Un cilindrico a base doppia.
intanto si accomodi.

Siamo già in tanti, oggi.
È una festa che conclude il Carnevale,
forse.
O solo un rituale leggero, leggero e trasparente.

Proporrei un brindisi.

Fuori l'opacità del cielo fa torto a tanto scintillio.
Ho quasi finito i cristalli, rimangono ancora alcuni vetri.
Ma pochi. Qualcuno è già ubriaco, a quest'ora
ma ho smesso da tempo di giudicare
la tristezza. O la gioia. O quel che vi è nel mezzo.

Vorrei brindare al vetro
al vetro che si piega
al vetro che trasluce
al vetro che si usura
al vetro che si specchia
al vetro frivolo, astioso, pusillanime
al vetro orgoglioso e tenace
al vetro che bacia la pietra
e vi si infrange
al vetro che solletica il legno
e lo abbandona.

Fino a sera andrà così.
Cerco di sciacquare i bicchieri velocemente,
per non negarli a nessuno.
Si susseguiranno canti e non si eviteranno gli insulti.
E le bestemmie, lo so, delicatamente raggiungeranno il soffitto.

Arrivo, arrivo. Sono pronti.
No, ce la faccio, grazie comunque.
Magari stia un po' in dentro con la sedia così passo.
Grazie.

Fuori, l'opacità del cielo.
Dentro, un lieve tocco,
e l'aria ci ubriaca.

A.
(la foto è tratta da: Paolo Monti il Fotografo)

Solo un capitano


Non ho parole per esprimere la rabbia
ho urlato in pieno treno di ritorno da udine
ho urlato insulti verso la pochezza di questo sport
e la miseria dei suoi interpreti

UNA VERGOGNA

una colpa

che non mi sento di imputare solo all'artefice dell'ultimo intervento
a falciare spezzare tagliare bruciare
sogni e corpo dei sogni

DOLORE
nel cuore di chi vuol bene al Capitano
prima di ogni dribbling assist tiro in porta
DOLORE
nel cuore del Capitano che ama la Roma
prima dei soldi e prima di ogni vittoria
DOLORE
nel cuore di Roma e della sua storia
prima che la storia capisse Roma e la Roma

DOLORE e RABBIA
per chi non ha cuore e senza aver cuore ha raccontato
di un errore suo
un errore senza autore.

L' ERRORE DEL CAPITANO
HA FERMATO IL CAPITANO.

Quanto è triste
riconoscere
la piccolezza di certi uomini.

Qualcuno sarà felice di saperti fermo, bloccato, dolorante.
Anime zoppe, vili, piagate dalla bruttura.

Tu invece sorridi e dai la misura
della grandezza di chi sa cosa è importante.

FORZA FRANCESCO.
NESSUNO PUO', POTRA' MAI
TOGLIERCI LA VITTORIA DI AVERTI CON NOI
E A NOI DI RESTARE CON TE.

NESSUNO POTRA' MAI TOGLIERTI LA STORIA.

10.
LA TUA MAGLIA.

10.
LE VITTORIE.
SENZA RESPIRO.
SEMPRE. MAGICA.

A.

Chiuso per ferie


Il Bar chiude fino a Domenica sera!

Il caro barista va a Udine a trovare la sua sorellina.

Ci saranno anche la piccola Marianna e il prode Gennaro.

Un caro saluto a tutti gli affezionati lettori e attenzione:
la settimana prossima grandi sorprese nel nostro baretto!

E forza Magica: sarà record.

Il mio buon tempo. A tutti.

A.

L'ammazzacaffé


Si lavora tanto questi giorni,
c'è una fiera qui nella piazza vicino al Bar dello sport.
Arriva gente in continuazione, volti sconosciuti,
bocche senza voce, desideri in buste chiuse.

La sera arrivo a casa davvero a pezzi.
Ma è bello così.

In queste occasioni trionfano i pettegolezzi.
Che a pensar male si piglia sempre dice il detto.
Ma si dice anche "Fa' bene e scorda, fa' male e pensa".
Così quando mi perdo nei miei pensieri,
me ne distolgo poi con vaga colpevolezza.

Il bar: un sogno per me. Ascoltare le facce, guardare le parole.
Ogni cosa si muove, ogni cosa si muove però con la sicurezza
di una messa in scena ripetuta e ripetibile.
Che se in quel momento chiudi gli occhi, che sarà mai,
vedrai domani.

Al Bar dello sport, la mattina mi piace far trovare qualche quotidiano.
E un giornale di annunci.
Per informarsi e se è il caso, per parlare di qualcosa che non sia
tanto importante da ammazzare un caffè.
Per quello vendo gli amari.
E quando c'è silenzio, o si ragiona di cose serie,
se ne vendon di meno.

Non che non mi piaccia si discuta con passione,
nè sono tanto venale da difendere a spada sguaiata
il mio favoloso mercato dei liquori (adoro comunque
sentirmi chiedere un Caffè Borghetti. almeno quanto odio i cocktail.
tanto da non servirli mai, i cocktail).

A volte faccio un esperimento: sfoglio i giornali prima dell'apertura
e posiziono le pagine di ogni quotidiano sulle notizie che mi incuriosiscono.
Piccole trappole da barista ; in ascolto come un cacciatore pavido ma deciso,
attendo la mia preda canterina.

La reazione dei miei clienti alle notizie è sempre abbastanza eclatante:
il cacciatore non torna mai a casa a mani vuote.
Eppure in questi giorni un sottile imbarazzo attanaglia i presenti.
Forse perchè la fiera è talmente dilagante nella sua festosa lente
che ogni sguardo è distante e i miei titoli invisibili
da lontano, da vicino.

Ho provato con la Juve vincente sull'Inter, ma si sapeva, e ho
compreso immediatamente il cuor ferito dei sognatori precari,
i sognatori a progetto e senza tredicesima,
i sognatori infoiati contro l'assoluto e divisi nel parziale
per cui brilla ostentata forse l'unica certezza
quella di non essere in grado di violare la Vecchia Signora.
Innamorati e delusi, umiliati in pubblica scena,
i nemici della zebra si deprimono silenti. No, non è andata.

Allora, schivando la frivolezza calcistica,
e non imponendo attenzione sulla Roma che quello sì è amore
che mi si legge in viso,
ho provato con la politica.
Nulla. Peggio che con la Juve. Qualcuno ogni tanto si arrischia,
ma dopo aver parlato fugge via. Temendo una ritorsione della carta forse,
predicatrice di inchiostro e servitù ampollosa,
disdegna i calici più intraprendenti.

Ma poc'anzi qualcosa di diverso.
Un uomo ha gridato.
Fermo, bloccato, piantato al centro del Bar,
attirando l'attenzione dei festaioli di passaggio.

Un uomo ha gridato e ho subito cercato di carpire
quale fosse stata la notizia. A suscitare un urlo sì tremendo.
Quale giornale. Quale pagina. Quale trappola.

L'uomo ha gridato una parola. Una soltanto.
Poco comprensibile, ma da tutti riconosciuto, il suono profuso.
"Adesso". L'uomo aveva gridato e guardato tutti i presenti.
Poi senza alcun timore, si era avvicinato al banco a chiedermi
un Lucano (secondo solo al Borghetti nel mio gradimento).

Approfittando del brusio e della tensione,
ho aggirato il banco e raggiunto il tavolino dell'urlatore.
Disteso e sincero, il giornale degli annunci mostrava
la foto di un orologio d'oro, un orologio antico.
E non c'era alcun bisogno di farsi domande.
Quell'orologio senza lancette era chiaro, chiaro e luccicante,
quell'orologio non sapeva l'ora.

Dopo quell'episodio.
Altri si sono avvicinati al giornale degli annunci.
E altri hanno gridato.
Gridato "prima", gridato "poi", qualcuno ha gridato l'ora esatta,
qualcun altro l'ora di nascita del proprio figlio, qualcuno, particolarmente nervoso,
ha gridato all'arbitro di fischiare la fine.
Ma tutti poi mi hanno chiesto un amaro.
La fiera continua e credo che a fine giornata avrò finito le mie scorte di liquori.

Se tutto va bene con gli introiti di questa fiera
potrò comprarmi una bellissima canna da pesca.
L'ho vista alla bancarella in fondo, in fondo prima dello zucchero filato.
Sperando ci sia ancora. Sperando che nessuno l'abbia già portata via.

A.

7


Allora.
Ho fatto l'antipatico,
ma quel giorno al Bar dello sport
un rubinetto perdeva acqua.

tic tac tic tac

Da ammazzare un Santo.
Così ho fatto morire
la mia prima catena,
la mia prima possibilità di
giocare con le vetrine.

Giù le tende.
Risponderò alla catena della stranezza.
E chiedo scusa a chi provò a giocare con me.
Anche perchè ora
giunge una scatola nuova,
con nuove gratuite parole
a comporre figure grottesche, smorfie generose.

Allora. Perchè strano, io.

Di strano c'è
che la gente a volte ha paura di me.
Di strano c'è
che non riesco a versare bene i liquidi da un recipiente all'altro.
Di strano c'è
che assomiglio spesso a qualcuno.
Di strano c'è
che chi mi legge non mi immagina.
Di strano c'è

che ho spesso sognato di salvare il mondo
grazie a una calzamaglia rossa e ai miei capelli magnetici.

Ora il nuovo gioco e poi gli inviti.. vanità il tuo nome è blog.

Sette cose che voglio fare prima di morire:
1. Sentire di voler bene a mio padre quanto un figlio innamorato
2. Vedere tutti i miei fratelli felici e lasciargli un bel ricordo di me
3. Vivere in Giappone e ubriacarmi con Leiji Matsumoto, Murakami e Kitano
4. Ritrovare la voglia di avere un figlio
5. Guardare il mondo e non dover odiare nessuno
6. Avere a cena Totti, Eastwood, Scorsese e John Cassavetes
e ricordare i vecchi tempi passati insieme
7. Regalare alla mia donnina una gioia infinita.

Sette cose che NON posso fare:
1. Dire bugie, tradire
2. Colpire un debole
3. Smettere di pensare, parlare, scrivere
4. Ascoltare cazzate senza intervenire
5. Camminare a lungo
6. Stare senza del tempo per me
7. Competere sul lavoro, competere.

Sette cose che mi piacciono del bloggare:
1. Essere letto
2. Essere lento
3. Impegnarmi in qualcosa che non sia il lavoro, rubare tempo al lavoro
4. Incrociarmi con persone per caso, leggere ciò che pensano
5. Finalmente ho un bar tutto mio
6. Si aggiorna, si sperimenta, si cambia abito
7. Si gioca con liberi, infunzionali, pensieri.

Sette cose che dico spesso:
1. Miseria puttana
2. Io
3. Ascolta
4. Scusami
5. No, non vengo
6. Sei bella (a Laura)
7. Ti amo (a Laura)

Sette libri che mi piacciono:
1. Tokyo blues Norwegian wood (Murakami)
2. L'insostenibile leggerezza dell'essere (Kundera)
3. Sonno profondo (Yoshimoto)
4. I tre moschettieri (Dumas)
5. Moby Dick (Melville)
6. Dance dance dance (Murakami)
7. Marta (l'ho scritto io, presto sarà qui al bar eheh).

Sette film:
1. Million Dollar Baby (o qualsiasi film diretto da Clint)
2. Luci della ribalta (Chaplin)
3. Hana-bi (Kitano)
4. La sicurezza degli oggetti (Troche)
5. Minnie e Moskowitz (J. Cassavetes)
6. Cinderella man (Howard)
7. Al di là della vita (Scorsese)

Fatto!!
Non finiva più! eppure mancano tante cose!
Adesso devo invitare sto giochetto a un po' di persone..
E via con Mauraga, Bunkr, Lonewolf, Manuelito, Cristian Contini, Massimo Lanzi.
Poi farò un secondo giro.

Chissà come prenderanno questo rilancio..
Chissà.

A.

Grazie Roma (la paura viola..)


L'A.S. Roma ha vinto a Siena
con gol da extraterrestre di Daniele De Rossi
e di Amantino Mancini in contropiede.

Nona vittoria consecutiva.

Mentre la Fiorentina è in ginocchio.
Sbeffeggiata dal Livorno di Lucarelli (piange Toni..)
e Carletto er Magara Mazzone.

Siamo a meno due.

Da leggenda.

No, forse no: è solo giusto.

Magica.

p.s.
De Canio, un signore: ha ragione, l'arbitro in Siena Roma
non ha sbagliato episodi clamorosi e la Roma ha vinto
per la classe dei suoi giocatori.
Ma la conduzione di Airoldi è stata nervosa, imprecisa,
inadeguata a una partita sostanzialmente corretta.

A.

Fuorigioco


Oggi sono al Bar, anche se è domenica pomeriggio.
Guardo la partita, la Roma: i giallorossi sembrano un po' stanchi,
speriamo bene.

Fuorigioco. Giusto, c'era.

Non sono giorni sereni, come potrebbero esserlo.

Fuorigioco. Oltre ogni difesa, solo davanti al portiere, aspettando.
Il pallone. Senza portarlo con sè, senza cercare di superare un avversario, aspettando.
Il pallone solo, dinanzi al portiere, solo e senza alcun sudore.

Come esser sereni.
Sperando che nessuno ti veda cercare
l'ombra e scansare il rumore
per poter difendere un vantaggio di perla.

Sperare che accada qualcosa, sempre qualcosa da un'altra parte,
che nessuno del pubblico si interessi a questa misera zolla verde
oltre ogni desiderio, solo un misero pezzo di terra tra i tanti,
che avete da guardare, cosa.

Come poter essere sereni quando
dall'altro lato del campo,
proprio dall'altro lato
fischiano un fuorigioco. Alla punta, all'attaccante avversario
la sentenza di non poter
andare avanti.

Fuorigioco.
Invece ti nascondi o misero,
ti nascondi detro un viso liscio un cuore livido,
e sai che per segnare un gol dovrai aspettare
una svista, un errore e la complicità dei tuoi.

Cosa accadrà a Siena, nulla. Solo una partita.

Ma qualcuno s'annida altrove,
si traveste di allusi pragmatismi e sa
come arrivare al risultato, ignorando il gioco.
Ignorare il gioco per vincere a un gioco.
Come si fa a rimanere sereni
mentre sottili sagome brune
s'insinuano nel futuro.

Nelle liste del Cavaliere

s'adombrano

molti giocatori in fuorigioco.

E ho una tremenda paura
che non si riesca a distinguerli,
vederli nel momento in cui
parte il lancio.

Perchè oltre la difesa si può
essere. Ma non
al momento del lancio.
Al momento del tocco in avanti,
no.

L'azione è veloce, le valutazioni fallibili.
Nessuna serenità
possibile.
A giocare col nero si perde sempre.

A.

La finta


Che stanchezza.

Mi diceva, lasciando cadere la testa grigia sul guanto rosso.
Rosso a tagliare le dita, il guanto non rifinito, lasciava un ultimo filo
pendere e non cadere.

Che stanchezza.
Poi passava la mano tra i capelli, con forza, come se volesse spostarli
tutti e tutti insieme,
un'unica onda di cenere lanciata contro chissà quale isola.
Il filo, rosso, però rimaneva lì nonostante il gesto
strenuamente fisso al lato breve della sua mano destra.

Non gli rispondevo.
Non per cattiveria, sapevo cosa avrebbe potuto dirmi.
La sua stanchezza eterna, la stanchezza di un maratoneta cieco
un povero podista senza arrivo. Qualcosa di cui
non ho bisogno.

Non gli rispondevo,
nè lui aggiungeva qualcosa. Gli preparavo un caffè corretto,
corretto con Sanbuca, niente di eccezionale,
e poi proseguivo nel mettere ordine, lasciandolo al banco, solo.

Solo,
poi andava via.
Ogni volta prima di chiudere la porta però
mi veniva incontro
con furia, per spaventarmi.
Lo sapevo, fingendo un certo timore, sarebbe accaduto ancora.

Con una finta meravigliosa mi schivava all'ultimo.
E andava via.
Alzando al cielo il pugno
e un filo sottile.
Solo,
rimanevo al bar. Prima ancora che fosse mattino,
il suo tempo qui era già finito.

( foto)

A.

Bellissima (L'uomo della pioggia)


Bellissima
una parola
che saluta la pioggia
e la terra sincera
vibra timida
bellissima
una carezza
lungo la schiena
che placa il cuore
isterico dell'alba
bellissima
stretta tra braccia
amanti accolta
nuda d'incanto e sospesa
bellissima
di latte
di miele
una carta la Matta
bellissima d'incanto
bellissima di intenso
bellissima ti dico
sei bellissima ti so
so il tuo nome
e la tua forma
una parola
la pioggia, l'ultima,
saluta,
bellissima.

A.
(romacagliariquattroatre)

Bozza di copertina


Presto, qui al Bar,
pubblicherò la versione digitale di "Marta",
il romanzo per cui ho lavorato in questi ultimi due anni.

Mancano pochi giorni ancora, ma sono felice
di poter mostrare una prima bozza della copertina.

Grazie a Lorenzo Calistri,
amico, collega, fotografo di assoluto talento.

A.

Chiacchiere da bar (..ma Moretti?)


Riapro il bar, ancora un po' traballante
per una becera influenza.

Ho pensato un po' in questi due giorni a come sarà invecchiare.
Ma non importa, sono di nuovo al bar e, a parte un po' di polvere,
tutto è al solito posto.

Questa sera c'è il Campionato.
La Roma cercherà di vincere per l'ottava volta,
tutti gli altri si affanneranno per risultati lontani dalla metafisica capitolina.

Torna ad allenare Carletto Mazzone,
sarà alla guida dei comunisti anarchici di Livorno:
tra i dirompenti rossi toscani orfani del Donadoni rimpianto
ed 'er Magara', uomo di grande cultura calcistica e delicata morale,
sarà amore?
Me lo auguro, ma chissà.

La Fiorentina speriamo che sia ben cotta, mi perdonino la battuta gli amici viola.
Ma alla fine il Calcio è bello anche per questo.
E non vorrà davvero Toni continuare a imitare un fuoriclasse.
Sia sincero e torni il discreto attaccante lungagnone di una volta,
che non sta bene irridere una intera tifoseria:
anche perchè il tifoso viola viene spesso qui al bar
e lo vedo davvero provato. Sono tesi, nervosi, ansiosi,
timorosi di una presa in giro quasi inevitabile ormai,
e incapaci di godersi le vittorie.
Antropologia bislacca quella del tifoso fiorentino:
per paura di godere subito
non gode proprio.

Insomma gran calderone in cui come sempre la sfera
saprà domare ogni cosa: persino gli scandali arbitrali
oramai consuetudine
del Creato.

Ieri sera, nell'anticipo,
D'Alema e Casini si sono presi a insulti.
Che meraviglia vede' il vecchio Massimo provare una sgroppata sulla fascia (sinistra)
inseguito dall'arcigno metodista democristiano, subire fallo e reagire senza controllo,
con voce malandata gridare qualcosa di sinistra, essere ammonito e insistere cercando, forse, disperatamente, un cartellino rosso. Fallo di reazione sulla mafia: Moretti è servito, il brizzolato ci crede. Sia mai che le sette vittorie della Roma non gli abbian giovato.

Questa è l'Italia: quella in cui ti chiedi come mai d'inverno fa freddo e in cui
sotto il naso di tutti il mondo cambia.
Lasciando nelle mani del Potere la possibilità di preparare le regole del prossimo gioco.
Perdere, è probabile. Perdere tutto, possibile.

Domanda: ma Moretti ha mai detto qualcosa di sinistra?

A.

Passerà

Solo un bigliettino, sulla saracinesca.

Sono a letto con l'influenza.
Passerà.

A presto.

A.

Il bacio sulla bocca


La Roma ha vinto ancora, Laurina è stata a letto malata.

L'aria ha tremato un po' ma oggi sorride,
pulita.
Bacio il mio giorno nuovo

e in lui ogni mio amore.

Questa domenica ho incontrato Madiodio,
che mi ha raccontato di essere il fratello di Bouba Diop,
centrocampista del Senegal, marcatore contro la Francia agli scorsi Mondiali.

Madiodio mi ha parlato dal Senegal, da un Internet point.
Io non lo conoscevo, ha trovato la mia mail sulle liste di MSN,
e mi ha aggiunto ai suoi contatti.
Aspettavo le partite, quando è arrivato online: e tutto il calcio del mondo
era il suo calcio.
Sogna di raggiungere gli States Madiodio,
me l'ha confidato, oggi la prima volta che mi ha visto.
E io ho visto lui: serio, quasi triste, annoiato, ma solido.
Madiodio da oggi è un mio amico.

Gli ho promesso che avrei provato a contattare qualcuno, per un provino,
chissà.
Chissà se è bravo, chissà se è il fratello di Bouba Diop.
Era in Africa, il colore del Sole era di un intensità dorata.
Ma perchè amare la verità sempre, perchè chiedersi altro che non sia
il racconto delicato e prezioso.
Madiodio è stato un bel colore sulla tela,
posato da mano cieca, com'è il Caso. E sia.
Il Caso. Una sorprendenta mela. La cui rossa liscia buccia
brilla di riflessi arbitrari.

Proverò a mandare qualche mail.
Proverò a vedere che accade.

Ma una cosa sia chiara: mi ha detto la sua passione per il pallone
e i suoi studi d'informatica,
e di attendere a cercare una fidanzata, perchè vuole partire.
Mi ha detto anche di amare il Senegal, però.

E ho pensato ai miei piedi
piedi quasi secchi
incapaci di avere radice alcuna
innamorati dell'aria. I miei piedi.

Domani è Lunedì
primo giorno di una settimana qualsiasi.

Ma le ultime ore di questa sera
con la mia donna e il ricordo di queste ore
sono calore, profumo, sapore.

Per il tempo di Laurina e il tempo di Madiodio.
Bacio il mio giorno nuovo
e in lui ogni mio amore.


Il bacio sulla bocca.
(in radioblog)

Bella,
Che ci importa del mondo
Verremo perdonati
Te lo dico io
Da un bacio sulla bocca
Un giorno o l'altro

Ti sembra tutto gia` visto
Tutto gia` fatto
Tutto quell'avvenire
Gia` avvenuto
Scritto, corretto e interpretato
Da altri meglio che da te

Bella,
Non ho mica vent'anni
Ne ho molti di meno
E questo vuol dire (capirai)
Responsabilita`
Percio`

Volami addosso se questo e` un valzer
Volami addosso qualunque cosa sia
Abbraccia la mia giacca sotto il glicine
E fammi correre
Inciampa piuttosto che tacere
E domanda piuttosto che aspettare

Stancami
E parlami
Abbracciami
Guarda dietro le mie spalle
Poi racconta
E spiegami
Tutto questo tempo nuovo
Che arriva con te

Mi vedi pulito pettinato
Ho proprio l'aria di un campo rifiorito
E tu sei il genio scaltro
Della bellezza
Che il tempo non sfiora
Ah, eccolo il quadro dei due vecchi pazzi
Sul ciglio del prato di cicale
Con l'orchestra che suona fili d'erba
E fisarmoniche
Ti dico

Bella,
Che c'importa del mondo

Stancami
E parlami
Abbracciami
Fruga dentro le mie tasche
Poi perdonami
Sorridi
Guarda questo tempo
Che arriva con te
Guarda quanto tempo
Arriva con te..

I. Fossati

A.

Una giornata storta


Stamani mi sono svegliato
storto.

No, non è che mi sia svegliato di cattivo umore.
Ero proprio storto.

Quando son sceso dal letto ho urtato il comodino,
attrevarsando la porta ho dato una terribile frontata,
e al bagno, come negarlo, ho fatto una pozza. D'oro.

Arrivare al bar è stata un'impresa: il pantalone tenuto in vita
da una molletta gialla, i capelli davanti agli occhi e soprattutto
l'ira invereconda dei passanti costretti a una capocciata nello stomaco
o a imbarazzanti annusamenti di glutei.

Mi sono svegliato storto
ed è andata sempre peggio.
Tirar su la saracinesca, arrivare dietro il bancone scansando spalliere e tavoli,
fare colazione evitando la cascata spietata del caffè,
riporre i bicchieri e le bottiglie, raccoglierne i resti sul pavimento:
un incubo, un'epopea.

Senza dubbio qualcosa di grave mi sarà accaduto nel sonno:
ho provato a ricostruire ogni gesto, ogni pensiero della sera precedente.
Niente di strano: il solito cartone animato, le solite droghe, il solito dibattito
politico. Se non sono morto ancora vorrà dire che o che sono invincibile
o che il mio costume è prassi buona e giusta. O no. Ma non importa, non può essere stato quello. Non è stato il primo giorno nè questa condizione si è manifestata
progressivamente: storto piano piano come per il cedimento di una dannata attrazione turistica. No, che diamine, non è andata così.

Mi sono svegliato storto, ma storto sul serio. E ieri ero dritto impalato,
dritto deciso, dritto come un palo, come un faro, come un tronco, come un naso,
dritto fino al semaforo, dritto anche dopo l'incrocio, dritto rettilineo, dritto poco ingenuo, dritto come il fumo. Il fumo. Ora mi sembra scapparmi dal lato
della bocca. Come un ghigno solo pensato.

Dio mio, i sogni neanche. Non sogno quasi mai sogni cinematografici, i miei sogni sono liste, liste di tegami, liste di canzoni, liste di pesci: inverosimili nel loro protendersi verso il fondo di una classifica rdinale assolutamente infissa al suolo,
solidamente perpendicolare alla Terra.

Niente, niente di strano. Non ricordo segnale o monito che possa spiegarmi
un sì fastidioso cuore diagonale.

Un cliente. Sta sbirciando dietro i vetri, sì siamo aperti. No, che fa,va via. Devo farmi vedere. Agito il braccio, sì sono qui. Prego, buongiorno. Ah, anche lei, vedo ha un problema. Certo, non sai più cosa aspettarti al mattino. Sì, sicuramente una cosa curiosa. Così lei ora rotola. E come si trova? Innegabilmente è molto veloce, ma anche scomodo. Le sue labbra e il suo naso mi sembrano un po', per come dire, sofferti. Ha ragione anche il mio viso è un po' provato.
Sa che le dico? Beviamoci su. No,se ne freghi, mi ascolti. Se ne freghi e sbrodoli pure in terra senza pudore. Controlli solo una cosa. Per favore guardi bene.
Stia attento non ci sia una sagoma sottile, una sorta di tappeto. Perchè io non uso tappeti. E potremmo dover brindare in tre. Alla sua, no, certo, alla nostra. E aspettiamo il prossimo cliente. Chissà, chissà come sarà.

A.

Dietro i vetri del Bar..



..l'altra parte del mondo.

A.

Casca il mondo, casca la terra


Giro giro tondo
casca il mondo.

La Roma manda a casa la Juve.
La Roma ha vinto.
E festeggia con ludica semplicità
la gioia di un lavoro ben fatto.
Aria elettrica all'Olimpico.
E coscienza di un'impresa sportiva
solo in parte.
Chè la Juve è un taglierino
alla gola dei sogni. Una lingua bruciata
dal ghiaccio.

Roma e la Roma
fanno il girotondo
e mi chiedo se
l'orco, l'orco appena abbattuto
non fosse necessario
a marcare la coesistenza
a far convergere l'intenzione
a incarnare identità e opposizione.
Ogni cosa in sè.
Triste. Vero. L'orco. Serve
a tutti.

Si imbelletta, si alza sui tacchi
alza la voce, sentenzia le vittime
impicca con le menzogne
sublima le intenzioni del suo stomaco vorace.

L'incubo di svegliarsi
senza l'orco.
È l'incubo che il girotondo
esorcizza:
invocata la sua protensione
a imporsi
richiesta di forza
più forza e più forza ancora
sia più giovane e più blaterante
più sfrontato, sfacciato, volgare
l'orco che ci dà speranza
di ammazzare l'orco.

La Roma batte la Juve. Perdendo 1 a 0.
Guardo i gagliardetti, le sciarpe,
sulla parete del bar
e mi ricordo quando la Roma ha battuto
la Juve, 2 a 2 il risultato, a Torino: era lo scudetto.
E le lacrime e la testa fasciata
dalla maglia
a soffocare
l'enorme silenzio della vittoria.

La partita è stata dura
questo rinfranca:
l'orco era davvero un orco.

Guardo un bicchiere in controluce.
amo i bicchieri bassi e larghi,
quelli consumati e non più trasparenti.
Bicchieri di orgogliosa forgia
sopravvissuti al tempo
e che non dan più da bere.
Non li porgo ai clienti
ansiosi di trasparenze.
Ma li conservo comunque al banco.
Guardo uno di questi bicchieri controluce.
Proietta un'ombra definita
sul mio viso. Non divide la luce.
Non produce arcobaleni,
la forza.

Tenace di speranza dunque
arride il giorno al trionfo romano.
Eppure la velocità ci costringe
a ricordi con preferibile scadenza.

Senza paura di non tornare a sorridere
ripenso alla tensione, ai gesti offensivi e violenti
della partita di iersera. E mi stanco
nel formular parole.

Lo sguardo teso al vuoto, l'idea di colpire al buio,
terribile messa in scena di una follia naturale.
O innaturale, se fossimo bestie.
Ma siamo poco meno degli angeli
e aggrappati alla consistenza dell'aria

resistiamo al peso.
Di una parziale essenza: colpire
per non esser colpiti, l'idea e la grotta
coincidono.
Con un pugno contro il muro,

allora. La mano mi farà male
per qualche giorno. Però dimenticherò
l'uomo e il suo girotondo. Piano. Piano.
Temendo,
tremando,
di cadere.
Piano piano
temendo
tremando
di volare
e poi cadere.
Ancora. Vivo.
Risparmiato dal sole.

A.

Nonostante Clizia, pag.22


Sotto l'insegna del bar: le parole, del resto, sono sempre miracoli.
In realtà la citazione,
da Pinketts Nonostante Clizia, pag.22,
è incompleta.

"Le parole, del resto, sono sempre miracoli, non solo quando escono di bocca a un sordomuto".

Leggevo in autobus le peripezie carnalinguistiche
di Lazzaro Santandrea
morto e non morto
vivo. Da vedersi.

La mattina per raggiungere il Bar prendo il 23.
Il 23, alla sua prima fermata dal capolinea,
è quasi sempre vuoto.
Per poi riempirsi nell'arco di tre fermate,
riempirsi come un cannolo, in tremante esposizione
alle visite scolastiche di barbari mezziumani.
O, solo per il tragitto di 500 metri,
fino al prossimo Cimitero,
s'addensa cospicuo tendente a
un morbido ovale di miele:
d'api in foto sdrucite,
le vecchie vedove di Sorgane,
son primaverili germogli e
i loro capelli azzurri
un cielo di ricordi
per croccanti compianti
mariti orizzontali.

"Io vivo ancora
nonostante Clizia".

Sarebbe opportuno riflettere su molte cose.
Invece passo un panno azzurro sui tavoli
dopo averci sputato sopra. Capillarità a
violazione dell'ordine planetario,
panno sacerdote del desiderio liquido,
costretta l'acqua al peso si ribella
e lascia con speranza il legno scuro.
Tutto si asciuga.

Sarebbe opportuno ascoltare ancora. Forse.
Tempo di urla, questo. Evidentemente si ascolta poco.
Anche i nazisti. Vanno allo stadio per farsi ascoltare,
perchè nessuno li guarda, forse. Fuori.
Anche Berlusconi urla, e si stanca, incredibile.
Mi verso una spuma, rossa. In delicata dedicata
polemica. Tempo di urla.
Mentre qua se solo parlassi. Basterebbe a sentirmi
idiota.

I nazisti, li ho rivisti in televisione.
Stretti e confusi tra i volti scoperti.
Sereni, agghindavano il proscenio
sereni guardavano il campo agitando
bandierine intestinali,
sereni, si lasciavano filmare, fotografare, e ora raccontare,
insultare, dipingere. A memoria.
Pazzesco.
Sputo di nuovo. E questa volta non asciugo.

La Roma non avrà il suo stadio, per una Domenica.
Sono un tifoso innamorato, non un cretino.
Il castigo di tutti porterà il silenzio di pochi, penso.
Ma mi chiedo. Se non sarebbe invece il caso di ascoltare.
Lasciarli parlare. Chiedergli il nome. Seguirli. Fino a casa.
Non lasciarli
mai
soli
mai
soli
per la strada,
nelle scuole,
portare buio nel buio ancora buio.

"Si muore mille volte
da vivi, sottolineo.
C'è tempo per le svolte
e tempo di sterminio".

Non sono cretino. Se serve a qualcosa,
si squalifichi il campo. Ma anche il cielo
si squalifichi il cielo
per la vergogna.
Eppur mi addolora.
L'auspicio del benpensare.
Che sceglie di non vedere
di non ascoltare

di non rispondere.

"Le parole, del resto, sono sempre miracoli,
non solo quando escono di bocca a un sordomuto".

E qualcuno persino riesce a sorridere.
Ingoiando un pallone di cuoio e di marmo
qualcuno sorride per l'Olimpico punito.
Firmando quell'orrenda rappresentazione
che è il ghigno di mestiere. Oltre ogni morale
la vittoria puzza.
Pane intinto nel vino
macerato nel vino
pane nel vino
e lasciato al sole. Berne. Tanto
da sentire il sangue.

È finita la spuma rossa.
Toccherà ricomprarla.

"Clizia riprese conoscenza e cominciò ad urlare".
Pag. 46.

A.