Grazie cielo


E' andato tutto bene..
Alessandro, uno dei miei amati fratellini
ha superato un'interminabile e complicata operazione
e ora pian piano tornerà a stare bene.
Non serviranno altri interventi come si temeva.
In dieci ore il dottor Caldarelli e il dottor Massimi dell'Ospedale Gemelli,
con la loro magistrale equipe, hanno completamente asportato il tumore.

Stamattina sentivo qualcosa di inaspettatamente bello
nell'aria,
la forza di mio fratello, la sua serenità
in questi giorni avevano seminato un tempo così straordinario.
E il tanto Amore intorno ha protetto il seme perchè germogliasse
così delicato.

Ora vado a dormire stremato ma più leggero..
Grazie cielo.. A domani mondo!!!

A.

(Sai che qui ho visto le) Lucciole


Dormi piccolo
domani
andrà tutto bene
il pallone cadrà per il vento tra i rami
e segnerai un gol bellissimo
il più bel gol del mondo.

Dormi e ti prego sogna,
piccolo mio.

A.

Facce (Precarietà 7.0)


In questi giorni
non sono quasi mai al Bar.
L'ho lasciato aperto,
perchè nelle ultime settimane siamo diventati tanti
grazie alla buona volontà di chi
venendo qui
dà un senso a quel che scrivo, scriviamo.

In questi giorni
sono spesso invece in treno, in metro, in ospedale.
Dove posso vedere tante e tante facce.
Paradossalmente qui i volti
non possiamo scambiarli come le parole,
camimnando così tanto per un mondo così stretto
i volti ti si impongono
le parole sono mine.

Facce. Tante. Troppe.
Eppure alcune, noto, tendenti all'iterazione.
Come se ci fossero effettivamente
misteriose persistenze fisiognomiche.

Lungi da me sposare teorie sì favoleggianti,
non è questo il punto.

Si ripetono
le facce che impongono i loro
categorici
silenzi,
si riconoscono
le facce madri e padri di silenzi somiglianti,
silenzi affini,
silenzi gemelli.

Le facce che più guardo sono sicuramente
quelle che scopro timorose,
distanti.
Rei confessi gli occhi bassi,
vergonose, timide le bellezze,
o la stanchezza che impone
il suo cielo scuro, senza pioggia possibile.

Mi accorgo, così viaggiando,
che le facce possono togliere qualcosa,
forse attutiscono la forza di uno slancio che è solo,
che non tien conto dello spazio,
gettarsi in avanti senza alcun calcolo
sperando di saltare lungo,
da superare il vuoto,
con le facce diventa impossibile.
Sono rami fitti, fitti rami pungenti
o radici, radici nodose e sollevate dal piano,
attentano ai gomiti, frustano le labbra,
intrappolano voraci i piedi e picchiano
martellano le giunture.
Rischi di cadere
per la loro resistenza
perdi velocità
devi
esitare.

Questo è il potere delle facce zitte.
Zitte e fuggenti gli sguardi.

Dolci, pasticcini
le facce nei treni, nella metro, in ospedale,
intinti in delicate tazze di cemento rokokò
sentenziano con muta rassegnazione
l'impossibilità del salto
all'uomo illuso
di una rincorsa senza riflesso.

(foto tratta da The Daily Drink)

A.

Una nuova penna al Bar


Grazie alla rete
e grazie in questo caso alla meravigliosa community di Lupocattivo.net,
si stabiliscono contatti, convergono interessi
aumenta la forza di ogni singola voce.
E si scoprono dimensioni imprevedibili dell'amicizia.

In Lupocattivo, come in Ozoz.it, tante persone mi sono vicine in
questi giorni non facili. E sono sicuro che tutto questo bene
porterà giorni d'oro.

In questo caso al Bar arriva Alessandro,
scrittore nervoso, immediato, folgorante,
nonchè curatore di una trasmissione radiofonica
di cui sapremo in seguito.

Alessandro l'ho sentito raccontare ai Lupi.
Fermo, gli ho detto.
Il caffè oggi è pagato ma ripetimi lentamente quel che stavi dicendo.
Niente. Lentamente non esiste per Alessandro, o forse sì.
Ma è una lentezza densa, compressa, pulsante.
È una bella penna, una nuova penna
al Bar dello sport.
Ogni sabato, un suo racconto sui tavolini del Bar.

A.

Lui, Una e dorme

Quando la coppia scoppia. No è strausato. Due cuori in affitto? Sembra una sit com anni ottanta. Meglio lui, una e dorme. E sì. Cose strane accadono dopo anni ed anni di convivenza. Lui. L’uomo un impiegato del catasto. Uso a vestire il ginz con le scarpe stringate testa di moro, a mò di terziaro avanzato, nel senso tipo resti della cena precedente, camicia rosè, demodè, botton daun, rigorosamente allacciata, cravatta regimental con stemmino marinaresco, rennino, improvvisamente illuminato sulla via di damasco comincia a vestire da giovane. I capelli rigorosamente tinti con quei prodotti da superiperdiscountmercato diventano neri, con riflessi rossi, dieta rigorosa che gli fa perdere dieci, quindici chili, ma lo rende flaccido al tatto ed alla vista, veste solo calvinclain, tiscert a maniche lunghe pure nera e scarpa ginnica, tipo brikestauner.

La multipla è dal concessionario in conto vendita, una z4 di importazione parallela e la rata si gonfia. Il locale che frequenta la sera non è più la sala corse, ma il fiesta che vien la meraviglia, ai castelli. Lì tutto un brulicare di peruviane, cubane, polacche ucraine. Lui è eccitato. Ha imparato dopo ore ed ore di lezioni private con il sommo maestro luis mighel de paloma 4 passi 4. Si butta nel groove. E comincia ad ancheggiare da uomo triste. L’occhiale alla briatore, lenti rosa, lascia però scorrere una giraffa allampanata, culo altissimo. È bionda , è delle province baltiche. Parla un italiano stentato. Lui la circonda. La invita a ballare. Mentre il sudore gli tinge le guance. Ma lei non ci fa caso. Lui è preso. La porta a casa. Anzi no. Nel residence, dove vive da qualche mese, dopo aver abbandonato quel canotto della moglie.
È indebitato fino alla caviglie. Ma, anni ed anni di repressione. Vive notti di sesso sfrenato.

Intanto il canotto. Dieta stretta al centro sorbino, l’hanno rimessa a posto. Prima stazzava una piotta una, per un metroessanta. Ora, è pur sempre gnappa. Ma con un fisico da 40enne, a 50 anni.push up e perizoma, di microfibra sono il suo pane quotidiano, stivale aggressivo. Sembra una bratz, ma poco importa. Esce spesso con due amiche. Concetta detta connie, e rosarialisa, detta rosy. Ora è sola in quei 70mq di pomezia. I figli, michael e alan sono sposati. Anche loro frequentano il fiesta che vien la meraviglia. Entrano e si crea il vuoto. 3 cinquantenni arrapate, la gioia per quei tre ragazzi giamaicani. Ammazza che fico. Qui. Daje ragà come ali vecchi tempi. Girano e fanno girare. E si fanno trombare nei bagni del locale. Intanto lui la guarda. Stenta a riconoscerla. Li mortacci tua. Pensa. t’ho accannato perchè eri un cesso alla turca, un involucro di grasso e cellulite, capello grigio, mutanda di cotone e tette a guisa di orecchie di cocker spaniel. E ti ritrovo qui. Bella bratz mia. Ma lei fa finta di non conoscerlo. Ora sta con pablo. Un ragazzo giamaicano. Capelli rasta e la mazza di misura over. Lo mantiene di tutto punto, ma lui non le fa mancare mai il pane per i suoi denti.

Lui no. Sta stampella gli crea guai. Lui. Una e dorme. E poi lei esce di soppiatto.ha 50mila euri di debito. Non sta più al residence. Sta in affitto ad ardea. La casa è un casino. Ma quella è na matta. Non fa un cazzo dalla mattina alla sera. Lei ride. Di gusto. Invece tu. Stai bene. Dimostri meno. Stai in forma. E si eccita al pensiero.ma l’ha persa. Lei lavora sempre all’ipermercato. Come cassiera. Ma poi con pablo ogni sera è na storia. Lui la sfrutta ma lei lo sa. È un perfetto cambio merce.Lui è disperato. Vuole mollare. Le donne hanno una marcia in più. Lui una e dorme. Ma quanto può durare. Poco. La z4 la ritirano dopo l’ennesima rata non pagata. La baltica lo molla. E che mi porti a ballare con la panda? Si lamenta. Mentra sale su un cayenne del geometra Rizzardi. Anche lui ha lasciato la moglie. Ma tanto ndo vai pensa. Quella te rovina pure a te. E richiama i figli. Si, papà. Mamma sembra impazzita. Li mette su. Quella è na matta. Ve rovina. Cacciamo via pablo. Ma pablo se ne è andato. Dopo aver rubato gli ultimi resti dei risparmi. Lui è sotto casa sua. Sale di fretta le scale.e la trova lì sul letto. E l’abbraccia. Bella bratz mia. Ricominciamo insieme. Na botta de vita. Soldi spesi. Ma non stavamo meglio quando stavamo peggio. Squilla il cellulare di lei. È conni. Lei attacca. Bacia lui. Ora lui ha il calzino bianco. Lei brucia tutti gli strass. Ed indossa la parannanza. Chiama li pupi. Stasera fettucine.

di Alessandro A.

Il flauto è la primavera


In questi giorni non è facile rimaner calmo.

Il silenzio, silenzio come bisogno e peso di silenzio,
le parole, come urgenza di dirle, di trovarle le parole,

si alternano tra le mani
e sono acqua e olio.

Mi trovo al Bar stasera per prendere qualcosa.
Da portare con me.

Non ho fotografie, le fotografie non le amo perchè.
Sono noci che sbriciolo nell'atto maldestro di
aprire.

Potrei mai conservare lettere, no.
Le lettere sono lenze e ami e adorabili verticali
le lettere sono il freddo fuori dall'acqua
sono, le lettere, uno squarcio nelle gengive
corpo impiccato corpo zitto zitto senz'aria zitto.
Non porterò lettere.

Se scegliessi un bicchiere del Bar
se solo scegliessi un bicchiere solo
le luci di questa sala
si spezzerebbero

(signora mi aiuti son perle vere)

e quel cieco che le segue ogni sera
quel cieco cadrebbe

in lacrime

(mi aiuti signora son vere perle
non ne perda una, non una).

Ecco porterò con me un flauto.
Un vecchio flauto dev'essere è qui.

Devo chiudere, andar via
prima che passi qualcuno.
E' domenica, siam chiusi.
Son felice di averlo trovato.

Porterò con me questo flauto
un flauto di plastica
plastica
trasparente
gialla plastica
senza decorazioni e tutto d'un pezzo
leggero scheggiato un flauto
tremendo

io non so suonare
ma
con questo trovo le note

note semplici semplici note di voce storpia
forse
le mie

ma non so suonare
ho detto
e voglio suonare
dirò

voglio suonare il flauto
voglio suonare la primavera
che s'anima
di terribile incertezza

e tutto il mondo trema
se l'accosto alle labbra.

A.

Gridare amore dal centro del mondo



Ho letto Gridare amore dal centro del mondo di Kyoichi Katayama.

Una premessa.
Ridurre in vincoli di genere un romanzo
- "love-story" riporta, terrificante, la pur bella copertina dell'Editore Salani,
includendo misteriosamente il volume nella sua collana Femminili -,
significa imporre vincoli pressanti e rischiosi alla lettura
e alla scoperta della lettura.
Ugualmente riassumere la cosiddetta trama ritengo sia
lavoro improbo e improbabile
temo per qualsiasi prodotto letterario onesto e dignitoso.

Detto questo.
Sekai no Chushin de, Ai o Sakebu,
è un'opera che si solleva e si posa con levità originale,
scrittura incontenibile penna incanto di bambina,

intima confessione di un'alba innamorata
che si scopre bellissima
bellissima indossatrice della sera.

È il punto di vista del narratore, lo stesso Sakutaro,
a tessere razionalmente l'ordito
fitto di riflessioni mai concluse, mai determinanti:
un romanzo che si ascolta, che domanda,
e si rimane solenni ad attendere
quel che pur la voce mai tace, sin dal principio rivela,
la verità delle prospettive
è sottile e insinuante
e nessun senso si proclami re stupido,
o ansioso e arrogante principe di giudizio.

La Storia di Aki e Sakutaro
merita una lettura docile e discreta,
ogni parola sfuma nel tutto,
miracoloso senso
di fusione e completezza del racconto nipponico.
Storie scritte, incise, dipinte con pudore
nel paesaggio naturale,
paradigma narrativo
che investe l'autore di privilegi figurativi non riducibili
al tratto grafico, ma fa del segno
una ricostruzione del mondo.

Se non avessimo abbastanza cibo, darei a te la mia parte. Se avessimo pochi soldi, piuttosto che acquistare qualcosa per me, comprerei quello che tu desideri. Se mangi qualcosa di buono tu, è come se avessi la pancia piena anch’io, se sei felice tu, allora lo sono anch’io. Questo significa amare una persona. Credi che esista qualcosa di più importante? A me non viene in mente nulla.

A.

Impressioni su Marta


Ringraziando chi abbia voluto, chi vorrà
leggere Marta,
ecco nel Bar questo piccolo tavolo riservato.
Per lasciare una riflessione, un pensiero,
confrontarsi qualora ve ne fosse desiderio.

Ogni voce, ogni sguardo è prezioso.

Con amicizia,

A.

Gigli (Precarieta 6.0)


La pioggia in giardino piegava il cuore dei gigli.
Li ho raccolti, li ho curati, feriti dalla Luna.

Il loro profumo in casa ha coperto la notte
e quella senza indugio ha divorato ogni cosa.

A.

La sposa (Precarietà 5.0)


And I thank you for bringing me here
For showing me home
For singing these tears
Finally I’ve found that I belong here

Sarei un essere umano
sarei un perfetto essere umano
avrei un alito tiepido pelle liscia elastica
calore nel petto tenacia nei piedi
costanza nelle ossa e occhi delicati
un fiore le labbra una lirica il sangue
potrei dormire e svegliarmi,
potrei mangiare, camminare, scegliere di esser madre.
Un essere umano. un essere umano perfetto.

La ascoltavo, stranito, viola e stentata,
lenta nel proferir parola.
Viola, il suo nome, aveva detto
porgendo la mano smaltata
smaltata di prugna.

Sedeva al bancone con posa volgare,
la testa piccina dondolava sul collo oblungo,
la scollatura inutile e un bracciale sottile.
Caffè.

Ancora un caffè. Il sesto.
La donna mi fissava dietro la tazzina
nel gesto di bere era
un sole annegato, gonfio, marcio.

But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes.

Sono una candela.
Sono una vergognosa candela mozza.
Scappata, fuggita prima di
bruciare del tutto.
Le mie caviglie le masticava l'aria, vorace, furiosa,
e io ho ingoiato
la mia luce,
bruna aspra zoppa
l'ho ingoiata,
l'ho spinta nel fondo delle mie viscere
e mi sono spenta.

Da allora vago
e guardo le argentee libertà
degli uomini, le desidero e prego.
Sarei stata perfetta, ne sono certa.
Un essere umano bellissimo.
Caffè.

Sono assetata di caffè,
mi disse e mi disse ancora:
È buonissimo.

Gliene ho serviti ancora tre

poi
la tazzina

la tazzina si è inclinata a stento

e il caffè sul pavimento
è ricaduto fiero violento:

i contorni della cera
curva, sottile,
dipinsero
un irregolare e morbido profilo.

Nessuno
nel Bar nessun altro.

Mi accinsi a pulire,
immediatamente.
Ma non venne via, non venne via in nessun modo.
Allora un tappeto, quel tappeto vicino al bancone.

È lì, per lei.

Quando fa le grinze, quel tappeto,
a volte accade,
aspetto che vadan via tutti
piano la scopro
e poi le verso cinque, sei tazzine di caffè.
Caffè. Di quello buono.

E torna a distendersi
lieve.

Il mio Bar l'ha quasi sposata,
non bella, non viva,
una candela, una candela mozza
color di prugna.

A.

Malattia (Precarietà 4.0)


"Sempre più chiaro in cielo"

(Fino a farne una scatola.
Chiuso e concluso,
vigliaccamente celati e protetti,
anche al Bar,
anche oggi.

Ci sono pensieri
che sono piatti rotti sotto le dita
bicchieri scheggiati alle labbra
o solo mozziconi di sigaretta, sputi di cenere stizzita,
brucia il maglione buono, quello della festa
e lo fa senza chieder permesso.)

Con pudore, dico, con pudore,
mio fratello Alessandro è alto, altissimo
forte come una piuma rosa.
Rosa di alba, rosa di pelle nuda,
ha l'anima così
vicina all'aria
ch'è un giardino svelato

e lo si vede bello
dal viale azzurro
che sono i suoi occhi
e
dal cancello aperto,
un abbraccio,
che son le sue mani.

Con pudore, dico, con pudore,
l'altro mio fratello Luigi è
una vigorosa corsa di sorgente
petalo rosso e prezioso,
pianeta che specchia il sole
e l'ombra la divora
e l'ombra si spaura

e lo si vede bello
dalla pioggia diamante
un cuore costante
e un ricamo ardito
sulle maglie del vento
ogni sua possente parola s'incide.

Con pudore, dico, con pudore,
quando sono nati
è stata musica miracolosa,

Alessandro e Luigi, i miei fratelli
una sfera perfetta
una noce di oro, una riva sconquassata dal sogno,
un delicato drago del mare, un cavaliere nobile e gentile

dinanzi al fuoco, dormienti,

due bicchieri di vino forte, dolce, rosso
da macchiar la lingua,

i miei fratelli prodigi delle nuvole
il cielo in pressione
ne fece doni,

e si attenua ogni dolore
nella loro giovane neve.

A.

Il cielo sopra (Precarietà 3.0)


Basta così,
fammi passare.
No.
Non ho più niente da dire.

Guarda,
tieniti al passamano.
I gradini sono ripidi
qui.

Cosa cosa
cosa vuoi fare, dove vuoi andare?
Cazzo, aspetta, aspetta,
ti prego..

Oddio com’è stretto
mi manca l’aria.
E’ il vuoto, te l’ho detto. E’ il vuoto.
Ma a te non gira la testa? Sì, ci sono.

Sono io. Vieni, vieni
qui. Ti aspetto.
vieni
subito.

No, non ci posso credere,
qui su il mondo è bellissimo,
ti ricordi, quell’angelo?
Dammi la mano.

Eccomi,
sì, tra poco torniamo a casa.
No, no.
Non ti preoccupare.

Non ci riesco.
Devo tenermi
al muro però è bello
è vero cazzo ridi?

Tu, tu
tu dovevi
volevi
volartene via.

Io, io
ho paura del vuoto.
Io ho
paura.

Non lo farai
non lo farai mai
ma lo vorresti
lo vuoi.

Scendiamo.
Vai avanti
e smettila di ridere.
No, non smettere.

A.

Marta


Marta, è nata.

Il romanzo su cui ho lavorato gli ultimi due anni e mezzo
è finalmente concluso.

Chi è Marta.

Chi sarà Marta.

Ti darò una stanza
e nella stanza un nome
chiamerò
per te
un padre
una madre
e costruirò
una città d’oro
vicino al fiume
un ponte
ti darò il primo bacio
e ti guarderò nuda
dopo averti amato
ti guarderò nuda
suonare il violino
poi
cadrà
il sonno
cadrà il sonno
su tutte le parole del mondo.
E Marta:
ti proteggerò
da quel che c’è
e da quel che non c’è.

Tuo,
Commissario Palazzo.

Sul trepiedi, il tavolino liberty del bar,
il mio romanzo è leggero,
di carta possibile.

Prezioso
il commento di chi
lo porterà con sè.

Un abbraccio sincero ed emozionato
a chi mi ha seguito durante la scrittura,
a chi è nella mia scrittura.

E a ogni lettore,
a ogni persona
che vivrà questa storia
rendendola possibile,
rendendola viva,
grazie.

A.

O gol, o rigore (Precarietà 2.0)


S'annida
e manifesta
in rossore
la sua ondulata
incertezza,

Non scrivo di calcio, da un po'.
Non scrivo di calcio perchè.

tratteggia
trasecola
trasporta
ghiaia sconnessa
sulle spalle
oblique le spalle
solo un po'

Omertoso indugio,
non dò una risposta,
che sia una risposta.

mi scuoto lo voglio
fermare
prima che si immerga
nel fiume fermati
fermati ho detto

Potrei setacciare le emozioni
i pensieri
scovandovi una verità
semplice da condividere.

stelle appuntate
dalla corrente
nella corrente
si specchia furtivo

Eppure non è così
non scivola via
nè si ferma
pesante.

e senza perdere i ciotoli
annusa la superficie
e poi la guarda
cambiare

Che dire, non scrivo di calcio,
ma confido,
il calcio è la mia buonanotte
quando la testa rotola
in rete picchiata.

e solleva il grugno
non mi ascolta non mi ascolta
disegna una conchiglia
muovendo un passo

Mi scuso allora
se nel mio Bar
c'è un silenzio parlante
e i muri son spogli dei giochi:
le finte non scherzano
più.

e avanza nell'acqua,
d'acciaio è l'acqua
la pelle si lacera
ma non si lamenta, no

Mi chiedo se sia possibile
aver perso qualcosa
una partita giocata male
o giocata poco.

avanza ancora
di piombo è l'acqua
l'osso si spezza
ma non piange, no

Mi chiedo se si può aspettare
qualcuno porterà il pallone
ma nessuno dimentichi
di chi è il pallone, allora.

avanza e avanza
acido non più acqua
gli scioglie il sangue
e non si ferma, no

O gol o rigore si diceva
e se la giustizia sta nella sentenza
sia gol o sia rigore si decida
che l'asfalto brucia.

trascina
le sue pietre all'altra riva
fino all'ultima, l'anima.
e tutto imbuia, no
tutto imbuia,
no.
tutto imbuia.


A.

Con Laura, guardando il cielo (Precarietà 1.0)

Ci sentiamo così,
ci sentiamo tra dentro e fuori
e tutto quello che è dentro
tutto quello che è fuori

sembra

più leggero.

L'ho sentito, l'ho sentito anche io
seduto
in bilico
seduto
sulle mie vertigini.

Inadeguati, incapaci, poco adatti.
Una condizione oggettiva

quella delle finestre.

C'è chi le guarda e le pensa prigioniere
del cemento
c'è chi le guarda e le pensa costrette
a non guardare
a non guardare verso il basso.

Una condizione oggettiva
quella delle cornici

magre
fino
a oscillare
infreddolite
tra lembi di lana secca.

Ma non siamo cornici
neanche finestre

facciamo passare l'aria e la guardiamo
per capirne
il peso il colore
il sapore il profumo
per scoprirne
le sospensioni le presenze
la consistenza la trasparenza

non siamo finestre
neanche cornici

ma innamorati scegliamo
di stare vicino al bello

fino a poterlo sfiorare innamorati
scegliamo
di difendere la luce e la forma

e l'ombra è viva

l'ombra nascosta e lenta respira

l'ombra discreta e potente
che è il nostro cuore

raccoglie

l'universo

per farne ghirlande d'oro
sul capo del tempo
immortale neonato.

Con amore,
tutto l'amore,

A.

Damaged people


Ritorno, finalmente, in salute.
Niente di grave.
Ma penso.
A quale pericolante organismo
sia il nostro regno
sul ghiaccio
in implorante rotazione.

Sono stato un po' lontano dal bar,
purtroppo.
Quando si sta male
anche la testa si blocca
e se qualcuno è salito sulla giostra
non deve far altro che scendere
e guardare,
la giostra ferma,
comunque bella.

Ho pensato a chi non può guarire
a cosa possa tenere in vita
un condannato
al dolore
pur sopportabile
come un balcone tollerabile a chi ha
comunque vertigine,
un dolore sopportabile
che non t'abbandona,
cosa non stanca dell'esistenza.

Mi chiedo, sbaglio di certo,
se non sia la realtà così prorompente
nella sua essenza a
sconvolgerci continuamente
a negarci alternative possibili
realtà non meno reali.

Mi chiedo se non sia invece
profuso amore
il corpo in relazione ai corpi
e i suoi sensi parlanti
a postulare una eccezionalità dell'essere.

La malattia,
la malattia quella in cui sai la fine
in cui la fine è un privilegio
soluzione di continuità

in una linea tratteggiata
fornita di istruzioni,

la malattia dichiara
il tempo della vita,
può esser sopportata?

Privilegio che urla dignità,
quanto piombo in gola
a conoscere il proprio destino.

Il tempo. Sembra poco. Sempre.

E la cura
la cura per la gente spezzata
piagata, zoppicante nel respiro
oltraggiata dalla materia
stuprata dallo spirito
la cura per l'uomo e la donna d'erba

delicata e verde a uno sguardo alto,
altro sguardo quello di chi.

Ama un paesaggio così luminoso.

We're damaged people
Drawn together
By subtleties that we are not aware of

Disturbed souls
Playing out forever
These games that we once thought we would be scared of
When you're in my arms
The world makes sense
There is no pretense
And you're crying

When you're by my side
There is no defense
I forget to sense
I'm dying

We're damaged people
Praying for something
That doesn't come from somewhere deep inside us

Depraved souls
Trusting in the one thing
The one thing that this life has not denied us
When I feel the warmth
Of your very soul
I forget I'm cold
And crying

When your lips touch mine
And I lose control
I forget I'm old
And dying.

Persone danneggiate
Siamo persone danneggiate

Radunate insieme
Da sottigliezze di cui non siamo consci
Anime disturbate
Che giocano in eterno
Questi giochi che una volta pensavamo che ci spaventassero

Quando sei nelle mie braccia
Il mondo acquista un senso
Non c’è finzione
E piangi
Quando sei al mio fianco
Non c’è difesa
Dimentico di percepire
Che sto morendo

Siamo persone danneggiate
Che pregano per qualcosa
Che non viene da un posto dentro di noi
Anime depravate
Che hanno fiducia nell’unica cosa
L’unica cosa che questa vita non ci ha negato

Quando sento il calore
Della tua vera anima
Dimentico che ho freddo
E che sto piangendo
Quando le tue labbra toccano le mie
E perdo il controllo
Dimentico che sono vecchio
E che sto morendo.

in Radio Bar
trad. da DepecheModeItalia.

A.

Azimut


"I think this is the beginning of a beautiful friendship.."

Al Bar ogni tanto viene un amico.
Una persona distinta, elegante profilo verticale
dal cappotto scuro, alti i baveri fino a far scomparire gli occhi;
lungo, il bordo dei pantaloni divora i suoi piedi, piccoli.

Nasconde gli occhi, nasconde i piedi,
ma io li ho visti
i suoi occhi, i suoi piedi.
Ha occhi che san vedere oltre il passo di ogni lancetta
e tra un passo e l'altro disegna la vita di mille pianeti.
Piedi posati in piccole scarpe consumate,
chè tanta è la strada ch'ha tessuto, una tela d'acciaio,
una tela di seta,
leggera, la strada del sogno che
lo vive. Ogni petalo un passo,
ogni passo, un petalo.

Oggi è passato dal Bar,
e mi ha lasciato un bigliettino,
non c'ero, sto poco bene,
non c'ero ma il bigliettino l'ho trovato stasera.
Passando a veder se è tutto in ordine.

Ho capito subito, era suo, soltanto suo.
Sono i posti che ha finora sfiorato,
i tesori che ha svelato al cielo
le parole per lui
incudini d'un fabbro,
le parole per lui
il delirio di Aracne,
sono tutte nei biglietti che lascia al mio Bar
quando torna
al mio Bar

io che so dirgli solo
torna presto,
ma non prima.

Non prima.

Torna presto, ma non prima.

Liberamente ispirato alla preziosa e delicata amicizia con
Guido Farneti, Direttore Editoriale di Azimut Libri.

A.

Un giorno di riposo


Il baretto lo lascio un po' silenzioso,
chiedo scusa a chi mi farà generosa visita.

Non sto bene e la testa non accompagna.

Ma spero che oggi sia l'ultimo giorno.
Domani in piedi

a servire ai tavoli come sempre.

Buon tempo e a presto,

A.

Il barista è un romanziere


Mi sono addormentaato su questi fogli.
Il romanzo oramai è concluso e mi chiedo.
Cosa farne.

Cosa fare di Marta.

La sera, qui al bar, le luci sono calde,
mi fermo spesso oltre l'orario solo per rileggere
ancora cosa c'è. Nelle parole che ho scelto.
E cosa non c'è. Nelle parole che ho usato.

Penso che ne stamperò qualche copia in tipografia.
Vorrei regalarlo a un po' di persone,
vorrei regalarlo in copia stampata perchè so
che leggere chiede la carta, l'odore, il sapore
dei fogli grinzosi. Per averne un ricordo a colori
il bianco e nero della stampa è una porta
da attraversare.

Continuerò, però, a render disponibile quel che scrivo
anche qui, nel tavolino vicino gli specchi,
vicino gli specchi il tavolino coi miei scritti.

Non è un tavolino centrale, no, su quello
lascio i quotidiani, amabil tentazione.

Ma è un bel tavolino, un trepiedi in stile liberty,
per una persona sola, non occupa spazio,
non promette senza poter mantenere,
un tavolino sincero, senza grilli per la testa.

Un barista può inventarsi scrittore?
Un barista è uno scrittore,

chè se il mio Bar dello sport
vive del respiro
di chi lo visita,
le mie pagine respirano la vita
che le avvicina.

E come, come si può scrivere un romanzo,
si può scrivere un romanzo?

Talvolta sento di illusioni editoriali perniciose
fluttuazioni arbitrarie dei desideri
e fotografie, primi piani, primissimi piani
quelli dei registi scarsi
fermi agli occhi, e alle mani,
i sogni degli autori bassi.

Sembrerà folle pensiero o presuntuoso tendere
ma io sarò nella Letteratura
prima che negli scaffali, voglio crederlo
e lo credo.

E allora il mio tener lontano
le luci bianche
parlerà del mio timore
per i dettagli evidenti
che son polvere
che son strappi
che son graffi

senza testimoni.

A.

Compleanno


Oggi è il mio compleanno.

E sono il mattino
ch'offre sincero
luce d'oro
le spighe
incendiate dal primo passo
le vertebre
dell'attesa
mi chino e riposo
la sabbia alle dita
volo
che sa ringraziare la terra.

I nostri sogni e desideri cambiano il mondo.
(Karl Popper)
Ci sono più cose in cielo e in terra che non ne sogni la tua filosofia.
( Shakespeare , Amleto )

A.
(la foto è tratta da qui)

Noir



Con passi lunghi raggiunse il bancone.
Non abbastanza.
Sangue.
Nero. E sottile. Dietro di lui.

Acqua. Solo acqua.
Naturale o gassata?
Rubinetto.

S'abbeverò con ingordigia, urtando col gomito una tazza, imprecò.
La testa reggeva un berretto velluto,
il cappotto cammello assorbiva ogni riflesso.

Gli chiesi, senza dubbio, se stava bene. Una mia ossessione.
Sorrise. Dal naso liberò un vento, piegava ogni cosa intorno.

Se ne andarono alcuni clienti. Le loro ombre incaute
incespicavano nel sangue vicino alla porta. Un cenno di scuse.
Nero. E pesante.

Passai all'uomo un fazzoletto.
Il legno del bancone resisteva, timido ai segni delle dita,
all'incisione dura delle unghie, mi chiedeva aiuto,
calde e piene, voraci e decise, quelle mani imbizzarrite.

Rosso. Rosso. Ancora. Rosso. Fuori dal bar,
l'auto della Polizia affermava certezze.
Rispondevano a tono
le gocce di un rubinetto inclinato: niente,
non avevo saputo insegnargli alcunchè.
Asportava acciaio dal lavabo sconcio,
in dubbi costanti e simmetrici.
Sta' zitto.

Rimasi fermo. Rimanemmo immobili finchè
la porta del Bar non si schiuse.
Entrò senza esitazione un cane.
Raggiunse le gambe dell'uomo.
Quello si chinò, l'accarezzò in un solo movimento composto.
Poi cadde disteso.

Lo portarono via.
Il cane no,
andò via da solo.

A.