Facce (Precarietà 7.0)


In questi giorni
non sono quasi mai al Bar.
L'ho lasciato aperto,
perchè nelle ultime settimane siamo diventati tanti
grazie alla buona volontà di chi
venendo qui
dà un senso a quel che scrivo, scriviamo.

In questi giorni
sono spesso invece in treno, in metro, in ospedale.
Dove posso vedere tante e tante facce.
Paradossalmente qui i volti
non possiamo scambiarli come le parole,
camimnando così tanto per un mondo così stretto
i volti ti si impongono
le parole sono mine.

Facce. Tante. Troppe.
Eppure alcune, noto, tendenti all'iterazione.
Come se ci fossero effettivamente
misteriose persistenze fisiognomiche.

Lungi da me sposare teorie sì favoleggianti,
non è questo il punto.

Si ripetono
le facce che impongono i loro
categorici
silenzi,
si riconoscono
le facce madri e padri di silenzi somiglianti,
silenzi affini,
silenzi gemelli.

Le facce che più guardo sono sicuramente
quelle che scopro timorose,
distanti.
Rei confessi gli occhi bassi,
vergonose, timide le bellezze,
o la stanchezza che impone
il suo cielo scuro, senza pioggia possibile.

Mi accorgo, così viaggiando,
che le facce possono togliere qualcosa,
forse attutiscono la forza di uno slancio che è solo,
che non tien conto dello spazio,
gettarsi in avanti senza alcun calcolo
sperando di saltare lungo,
da superare il vuoto,
con le facce diventa impossibile.
Sono rami fitti, fitti rami pungenti
o radici, radici nodose e sollevate dal piano,
attentano ai gomiti, frustano le labbra,
intrappolano voraci i piedi e picchiano
martellano le giunture.
Rischi di cadere
per la loro resistenza
perdi velocità
devi
esitare.

Questo è il potere delle facce zitte.
Zitte e fuggenti gli sguardi.

Dolci, pasticcini
le facce nei treni, nella metro, in ospedale,
intinti in delicate tazze di cemento rokokò
sentenziano con muta rassegnazione
l'impossibilità del salto
all'uomo illuso
di una rincorsa senza riflesso.

(foto tratta da The Daily Drink)

A.

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