No bus


Al Bar oggi si fanno i conti con
lo sciopero dei bus.
Così il barista rischia di rimanere a piedi,
e i piedi del barista son preziosi frutti
fin troppo maturi.

Allora corro ( e ricordo)
ma prima di correr via (che correndo sotto la pioggia,)
vi segnalo una risorsa (lessi una volta,)
interessante (ci si bagna quanto camminando piano):

http://dekku.blogspot.com/

Bellissimi video d'autore.

A presto.

A.

The Terminal & Final Destination


Il mio viaggio a Varsavia...

Il nostro antieroe lascia temporaneamente il sacro suolo italico...

The Terminal o Final Destination ?


Alessandro A.

Le prime avvisaglie già in aerostazione, quando mia figlia incastrando l’ombrello nella scala mobile quasi faceva cadere me e le persone dietro di me. Solo l’intervento repentino e prodigioso di un tale scongiurava una frattura multipla e scomposta. Poi la navetta fino all’aereo. Un temutissimo ATR, ben più corto dello stesso bus che ci trasportava. Posto numero tre. Pensai. Un numero perfetto,ma proprio sull’ala. Accendo il cellulare, ma non so come sbaglio ripetutamente il pin. Che succede, pensai. Poi la corsa sfrenata dell’aeromobile, così lo chiamano gli addetti ai lavori, sulla pista.

Quasi decolliamo penso, mentre un sinistro rumore mi fa girare di scatto. It’s the turbine, balbetta il vichingo al mio fianco, mentre la sua ragazza biancheggia. Poi una inchiodata. Siamo ancora a terra. Ma l’aereo frena i freni. Di botto. Secondi che sembrano secoli. L’aereo quasi si gira e punto i piedi e le ginocchia per non cadere in braccio al pilota che balbetta un serio problema si è verificato è meglio rientrare. Un tizio, in prima fila, si alza e rivolgendosi agli altri, ormai tra la stipsi e la diarrea, afferma. Siamo stati fortunati. Potevamo morire. Le hostess riappaiono d’incanto mentre l’aeroplanino fa inversione ad F sulla pista e si incammnina da Maccarese a Fiumicino.

Ho il cellulare non funzionante. Devo avvisare mia moglie. Che si aspetta una telefonata da lì ad un’ora, da Monaco. E chiedo al vichingo di prestarmi il cellulare. Approfitto anche per chiamare una zia di Melbourne che non sento ormai da mesi. Gli consumo la scheda, barattandola con un Lavazza, the original italian espresso. Lui accetta e la ragazza pure. Torniamo a Fiumicino e stiamo ben 40 minuti sull’aereo senza sapere di che morte morire. Mentre il solito tizio in prima fila prende in mano la situazione avvertendo tutti che il pericolo ormai è scongiurato e che dopo breve riparazione ripartiremo alla volta della tedeschia.

Invece no. La polizia sottobordo non promette nulla di buono. Ed infatti volo cancellato. E ci sbarcano. Qui ognun per sé. E ci si prende a gomitate. Chi arriva prima al banco riesce a trovare posto per altri voli. Invece no. Mi trascino il vichingo per tutta la corsa, e me la rallenta. Ma non abbandono chi mi ha fatto un grosso favore. Non sono così infame.
E al banco della compagnia di bandiera non sentono scuse, ragioni, o raccomandazioni. Si sprecano i lei non sa chi sono io, e ma mi faccia il piacere, chi è il responsabile, sono un friquent flaier, sono massone, sono pilota, sono un manager di una importante azienda e vi farò scrivere dai miei legali. Si millantano parentele tra le più stravaganti, dal cugino di Taormina, a Charles Aznavour. C’è chi non fa scorrere la fila e mi fa incazzare. Mi propongono l’albergo ma lo rifiuto ed un biglietto per la mattina dopo. Ore 9.10, scalo a Zurigo e ripartenza alle ore 11.35 per Varsavia. Accetto e torno a casa. Ma sono le sette di sera. E sono arrivato in aeroporto a mezzogiorno.

La mia valigia rimane lì, intatta all’ingresso. E la riprendo la mattina dopo. Ed ho già 40 anni. Ma ne dimostro stamane di più.
Il volo per zurigo scorre liscio, ma arrivo alle 11.25 ed ho 10 minuti per l’imbarco successivo. L’aereo atterrà al gheit A83, ed il mio, per la polacchia parte dall’A05. ma ho il temutissimo check dei bagagli. In Svizzera saranno pure neutrali ma sono sadici. Mi fanno praticamente spogliare, perché mi fanno togliere la cinta, ma ho perso chili ieri, nell’evitato disastro aereo. E mi cadono i pantaloni. Mi rifanno passare di nuovo la valigia, e vedono il PC.

Is there a laptop inside? Mi fa la padrona alla security.
Rispondo di si. Facendo notare che mi sta facendo perdere la short, too short connection, per Warsaw. Sti cazzi. Più o meno risponde lei con lo sguardo, mentre con fare da kapò mi ordina. Open the laptop please. Sussurro un li mortacci tua. E sono le 11.34. corro, corro. Ed arrivo all’imbarco. Lo stanno chiudendo. Con un colpo di reni, lancio tutto al di là della linea. Ho carta d’idendità e pc in bocca. Salgo sul bus diretto all’aereo. Cazzo è di nuovo un ATR. Ma parte stavolta. Arrivo a Varsavia in ritardo rispetto alla riunione. E c’è una fila ai taxi. E prendo un abusivo. E mentre mi porta alla macchina in un parcheggio sotterraneo. Penso. Ma sarò scemo. E se mi rapina. Lo misuro con lo sguardo e penso. No problem. Je posso menà.

E poi il ritorno. Scalo a Francoforte. Uno scalo di due ora. Ormai sono un animale da aerostazione. Mi nutro di cibarie aeroportuali e mi lavo e cago solo ai bagni dell’aeroporto. Sembro tomhank calvo mentre trascino stancamente i bagagli da un gate all’altro inseguendo i repentini cambi che sadicamente il destino sembra propormi. Arrivo a roma, che è già notte. Sono stanco ed incredulo. Ed uscito dalla parodia di due film. Tra the terminal e final destination non saprei scegliere. Ma mentre attraverso evito un gatto nero. Non si sa mai.

E/T


Ascoltavo. Poco serenamente.
Cosa dicevano.

Non è possibile esser discreti
quando sei un barista.
E il locale è vuoto.
E due, solo due persone
parlano a voce alta.

Non mi puoi trattare così.
Non tu.
/
Non io.
Gli altri sì invece?
Bruno, bruna, uomo e donna
uno dei due lo specchio dell'altro.
Chi.
Cercavo di capirlo.
Non sei mai stato
il primo.
/
Non hai mai saputo
vedermi. e poi.
Le mani agitate di entrambi
torturavano gli oggetti sul tavolo.
GLi ho portato da bere
due birre.
Rossa.
/
Rossa anche per me.
I sottobicchieri
certo non potrò riutilizzarli.
Se mi ascoltassi.
Potremmo sistemare ogni cosa.
/
Se ascolto te. Non sento il resto.
E non sei l'unico pericolo.
Le gambe, sotto il tavolo,
ci ho fatto caso portando indietro il vassoio,
le gambe sotto il tavolo si distribuivano a stento
lo spazio. Rischiavo di cadere. Ma no,
non sono caduto, mai nel mio Bar.
Potresti almeno guardarmi quando parli.
/
Inizia tu.
Non credo di averli mai visti prima.
Non credo, non sono di qui.
Il Bar è un po' più grande
stasera. E questo mi eccita
e mi spaventa.
Credi che passerà, che saremo normali, che non dovremo più
aspettare?
/
Credo che passerà, che saremo normali, che non dovremo più
aspettare.
A volte penso: se arrivasse un extraterrestre
saprei riconoscerlo?
Non sarà certo verde con le antenne.
No, un extraterrestre non credo sia così.
Quanto. Allora. Manca.
/
Manca. Quanto. Serve.
Non saprei ricnoscerlo. Magari gli servirei una birra,
due. Non verrebbe da solo. E saprebbe sicuramente
parlare. La mia lingua. Per ordinare la birra. Quanto meno.
Pagherebbe. Subito.
Forse dovremmo partire, cercare altrove, ricominciare tutto.
Forse non abbiamo mai iniziato senza un primo impercettibile errore
che ha ammalato ogni cosa.
/
Forse.
Un extraterrestre al Bar dello SPort potrebbe
essere già venuto. Che rabbia. Non sapere.
Questi due. Forse è il caso.
Smettano di alzare la voce. Tra un po'. Non si
sentirà più
nulla.
Nulla. Nulla. Non sai nulla.
/
Tu credi? Eppure le strade le chiedi a me.
I soldi li porto io.
Dimentichi cosa fare e io lo ricordo.
So l'ora e il giorno.
Io ti salvo.
Io posso salvarti.
Zitti. Di colpo.
Sembra mi abbiano letto.
Nel pensiero.
Che siano. Ma per favore.
È ora. Finisci la tua birra.
/
Inizia tu.
Ecco i boccali sono vuoti.
Le gambe di entrambi
di lato al tavolino.
Scomodi ma finalmente
stabili. Un buon risultato.
Credo si possa dire così.
Devo rientrare al lavoro.
E vorrei morire.
/
Abbi pazienza.
Avremo delle risposte, presto.
Arriva gente. Quando si fermano sulla porta
non pensano mai. Alla polvere.
E la polvere li precede, affinchè non si dica.
Che non hanno avvertito. Che non hanno preparato
il loro arrivo. La polvere. Io odio, la polvere.
Andiamo, non sopporto la confusione.
Ed è tardi. Hai già pagato?
/
Pago sempre, subito.
Andiamo. Ma fatti toccare, prima.
Si sono alzati. Dopo una carezza.
Non c'erano specchi.
Almeno per la durata di un movimento
nessuno specchio. Poi ancora il dubbio.
Prego, il locale è tutto vostro, ma chiudete la porta.
Bruno, bruna, uomo e donna.
No, è per la polvere. La ringrazio.
Vanno via. senza salutare. No.
Arrivederci.
/
Arrivederci.
Sì. Arrivederci.
Chissà. Forse oggi la mia faccia
sarà famosa
su Marte, o che ne so.
Non mi dispiace, certo.
Un po' di pubblicità in giro,
fa sempre comodo.

A.

Stigma




Scrissi questo articolo, lievemente modificato, un anno e mezzo fa.
Cosa è cambiato. È cosa cambierà.
A.

Le mie impronte digitali
prese in manicomio
hanno perseguitato le mie mani
come un rantolo che salisse la vena della vita,
quelle impronte digitali dannate
sono state registrate nel cielo
e vibrano insieme
ahimè
alle stelle dell'Orsa maggiore.

Alda Merini


Intenso frenetico quotidiano. Può accadere di fermarsi.
Il tempo di uno sguardo, scoprirsi a fissare qualcuno,
qualcuno che per il suo modo di essere al mondo,

di essere mondo,

inquieta, spaventa.

Ci si scuote.
Si procede. Verso i propri obiettivi.
L’oggetto di quello sguardo rimane distante, un altro mondo.

Qualcuno.
È spesso la maniera in cui veste, in cui si muove, la lingua incomprensibile. O la scelta, ancor meno comprensibile, di vivere per la strada, senza nessuno o solo con altri qualcuno.
Si “permette” a quella diversità di fluire, fintanto che non voglia opporre resistenza al consueto

procedere
nel proprio vivere:

cercando di ricondurla a ciò che si sa, si conosce,
lo sfondo predomina.

Aiutano le categorie, banali e tremendamente bugiarde, a non vacillare oltremodo: lo straniero, il barbone, il tossicodipendente, o un diversamente abile, un religioso, un portatore sano di ideologia, qualsiasi essa sia. Rassicura sapere che l’esteriorità permetta di non cadere nel vuoto, nel dubbio, e si restringa il tempo della domanda.

Senza conseguenze, vile indifferenza.

Ma può accadere che lo stesso intenso e frenetico ritmo sia interrotto da un discorso poco chiaro, da un pianto sconcertante, da un momento di smarrimento imprevisto e difficilmente plausibile: chi sta parlando, chi sta dicendo cosa, perché piange, o solo perché trema.

Le domande non trovano alcuna risposta negli abiti, né nella voce. Sembra incredibile stia accadendo, sembra che il tempo dello sguardo rapito si distenda fuori controllo, sembra che il passo stenti a proseguire nella sua sicurezza.
Non ci sono parole, figure o categorie per spiegare: perché quella donna, o quell'uomo, parla da sola, da solo,
perchè ha pianto improvvisamente, o perchè si è messa a tremare abbassando gli occhi, dinanzi alla strada da attraversare, chiedendo aiuto.

Allo sguardo una promessa, si chiede la promessa di

un movimento

la prossima volta si rivolga altrove, al primo cenno di qualcosa del genere, si rivolga altrove per non rimanere catturato nel rischio

di ciò che non sa, non può spiegarsi.

E si costituisce la categoria di ciò che non deve essere nè visto nè ascoltato.

I disturbi della mente non vestono facili abiti, non permettono un’immediata definizione, né si prestano facilmente ad avere un nome. I disturbi della mente richiedono urgentemente di non essere visti, perché il passo proceda sicuro e le domande zittiscano.

La mente dei sani non può e non deve sapere.
Di potersi ammalare.

Avviene che non sia un incontro occasionale, che non sia un passante o un compagno di autobus a vivere il disturbo mentale, ma che sia un familiare.

Avviene che la disperazione sia in una famiglia e sia, dinanzi agli occhi di chi non la comprende, una condanna senza rimedio.

E avviene che il malato diventi colpevole di portare dolore ai suoi cari.
Avviene che sia in una classe, a scuola, un cortile e sia un bambino a soffrire,
e diventi colpevole di non guarire
o solo di non saper spiegare cosa è che gli passa per la testa
quando diventa strano e irrequieto.
Quando spaventa.

Avviene di non farcela più a non chiedere aiuto
di non resistere
avviene di diventare un
pazzo qualsiasi, un altro da non guardare.

http://www.campagnastigma.it/

A.
(foto tratta da http://elusive.chaos-rules.com/index.html)

Frullati di frutta


Sono arrivato stamani ed era già qui.
Al Bar, non so se da ieri sera,
ma quando. Ho chiuso, non c'era nessuno.

È piccolo, piccolissimo.
Avrà poco più di sei mesi, così ad occhio.
Parla, però.
E questo potrebbe far pensare
che sia più grande.
Non credo.

Azzurro, tutto azzurro, una tutina in lana azzurra,
gli occhi azzurri, i capelli così sottili e radi da sembrare
l'azzurro della sera quando la sera sta per finire.
Le labbra paion scure da perdere ogni rosso
e la pelle nasconde
le vie del sangue.

Parla, però.
E questo mi fa credere che non sia
un bambino.
Un bambino qualsiasi no, non parla e non viene
al mio Bar.

Che dice.
Ha ordinato. Ha ordinato
un frullato. Così, ho lasciato il Bar
per trovare della frutta fresca.
Mi piacciono i frullati, non me li chiedono spesso,
sembra che si attardino a scegliere il colore dell'abito.
E alla gente non piace aspettare.
Vanesi i frullati senza un pubblico che li apprezzi,
i frullati al Bar dello Sport escono poco
che nessuno li corteggia come vorrebbero.

Gli ho preparato un frullato verde.
I kiwi, sono stati i kiwi.
E ha risposto grazie. Quando gliel'ho portato,
è seduto, no, posato su un tavolino, il più interno del bar,
il bambino mi ha chiesto di aiutarlo a bere.
Il verde dei kiwi sembrava fatto per essere
una corona sulla sua bocca.

Dopo aver bevuto mi ha detto grazie, e ancora.
Un altro frullato, ne vorrei un altro, si può?

Mi sono insospettito. Ma non ho esitato.
Sono uscito e gli ho comprato delle fragole
e una mela.
Un frullato rosso, rosso d'ovatta nello spirito.
Sarà felice la categoria dei frullati, ho pensato,
sotto gli occhi stupiti di liquori e caffè.

Ha detto grazie, di nuovo.
Il rosso delle fragole, gocciolando sulla lana
mi ha ricordato Vivaldi e la primavera.
Ma per poco. Mi ha chiesto un altro frullato.

Mi è sembrato quanto meno scortese,
ma sono tornato dal fruttivendolo.
Scegliendo le pere e le banane più belle.

Un frullato chiaro, chiaro e denso,
le banane lo fan così,
l'ha bevuto dalla mia mano
e la punta del naso
si è macchiata della luna.

Stava per parlare. Ancora.
Ma l'ho fermato. Con l'indice
gli ho tolto il frullato dal viso
e ho assaggiato. Buono, gli ho detto.
Sì, lo è.

Dopo questa risposta si è fatto silenzioso.
E ora mi par chiaro.
Quando stasera chiuderò il Bar andrà via
e non lo vedrò mai più.

A.

Un semplice insegnante tutta la vita #1


Chiedo scusa,
a chi mi viene a trovare,
chiedo scusa per questo improvviso e
apparentemente immotivato silenzio.

Spero che non si sia rotto

nulla.

Sono rimasto fuori dal Bar per qualche giorno e non c'è stata vacanza.
No, perchè io al Bar mi riposo, respiro bene, meglio.
Nessuna vacanza e la primavera segue il suo corso
senza troppe domande. Preferisco così.

Non sono venuto al Bar nonostante tante cose da dire,
c'è sempre qualcosa che urge sia detto, discusso, un pensiero
qui al Bar la parola s'annida
appannando le superifici
fredde dei vetri e aspettando solo un dito
che vi incida altra forma.

In questi giorni ho preso alcune decisioni
e le decisioni forse sono più delle parole
chè si pongon di traverso
tra il desiderio e i congiuntivi
o un tulipano sfiancato ma non morto.

Come dice il grande maestro Onizuka
voglio.
essere.
un.
semplice.
insegnante tutta la vita.

Possibile? Non lo so, tanta strada è stata fatta in
direzione diversa. E poi io ho già un lavoro,
quello però posso conciliarlo con gli studi.
La passione, la testa non mi mancano.

Se la scuola di specializzazione
non sia oramai al tramonto,
e cosa sarà dopo, mi chiedo.
E se
gli insegnanti di storia e filosofia
non siano già tanti,
troppi. Ma forse no.

Onizuka, però, non si faceva queste domande.
Era tutto nella pelle,
negli occhi nelle mani nelle labbra,
nei muscoli delle gambe nell'altezza
della voce

nel potere
essere autore.
Di ogni scena.

Che non sia questo il cuore di un insegnante,

il punto di partenza
di ogni sincero desiderio?

Di ogni tendere a.

A cosa.

Un orzo, un orzo con della buccia d'arancia.
Come il caffè, meno del caffè, più del caffè.
Non so.

La felicità può esistere?

Temo di sì.

A.

.


Non ho parole.
Un giorno ancora.
Un giorno e basta.

A.

Estate collepetrana


Mi scuso con Alessandro per la tardiva pubblicazione..
Il barista fa ammenda e augura a tutti.. Buona Pasqua!
A.

Oggi, 15 aprile, e il successivo 22 aprile , la mia trasmissione non andrà in onda per motivi asburgici.
Vi aspetto il 29 aprile. stesso orario stessa frequenza.

Intanto però un altro racconto sui tavolini del bar.
Si avvicina l'estate e la prova costume preoccupa tutti e tutte noi.
Allora è bene fare un po' di moto...come il nostro antieroe...
Buona lettura!!!

Alessandro


Estate collepetrana

Come si misura la notorietà in un paese? Bè forse se hai tanti creditori che ti seguono ed inseguono; oppure se...
Quando cammini per le strade ti salutano...
O magari se ti invitano ad una sgambata in bicicletta. Ero lì in piazza mentre mi vedo arrivare il geometra e il cavaliere. Non mi posso esimere c’è una bicicletta solo per me. Cazzo. Ho i pantaloncini da mare a mezzagamba, la maglietta di regina coeli con la ganja e le scarpe ginniche multifunzionali. Nel senso che spesso ci faccio pure la doccia.
Loro no. Sono vestitissimi.
Sfoggiano tutine con parapalle, solo dopo capirò il perchè, borraccia multivitaminica nel tascapane, occhiale antizanzara curvato a chiappa di vespone e sono affiatatissimi, pure troppo.

La mia bicicletta ha il sellino basso, che si alza solo a picconate, il manubrio altezza puffo ed un cambio tipo ferrari, complicatissimo. Questo modello, la cui comprensione è riservata a quozienti intellettivi pari o superiori a zichichi, ha la chiamata vocale. Funziona a richiesta. I miei compagni di sgambata lo guardano e mi dicono alzalo o abbassalo. Sono parole senza senso. Un pò come quando in barca ti chiedono di cazzare la randa a poppa issandola a prua. Bò. Io pensavo di dover solo pedalare e che i rapporti fossero solo sessuali. Invece no. Pure qui ci sono i rapporti. Più o meno sessuali. Nel senso che sono brevi, lunghi, corti. Alcuni vanno bene per le discese, altri per le salite. Alcuni sono con la corona, solo dopo ho capito che la corona non è la birra, e che il pignone non è il frutto di un pino molto grande.

Si inizia dalla discesa. Sembra facile. Freno che mi fanno male le mani. Più tardi arrancando in salita rimpiangerò la temutissima discesa. Che fico. La bicicletta. Rivaluto gimondi, anzi baronchelli. Eroe della montagna. Io pure, ma di quella del sapone.. La bicicletta è una macchina infernale. Un pò come cristine. Ha un’anima. Capisce che non sei capace e va per conto suo. La discesa finisce. E vedo la pianura. Anzi un falso piano come lo definisce il cavaliere. Eccheccazzo, il falso piano, e che vordì? Mi piacciono le cose chiare. Bianche o nere. O è piano oppure no. Già ho le gambe dure come due pilastri di vetrocemento. Sfrutto la scia. Sono terzo. Zona medaglia. Dignitoso. Ma siamo tre. Difficile far peggio. Mi aspettano, sono due signori. Lo so. Non mi umiliano. Il sellino fa corpo unico con la parte più a sud della schiena (leggi culo), e le palle o attributi sono due pietre focaie. Credo di avere l’orchite.

Pedala pedala pedala. Il geometra fa avanti ed indietro tra me e il cavaliere che va che sembra una spada. Io sembro un poveraccio. Un gatto di marmo. Sudo a rubinetto, sbuffo, ma non mollo. Del resto è meglio pedalare che incollarmi il mezzo infernale.
Torniamo indietro. Bevo la mistura del geometra. Un’orrenda bevanda. Una miscela tra l’idrolitina, e la segatura. C’è dell'acqua, ma di pozzo. Contiene calcio e potassio, dice. Il cavaliere beve. E gli girano gli occhi come a paperone di fronte al deposito. Al papero però comparivano dollari. A lui arrosticini...Vedi, è pure un digestivo, dice il geometra, che però non beve. A casa, dopo l’attacco di colite, ne comprenderò il motivo.

Non ho la forza di rifiutare. Bevo. Anzi no. Tracanno, tappandomi il naso. Forse è un rito di iniziazione...chissà...
Ora farei un monumento all’inventore del motore a scoppio. Ad avercelo, adesso, però. La salita è una ignobile farsa. Parto a razzo ma duro cento, tò duecento metri e mi fermo.
Mi passano. Veloce il cavaliere, che ha pure stipulato tre rogiti, nel frattempo, più compassato il geometra che neanche suda. Mentre pedala lo osservo. Sta ultimando un progetto. In bocca la rapidograf, il righello, non ve lo dico per decenza.
Io scendo. Mi incollo il mezzo infernale. Loro si girano. Più avanti mi aspettano. Il cavaliere mi spinge ora che risalgo in sella, e mi spiega , ho toppato la marcia. Ho ingranato quella funebre.

Adesso va bene ma è già tardi. Più a nord, in sù la vetta della torre antica non sembro un passero solitario ma un ciclista della domenica. Di quei romani che chissà quanti se ne vedono quassù. Il segreto per gli imbranati è non sfoggiare mai una attrezzatura adatta. Sarebbbe troppo. Mi spingono e vado, vado come un treno. Decidiamo per l’entrata trionfale. Rallento. Mi fermo. Fantastico. Ma nello scendere dalla bicicletta mi annodo e cado. Una fine più che onorevole.


Contropagelle

Geometra: sembra luis armostrong, no Lance. Luis. Fischietta infatti nella tromba, per ingannare il tempo. Annoiato. Si segnala per il peluche che porta sotto la tutina. Pensavo ad un portafortuna. Solo dopo ho scoperto che trattavasi di peluria. Si consiglia ceretta, e decoupage. Voto 7

Cavaliere: sa il fatto suo, e anche quello degli altri. Durante la sgambatura piazza tre immobili a due viandanti transumanti. Tenta la scalata inforcando la bici al contrario. Artistico, e Volitivo. Voto 7

Ragioniere: molto meglio in partita doppia. Drammatico.
Voto 4

Alessandro A.

Sake


Un pugno sul banco.
E al rumore segue
la certezza che sia lei,
una coperta estesa fino alla fine del mondo
lo sguardo familiare con cui si presenta.
E io sono felice. Di rivederla.

Non so molto di lei,
leggera, ma come quercia.
Indossa sempre la stessa
divisa a stento contenuta sul petto,
ben modellata sui fianchi, a cui pende,
decisa e serena, una katana decorata
quanto antica, un occhio per guardare,
uno per ascoltare,
coperto sempre dai suoi capelli
rossi, non tutti rossi i capelli, neri, neri e rossi
sull'occhio sinistro i suoi capelli lisci, sottili
e il bianco che la pregierebbe nuda
controluce traspare la circolazione fiera
d'un sangue vermiglio.

Poi lei sorride, con un graffio.
E vado a cercare la sua bottiglia,
bottiglia che la prima volta m'affidò,
in una sacca di tela grezza:
contiene il suo sakè, e non beve
se non bevo anch'io.
Caldo, caldo ci piace il sake,
e dopo averne bevuto più d'un bicchiere
seduti, seduti al primo tavolo vicino al banco,
capita che io le racconti cosa accade.
Tra me e gli orizzonti a me prossimi
cosa accade, e lei ascolta, mi ascolta,
una mano alla katana distesa,
in riposo, sul legno.

Si alza, a una mia pausa,
solo a un mio silenzio.
Si alza e fa un inchino.
Prima di qualsiasi domanda.

Ricambio l'inchino.

Sta per andar via.

Ripongo la bottiglia,
scompare il suo delicato incedere
tra luci e ombre,
scansando le une e le altre.

E la bottiglia nella tela grezza s'empie,
s'empie fino alle timidezze del collo:
come intonsa, quando tornerà ancora.
Tornerà.

Entra un cliente.
Mai quando c'è lei.

A.

Pierrot (Post Voto)


Non sono d'accordo.
Sulla sensazione che nessuno abbia vinto.

Non perchè io ci tenga a identificare la compagine prodiana come artefice di un'impresa (condivido chi segnalava la disperata tentazione di una sconfitta autoinferta che ha contraddistinto le ultime due settimane di campagna elettorale).

Non per esaltare Prodi e damigelle affermo che i vincitori ci sono, reali, puntuali.
Ho votato per Diliberto, sia chiaro, anche se il mio voto è stato gentilmente concesso da un deciso astenuto.
Ho votato per Diliberto che è una delle damigelle di Prodi.
E se hanno preso la maggioranza, risicata o meno, importa relativamente.
Perchè siamo in una democrazia moderna, e nelle democrazie moderne è facile si arrivi a questa situazione: i due schieramenti non sono al 50% perchè l'Italia è divisa, bensì dividono l'Italia per salvaguardare il Potere.

E se così è. Allora bene.
Siano responsabili.

Responsabili della rabbia che m'assale, ci assale,
per le case che non avremo,
per le medicine che dobbiamo prendere,
per i figli che non faremo nascere.
Responsabili delle umiliazioni sul lavoro, un lavoro sempre più simile alla prestazione a cottimo,
e della personalizzazione dei rapporti professionali, sempre più condizionanti a scapito delle competenze.
Responsabili di quel che rimane sulla lingua dopo aver parlato con un capo peloso,
responsabili di quelle lingue mozzate per aver parlato contro un capo peloso.

Responsabili della difficoltà di avere un desiderio che non sia a rate.

Responsabili dell'impossibilità di dormire per alcuni, di mangiare per altri, di volersi bene per troppi, di respirare per pochi nominabili.
Di tutto questo, e molto altro, pietra su pietra, dovranno render conto sulle loro schiene, contro i loro denti, sotto le loro unghie livide.

Amo l'idea di un convivere sociale in cui il benessere di chi mi è intorno nasce dal mio lavoro.
In cui la ridistribuzione sostiene e tutela solo nella prassi più becera del rendiconto chi sopravvivendo a condizioni inique di partenza arricchisce pur con la sua vita le possibilità dell'essere corpo sociale, insieme, tutti uguali pur differenti nelle funzioni. E nelle fortune. E nelle idee, nei sogni, nelle aspirazioni.

Io dico: Prodi ora governi. Ha il mio voto, ha avuto le mie ore e le mie parole, ora ha il mio giudizio. sia leale e porti avanti le sue idee con saggezza e attenzione. Non all'egemonia ma alla solidarietà.

Mi vien facile pensare non sarà così.
Ma il veleno non si sprechi e si trattenga.

Perchè nel momento del tradimento
allora sì sarà importante che colpisca forte, deciso, ineluttabile.

Esiste veleno che non ha redenzione: è quello dei popoli tristi e senza speranza.
Pronti a intraprendere la propria fine. Pronti a colpire ogni radice perchè sia deserto.
Stiano attenti. Alcune vite, le più piccole, le più esposte ai pericoli, sono state recentemente oggetto di odio e abominevoli gesti hanno posato le loro zanne sulla Fama.
Tutti sappiamo, tutti abbiamo ascoltato, visto.
L'odio sociale è qualcosa che va oltre il conflitto sociale, perchè non ha dialettica.
Non produce sintesi.
E l'energia, contrariamente a quel che si credeva, non solo si trasforma.
Ma si disperde, si perde e si annulla.
Nella misteriosa spirale del nero,
la vita si contraee si fa lacrima,
lacrima di un Pierrot sdrucito
da buttar via.

A.

Il ritorno di Atlantide (De Voto)


È successo: e Atlantide decida le sorti del mondo.
Come da tempo i nipponici paventano nelle loro fantasie,
il continente sommerso tornerà a brillare nell'assoluto
e il suo progresso silenzioso, impetuoso, spaventoso
schiaccerà i nostri desideri di assalto al cielo.
In una pozzanghera

riflesso il cielo,
contiene un'unica direzione ad esplorare
l'universo. Sguardo spezzato, obliquo,
macchia, traccia, indizio
dell'inifinità cosmica,
una pozzanghera rivela
il ritorno degli Atlantidi.

E Atlantide denuncerà il suo ricordo.
Atlantide su ogni isterico timore
su ogni resistenza ingenua
poserà uno sguardo non offensivo
come non offende il miele
quando bacia la gola, dopo aver sedotto
la lingua, appacifica e distende
dolcezze dominanti.

Questo pensavo stamani al Bar.
Le elezioni mi han tenuto sveglio fino alle 4,
brutta cosa. Dover comunque lavorare.
Sto dormendo in piedi
e con difficoltà mi rendo conto
di quello che è accaduto:
finalmente nessuno ha perduto,
finalmente non esiste pianto nè tristezza
e se c'è gara ancora è quella di chi fa
la festa più bella. Meravigliosomondo.

Il voto all'estero deciderà qualcosa
ma ben non si è capito cosa.
E io mi dico che in fondo è giusto
dopo che tutti han vinto
ambo, terno, quaterno,
cinquina
qualcuno vinca la tombola.
Il mio gioco preferito, lo faremo, lo rifaremo qui al Bar,
questo Natale e in piedi sulle sedie
tutti a turno diranno la loro poesia.

Anche io dirò la mia.
E quando proclamerò il mio ultimo verso
tutto sarà compiuto.
Gravido il pianeta attende
questo proclama mio inteso
perchè si schiuda l'ultimo sigillo
e torni visibile l'Occhio Sapiente
l'Occhio mai chiuso degli uomini alati
sovrani della prospettiva
maestri dell'Assoluto.

A.

EX-VOTO (Good night, good luck)

Che stanchezza.
LavORO.
LavORA.
Prezioso, padrone del tempo.

Non ho potuto votare. Finora.
Mancano 10 minuti.

Non ho residenza qui a Firenze pur avendola richiesta
a Dicembre. Pur essendo per questo
legalmente residente a Firenze
dal momento della domanda stessa.

Non potevo andare a Bari ma dovevo andare a Bari

pur avendo previsto. Quattro mesi prima.
Che sarebbe stato necessario

votare senza quelle devastanti 11 ore di viaggio.
All'andata. 11 ore di viaggio al ritorno.
22 ore in due giorni per essere
al lavoro lunedì mattina.

Alzo la mano.
Il mio diritto non è stato tutelato.
E non ho potuto ottemperare al mio dovere.
Vostro Onore.

E come me. Anche qualcun altro.
Quanti. Non so.

Ma non ho mollato.
Ho cercato disperatamente
qualcuno che fosse orientato
ad annullare la scheda.

Ce ne sono. Sì, incredibile.
Quanti. Non so.

E gli ho chiesto.
A te non serve, me lo dai?
Sì, me lo dà.
Quanto vuoi, nulla.

Ho votato, dunque.
Come. Non so. O forse,
sì, lo so. Ma.

Non posso conoscere il tratto che ha segnato il MIO voto,
nè ho ammirato la grandezza leggendaria della scheda
proporzione di una ENORME Democrazia.
Non rimarranno indelebili nella mia memoria queste elezioni,
troppe le cose da non poter ricordare.
Per il trambusto o per il silenzio chissà.
Ma cambierà molto, questa volta, chiunque vinca.
Forse. Non so.

Eppure. Inesorabile desiderio.
Di sfogare la frustrazione.

Questo Paese mi fa schifo.
E lo dico oggi che sceglierà il suo abito nuovo.

Mi fa schifo l'Italia verde nelle sue forme generose,
azzurra nella sua lingua salata,
rossa nelle labbra appetitose,
nera nei capelli sfibrati e costretti,
bianca nell'ombelico sfondato,
gialla nel lago rigoglioso dell'ittero,
viola nei fiori maceri che la incoronano regina.

E se ho dimenticato qualche colore non importa.

Dice un nobile film americano
uno di quei film che noi non potremmo mai fare,
così abili a mentire prima di tutto a noi stessi,
così disponibili a confondere le carte in tavola,
così vergognosamente pavidi nel non pagare mai le conseguenze di una scelta,
così imbarazzanti nel mutar la violenza in arte,
così laidamente italiani nel non poter far nulla perchè questo non sia,
un film durissimo che condanna l'America
alla sua meravigliosa coscienza
sentenzia:

buonanotte,
e buona fortuna.

Good night. Good luck.

A.

Il raffreddore


Come ogni sabato il racconto di Alessandro.. e dalle 13.30 la sua trasmissione Sandrone punto e virgola su Radio Città Aperta! (A Roma sulla frequenza 88.9).

Il raffreddore

Sono cagionevole. Come quei bambini che sudano e si raffreddano. Faccio ridere così grande e grosso col naso rosso e che tossisco a più non posso. E ho fatto la rima. Ma non respiro e la mente si annebbia. E divento nervoso e non capisco perchè mi capiti sempre nei momenti meno adatti. E quando non posso stare a casa senza fare nulla.

Ho il corso di inglese. L’insegnante parla a voce bassa e le mie orecchie non sentono quei suoni gutturali. Osservo i miei colleghi di corso. Li conosco a memoria. Conosco a memoria le loro reazioni, scommetto entro quanti secondi chi dirà cosa, mentre io con il naso goccialante bagno i fogli di muco. Finisce il corso e vado a casa, viaggio della speranza. Arrivo e mi ficco sotto le coperte. Un brodino per cena. Un film in dvd, inebriato dal paracetamolo, mi sdoppio e mi osservo dall’alto. Quasi assistessi ad un funerale. Il mio.

Chi di voi non ha mai pensato al proprio funerale. L’eterna rivincita. Tutti sono buoni con il morto. Tutti intorno alla vedova a consolarla. I bambini con la faccia appesa. Eh si. Era un bravo ragazzo, sempre i migliori se ne vanno. Ho la febbre alta e vaneggio. Penso e ripenso ai miei guai. A come mi caccio in imprese impossibili, che però mi danno la forza di sopravvivere. Ho comprato una macchina nuova, e mi convinco di averne bisogno. Non riesco a risparmiare. Quasi un affronto alla vita. Spesso penso che se ho problemi sono vivo ed i guai arrivano solo nei momenti di quiete. Sarà una scaramanzia. Ma tutti i guai mi sono sempre arrivati inaspettati. Per questo penso sempre al peggio e mi convinco del pessimismo. Ma ho la febbre alta. Il film va, una boiata.

A casa sanno che quando sto così mi devono lasciare stare. Mi passa, coperto. I brividi salgono e non respiro. Mi concentro su di me. E seguito a volare. Alto, mi osservo. Sono coperto fino agli occhi. Sabato un bel gesto. Lo dovevo. Spesso non ho dimostrato il mio amore, distratto, dandolo per scontato. Ed invece no. Ora che sono morto, un bel ricordo, l’ultimo. Si che era bravo. Un pò irascibile. Si accendeva come uno zolfanello ma poi si spegneva in una battuta. Si, arrogante e presuntuoso. Classista ma intelligente. Mi crogiolo nei complimenti. Se non me li faccio da solo.

Sudo, ora. Ho sete. Mi alzo. È da poco passata mezzanotte. Dormono tutti qui. Ognuno nel proprio letto. Riccardo avvolto nel lenzuolo, il viso angelico del diavolo sopito, alessandra, abbracciata al pupazzo, sognerà dei blue e di meneguzzi, o forse di quel bambino del centro estivo che le scrive una valanga di sms. Annalisa, stanca morta, mi è accanto e sembra ancora più piccola di quello che è. Vado in cucina. Come un lupo nella steppa.

Latte, ho voglia di latte. Provo a respirare. Un refolo di aria passa ed è oro per me. Latte e miele, il rimedio della nonna. E poi i fumenti. Si mi piacciono. Avvolto nell’asciugamano respiro fumi balsamici. Ora sono cosciente. Ora sono di nuovo io, non mi osservo più.
E' passato il raffreddore.

Alessandro A.

Melograno (Metabar)


Il Bar, il Bar sta cambiando.
Come non accorgersene.
Ma era questa la mia scommessa.

Sono stato, sono innamorato
del Calcio,
tifoso della Roma ho costruito un baretto
che potesse ospitare discussioni sulle
domeniche
o su tutti quei giorni che il Calcio
purtroppo ha reso sbiadite copie
della Domenica.

Ma perchè amare uno sport così banale
così stupido da piacere a tutti i maschietti
o quasi, da esser il più praticato nel mondo,
da poterne ridere, piangere,
sentir palpitare il cuore,
anche nelle situazioni esistenziali più impensabili.

In questi giorni si è completato un percorso iniziato ad Agosto
con curiosità e desiderio. Di esserci.
Il calcio è stato per me, sempre,
una maniera per iniziare a parlare,
per scoprire chi ho davanti,
per farmi scoprire da chi ho davanti.
Il Calcio semina un incontro a mani basse,
e lascia che il seme si sfaldi perchè
la conoscnza esploda nella pianta viva.

Quanti amici, e il mio miglior amico,
persino mio padre o i miei fratelli,
li ritrovo nel Calcio come la pioggia
raccolta nelle nuvole
a un certo punto cade
e ricopre il mondo non di nuvole
ma di lucida trasparenza.

È quello che accade anche al mio baretto:
nato per il Pallone, ha lentamente lasciato il pallone sullo sfondo,
per iniziare a proporre nuove maschere e
raccogliere pensieri verdi,
linee bianche,
obiettivi variabili nella prospettiva e non nella consistenza, le reti,
e il tempo, il tempo misterioso dell'esistenza.
Irrequieto, o lento, non prevedibile, interiore ed esperiore,
la pelle è il tempo.

E se il re è nudo.
Anche il Bar non è molto vestito, direi,
adesso.

Sono accadute cose importanti ultimamente.
Mio fratello ha subito un intervento complesso
e l'ha superato alla grande: ora la sua mente può respirare
senza ragni.
Le elezioni potranno, lo faranno, cambiare il prossimo futuro,
non so se in meglio per chi come me e come il Bar tutto,
deve appellarsi al buon tempo della pesca,
rinnovati abitanti di Aci Trezza, i precari
dalla pelle bruciata.
Ho concluso un lungo lavoro di scrittura, qualcosa di prezioso
per me
e che spero possa diventare prezioso per qualcun altro
perchè trovi senso e compiutezza.
Ho chiesto alla mia donnina
di sposarmi
e tra qualche mese
saremo oltre una promessa, amanti.

Sono passate tante persone, qui al Bar,
amici, conoscenti, estranei solo per poco,
che qui al Bar c'è uno specchio che s'innamora
e fa innamorare
di se stessi, per esser belli, più belli,
alle luci calde dell'attesa di un whisky, di un caffè,
di una parola.

Il Bar è cambiato
e oggi lo guardo
con un sorriso timido..
cambierà ancora.
E la mia gioia
sa di melograno.

A.

Install, Wataya Risa, Einaudi Stile Libero


Install è un libro piccolo piccolo.
Piccolo perchè le pagine son poche certo,
e i margini e le dimensioni del carattere imbarazzanti.

Un libro, un romanzo, forse un racconto.
Non mi posso esimere dal notare come gli 8,50 euro
vengano messi immediatamente in discussione
dall'esile struttura del volume.

Piccolo, Install, anche perchè timidamente fa un significativo
passo indietro
rispetto alla magniloquente presentazione sulla quarta di copertina.
A leggerlo, a leggerlo in fretta quasi non ti accorgi di averlo letto,
pare un soffio e dunque sorge il dubbio
che "questo libro ha dato voce alle inquietudini e al senso di solitudine delle nuove generazioni"
senza aggiungere nulla al silenzio cui
sono relegate e a cui
sfrontatamente cercano di ribellarsi.

Install lascia ai suoi personaggi tutto l'onere di una proporzione complessa
svincolando con delicata innocenza
(Wataya Risa è appena ventiduenne e ha scritto questo libro a 17 anni)
l'attribuzione di un peso autoriale, di una consistenza critica, alla narrazione.
L'assenza di una pretesa esemplificativa nonchè di alcuna tensione didascalica
lascia che la mano dell'autrice si posi candida sul capo di una adolescente e di un bambino
scoperti in giochi e chiacchierate
torbide, forse, per l'orecchio che le ascolta.

Un interessante filone dell'attuale riflessione giapponese sull'adolescenza
che attraversa la cultura letteraria e quella sempre meno underground dei manga:
sfacciati, uomini e donne raccontano le mutandine bianche dei ragazzi in formazione.
Inaccettabile? Diseducativo?

Mi si permetta l'azzardo. Autori come Katsura, Video Girl Ai e I''s le sue opere più famose,
han saputo far piangere tanti ragazzi e tante ragazze, vibrare d'emozioni forti e positive,
aggiungere sensibilità e conferire valore ai sentimenti come propulsione dell'essere al mondo.
Come fondamentale senso dell'esistenza.

E qualche lacrima l'ho versata anche io, che ho 29 anni, e non certo per la commozione dinanzi a un indumento intimo.
Eppure Katsura, e Wataya Risa in Install, raccontano anche la sessualità, l'attrazione, l'iconografia dell'organo genitale
coperto, scoperto, alluso, o addirittura mascherato, scomposto, dichiarato in frantumi (interessante il recente Homunculus di Hideo Yamamoto),
e mentre nei loro prodotti letterari questo fiume scorre, all'abluzione il lettore può legittimamente esitare.
Perchè il corso dell'acqua è impetuoso, pur non perdendo trasparenza e dolcezza, pare possa trascinar via ogni cosa.

Equilibrio: la bellezza sconcertante dei primi segni visibili sul corpo che cambia, crescendo riflesso per la prima volta durante l'adolescenza,
può mettere in discussione l'equilibrio. E paventare tensioni assai rischiose, desideri sottaciuti ma non repressi, nell'essere disabituato alla bellezza.

L'esperienza che Wataya Risa lievemente racconta non credo possa dir qualcosa sui malesseri "giovanili", quanto possa in realtà insinuare dubbi legittimi sulla solidità di chi interpreta come disagio le normali prime seduzioni nell'uomo e nella donna.
Innamorati.
Questo è imprescindibile, ma non equivocabile.
L'amore primo, l'amore non mediato, che l'adolescente scopre di poter vivere è quello per il suo stesso essere. Essere vivo, carnale pulsante.
Non peccaminosa e depravata inclinazione masturbatoria, rituale reitarato nel mondo adulto proteso alla soddisfazione delle più basiche concupiscenze individuali, manifestazioni di una sessualità ingorda quanto immatura, inni alla produttività e al consumo cannibale, favole d'affermazione e conferma di un sè storpio e inetto. Le uniformi da indossare dopo la scuola.
Sono le parole sporche, le voci infernali, cui i protagonisti di Install si affacciano con incoscienza e rischio, sperimentando quale sia il futuro prima che sia il loro futuro, quale sia la condanna prima che ci sia un giudizio. Senza che ci sia un giudizio.

E forse è proprio questo quel che rimane. Una finestra chiusa su un mondo orribile, sigillata dentro un armadio come uno scheletro o un mostro immaginato (vedi Monster&co.), e il ritorno al movimento, alla dinamica libertà di una crescita quasi obbligata, tremendamente triste e spoglia di prospettive,
germoglio invernale di fiori incauti e nudi, ma non per questo,
privi di bellezza.

A.

PostScoliosi (Precarietà 9.0)

#1

Pensavo
alle finestre degli ospedali.

Pensavo.
a quando avrei pianto.
a quanto avrei potuto o dovuto
piangere.

Poi pensavo.
Alle cose che van via
quando si muore:
non poter più fare
non poter più scegliere
non poter più scegliere di essere.

Pensavo poi alle mie giornate
incollate
pagine complete
a quanto non amo quel che faccio
quello che scelgo
di fare
chi scelgo di essere e per chi.

E l'insoddisfazione
è la deformazione delle ossa
che mi rende più bello
il petto.

Pazzesco: guardare l'orizzonte e perdersi
quel che
la curvatura vieta
violenta.
Pazzesco: credere di fare lo stesso gioco
con la
schiena
di un uomo.

Innamorato della mia povera presunzione
brindo e fumo
alla gioia di non aver perduto nulla
mai nulla
ringrazio Dio e bacio l'amore
trionfante sull'orizzonte che bastardo trema
per la luce
della mia burbera sbuffata.

#2

Io nun piango pe' quarcuno che more,
non l'ho fatto manco pe 'n genitore
che morenno m'ha 'nsegnato a pensare,
non lo faccio per un altro che more.

Io nun piango quanno scoppia 'na guera,
er coraggio de’ l'eroi stesi in tera,
io lo premio co' du' fiori de serra,
ma nun piango quanno scoppia 'na guera.

lo piango, quanno casco nello sguardo
de' 'n cane vagabondo perché
ce somijamo in modo assurdo
semo due soli al monno.

Me perdo, in quell'occhi senza nome
che cercano padrone,
in quella faccia de malinconia,
che chiede compagnia.

Io nun piango quanno 'n omo s'ammazza,
il suo sangue nun me fa tenerezza,
manco se allagasse tutta 'na piazza,
io non piango quanno 'n omo s'ammazza.

Ma piango, io piango sulle nostre vite,
due vite violentate.
A noi, risposte mai ne abbiamo date,
ecco perché la sete...

lo piango,
so tutto er tempo che ce resta e me ce sento male.
Domani, se non sbajo è la tua festa,
la prima senza viole.

#3

Le finestre degli ospedali
spettegolano:
e se le guardi zittiscono
colpevoli.

A.

Buongiorno, pietre (Precarietà 8.0)


buongiorno, buongiorno alle pietre

alle pietre storte
che hanno un lato solo
quello giusto per reggersi

alle pietre che si assolano serene
nell'inedia d'amore

alle pietre liscie
quelle levigate dal mare
e si avvicinano con discrezione

buongiorno alle pietre calde
quelle rosse o nere
alle pietre fredde quelle bianche
grigie verdi

alle pietre poste a memoria
che si chiedono perchè loro
perchè proprio loro

alle pietre cadute cadute da qualche parte
che ricominciano dal niente
da qualche altra parte intorno al niente

alle pietre affilate sporche sporche di sangue
ubriache sempre ubriache
o solo ferite mal curate

alle pietre piccole e alle pietre grandi
che non dormono per la paura
le une delle altre
che dormono nel desiderio
le une di essere le altre

alle pietre secche quelle pietre
di poche parole
non possono fiorire come
tutte le pietre
non possono fiorire nè appassire le pietre

e buongiorno alle pietre dritte
le pietre sane sempre a posto
le pietre dei muri le pietre dei
confini
pietre ingrate pietre condannate
a esser limiti a esser vittime

buongiorno a ogni pietra
a ogni pietra buongiorno
non si senta esclusa nessuna
che sia un giorno buono
per tutte le pietre del mondo.

A.

La tutina

Come promesso.. oggi è sabato e parola ad Alessandro Aimi!
A.

Ciao! Ecco un nuovo racconto sui tavolini del Bar.
E inoltre. Oggi Vi aspetto sulle frequenze , per chi è di Roma, di Radio Città Aperta, 88.9 oppure via internet al sito www.radiocittaperta.it.
Dalle ore 13.30 alle 15.00 solo il Sabato per Sandrone punto e virgola.

Per ora.. buona lettura!

La tutina

L’avevo vista lì in vetrina. Certo come tutti gli indumenti indossati dal manichino sfila via senza grinze. Un pezzo unico. La provo. Non chiedo neanche il prezzo. Ammazza, quanto è difficile indossarla . E’ un pezzo unico. Mi guardo allo specchio. Sembro Mazinga Zeta. Le spalle ben disegnate. Il logo della triumph in bella vista. Lasciala sempre aperta, mi dice il commesso della numero tre. Forse è meglio , penso io, non toglierla mai, tanto è complicato infilarla. Prova pioggia però superata. Sono griffatissimo mentre sfilo sulla corsia di emergenza del GRA in barba ai chips de noantri.

Che fico. Arrivo in ufficio. Però capisco che c’è qualcosa che non va. Una tipa, la barbie babbiona, la signorina silvani del polo tecnologico, mi ronza intorno.

Ammazza Aimi che tutina. Bella eh. Eh sì.. Io ho quella del Tucano..
(n.d.r. Tucano = marca scrausa da bancarella).

Cerco affannosamente un pezzo di ferro, una zampa di coniglio, grattarmi le palle di fronte a lei non è così educato, ma avrei dovuto farlo.
Invece no. Non uso scaramanzie questa volta. Eppure ne sono esperto. Mai mettere il cappello sul letto, metro, non scendere col piede sinistro dal letto, non versare il sale e non piangere sopra il latto versato. Ma forse mi confondo. Sono altri detti.

Arrivo trafelato in ufficio il giorno successivo. Casco e cellulare si intrecciano, mentre gli occhiali si animano e si imbizzariscono sul naso. Fa caldo. Non piove. Sfilo la tutina. Gesti abituali. E invece no. Mentre mi risuona nell’orecchio

Che bella tutina. Io la compro dal Tucano. Chissà quanto costa quella lì. Ma dove l’hai comprata...

ma fatte i cazzi tua. Penso io. E invece... Un gesto inconsulto. L’appoggio sulla sella e mentre la lascio mi dico stronzo. Ci sono le marmitte lì, coglione. E la tutina si avvampa, prende fuoco e fa fumo. Bestemmio in aramaico, la lingua originale, come originale era la mia tutina un pezzo unico. Più unico che raro, ora rarefatto. E avvampato tra le fiamme. Cazzo la tiro su. La osservo. È lacera ed il mio portafogli ora contuso.

Preso a schiaffi. Non ho più la mia tutina. E sono un coglione. È colpa mia. Ma mi rieccheggiano le parole profetiche. Che bella tutina. Mortacci tua. Sta stronza. Ed io ci sono caduto. La porto su. È in coma, la tutina. La indosso. Ora sembro mazinga zeta alla fine del cartone. Quando fatto a pezzi riferisce improperi in giapponese al robot di turno.
Mi ha rovinato la giornata. Però sono un bastardo. E quando incontro la cozza più ambita del tiburtino. Glielo dico. Certo che porti una sfiga pazzesca. La mia personalissima rivincita. Detta davanti a tutti. La prossima volta grattatevi le palle. Quando arriva lei. Che ci rimane male, ma sogghigna, porta sfiga sul serio. Cito il marchese del grillo. Occhio che ve secca li cojoni.

Il giorno dopo la indosso, reduce. Sembro un reduce. E piove, governo ladro, ed adesso più che mai, e l’acqua passa tra le ferite. E la marmitta fuma, fuma brandelli di euri rimasti e devastati sullo scappamento.

Alessandro Aimi