Nonostante Clizia, pag.22


Sotto l'insegna del bar: le parole, del resto, sono sempre miracoli.
In realtà la citazione,
da Pinketts Nonostante Clizia, pag.22,
è incompleta.

"Le parole, del resto, sono sempre miracoli, non solo quando escono di bocca a un sordomuto".

Leggevo in autobus le peripezie carnalinguistiche
di Lazzaro Santandrea
morto e non morto
vivo. Da vedersi.

La mattina per raggiungere il Bar prendo il 23.
Il 23, alla sua prima fermata dal capolinea,
è quasi sempre vuoto.
Per poi riempirsi nell'arco di tre fermate,
riempirsi come un cannolo, in tremante esposizione
alle visite scolastiche di barbari mezziumani.
O, solo per il tragitto di 500 metri,
fino al prossimo Cimitero,
s'addensa cospicuo tendente a
un morbido ovale di miele:
d'api in foto sdrucite,
le vecchie vedove di Sorgane,
son primaverili germogli e
i loro capelli azzurri
un cielo di ricordi
per croccanti compianti
mariti orizzontali.

"Io vivo ancora
nonostante Clizia".

Sarebbe opportuno riflettere su molte cose.
Invece passo un panno azzurro sui tavoli
dopo averci sputato sopra. Capillarità a
violazione dell'ordine planetario,
panno sacerdote del desiderio liquido,
costretta l'acqua al peso si ribella
e lascia con speranza il legno scuro.
Tutto si asciuga.

Sarebbe opportuno ascoltare ancora. Forse.
Tempo di urla, questo. Evidentemente si ascolta poco.
Anche i nazisti. Vanno allo stadio per farsi ascoltare,
perchè nessuno li guarda, forse. Fuori.
Anche Berlusconi urla, e si stanca, incredibile.
Mi verso una spuma, rossa. In delicata dedicata
polemica. Tempo di urla.
Mentre qua se solo parlassi. Basterebbe a sentirmi
idiota.

I nazisti, li ho rivisti in televisione.
Stretti e confusi tra i volti scoperti.
Sereni, agghindavano il proscenio
sereni guardavano il campo agitando
bandierine intestinali,
sereni, si lasciavano filmare, fotografare, e ora raccontare,
insultare, dipingere. A memoria.
Pazzesco.
Sputo di nuovo. E questa volta non asciugo.

La Roma non avrà il suo stadio, per una Domenica.
Sono un tifoso innamorato, non un cretino.
Il castigo di tutti porterà il silenzio di pochi, penso.
Ma mi chiedo. Se non sarebbe invece il caso di ascoltare.
Lasciarli parlare. Chiedergli il nome. Seguirli. Fino a casa.
Non lasciarli
mai
soli
mai
soli
per la strada,
nelle scuole,
portare buio nel buio ancora buio.

"Si muore mille volte
da vivi, sottolineo.
C'è tempo per le svolte
e tempo di sterminio".

Non sono cretino. Se serve a qualcosa,
si squalifichi il campo. Ma anche il cielo
si squalifichi il cielo
per la vergogna.
Eppur mi addolora.
L'auspicio del benpensare.
Che sceglie di non vedere
di non ascoltare

di non rispondere.

"Le parole, del resto, sono sempre miracoli,
non solo quando escono di bocca a un sordomuto".

E qualcuno persino riesce a sorridere.
Ingoiando un pallone di cuoio e di marmo
qualcuno sorride per l'Olimpico punito.
Firmando quell'orrenda rappresentazione
che è il ghigno di mestiere. Oltre ogni morale
la vittoria puzza.
Pane intinto nel vino
macerato nel vino
pane nel vino
e lasciato al sole. Berne. Tanto
da sentire il sangue.

È finita la spuma rossa.
Toccherà ricomprarla.

"Clizia riprese conoscenza e cominciò ad urlare".
Pag. 46.

A.

1 commento:

kAy ha detto...

pinketts è un grande, e questo è il suo libro linguisticamente e sintatticamente più bello.