La finta


Che stanchezza.

Mi diceva, lasciando cadere la testa grigia sul guanto rosso.
Rosso a tagliare le dita, il guanto non rifinito, lasciava un ultimo filo
pendere e non cadere.

Che stanchezza.
Poi passava la mano tra i capelli, con forza, come se volesse spostarli
tutti e tutti insieme,
un'unica onda di cenere lanciata contro chissà quale isola.
Il filo, rosso, però rimaneva lì nonostante il gesto
strenuamente fisso al lato breve della sua mano destra.

Non gli rispondevo.
Non per cattiveria, sapevo cosa avrebbe potuto dirmi.
La sua stanchezza eterna, la stanchezza di un maratoneta cieco
un povero podista senza arrivo. Qualcosa di cui
non ho bisogno.

Non gli rispondevo,
nè lui aggiungeva qualcosa. Gli preparavo un caffè corretto,
corretto con Sanbuca, niente di eccezionale,
e poi proseguivo nel mettere ordine, lasciandolo al banco, solo.

Solo,
poi andava via.
Ogni volta prima di chiudere la porta però
mi veniva incontro
con furia, per spaventarmi.
Lo sapevo, fingendo un certo timore, sarebbe accaduto ancora.

Con una finta meravigliosa mi schivava all'ultimo.
E andava via.
Alzando al cielo il pugno
e un filo sottile.
Solo,
rimanevo al bar. Prima ancora che fosse mattino,
il suo tempo qui era già finito.

( foto)

A.

Nessun commento: