Install, Wataya Risa, Einaudi Stile Libero


Install è un libro piccolo piccolo.
Piccolo perchè le pagine son poche certo,
e i margini e le dimensioni del carattere imbarazzanti.

Un libro, un romanzo, forse un racconto.
Non mi posso esimere dal notare come gli 8,50 euro
vengano messi immediatamente in discussione
dall'esile struttura del volume.

Piccolo, Install, anche perchè timidamente fa un significativo
passo indietro
rispetto alla magniloquente presentazione sulla quarta di copertina.
A leggerlo, a leggerlo in fretta quasi non ti accorgi di averlo letto,
pare un soffio e dunque sorge il dubbio
che "questo libro ha dato voce alle inquietudini e al senso di solitudine delle nuove generazioni"
senza aggiungere nulla al silenzio cui
sono relegate e a cui
sfrontatamente cercano di ribellarsi.

Install lascia ai suoi personaggi tutto l'onere di una proporzione complessa
svincolando con delicata innocenza
(Wataya Risa è appena ventiduenne e ha scritto questo libro a 17 anni)
l'attribuzione di un peso autoriale, di una consistenza critica, alla narrazione.
L'assenza di una pretesa esemplificativa nonchè di alcuna tensione didascalica
lascia che la mano dell'autrice si posi candida sul capo di una adolescente e di un bambino
scoperti in giochi e chiacchierate
torbide, forse, per l'orecchio che le ascolta.

Un interessante filone dell'attuale riflessione giapponese sull'adolescenza
che attraversa la cultura letteraria e quella sempre meno underground dei manga:
sfacciati, uomini e donne raccontano le mutandine bianche dei ragazzi in formazione.
Inaccettabile? Diseducativo?

Mi si permetta l'azzardo. Autori come Katsura, Video Girl Ai e I''s le sue opere più famose,
han saputo far piangere tanti ragazzi e tante ragazze, vibrare d'emozioni forti e positive,
aggiungere sensibilità e conferire valore ai sentimenti come propulsione dell'essere al mondo.
Come fondamentale senso dell'esistenza.

E qualche lacrima l'ho versata anche io, che ho 29 anni, e non certo per la commozione dinanzi a un indumento intimo.
Eppure Katsura, e Wataya Risa in Install, raccontano anche la sessualità, l'attrazione, l'iconografia dell'organo genitale
coperto, scoperto, alluso, o addirittura mascherato, scomposto, dichiarato in frantumi (interessante il recente Homunculus di Hideo Yamamoto),
e mentre nei loro prodotti letterari questo fiume scorre, all'abluzione il lettore può legittimamente esitare.
Perchè il corso dell'acqua è impetuoso, pur non perdendo trasparenza e dolcezza, pare possa trascinar via ogni cosa.

Equilibrio: la bellezza sconcertante dei primi segni visibili sul corpo che cambia, crescendo riflesso per la prima volta durante l'adolescenza,
può mettere in discussione l'equilibrio. E paventare tensioni assai rischiose, desideri sottaciuti ma non repressi, nell'essere disabituato alla bellezza.

L'esperienza che Wataya Risa lievemente racconta non credo possa dir qualcosa sui malesseri "giovanili", quanto possa in realtà insinuare dubbi legittimi sulla solidità di chi interpreta come disagio le normali prime seduzioni nell'uomo e nella donna.
Innamorati.
Questo è imprescindibile, ma non equivocabile.
L'amore primo, l'amore non mediato, che l'adolescente scopre di poter vivere è quello per il suo stesso essere. Essere vivo, carnale pulsante.
Non peccaminosa e depravata inclinazione masturbatoria, rituale reitarato nel mondo adulto proteso alla soddisfazione delle più basiche concupiscenze individuali, manifestazioni di una sessualità ingorda quanto immatura, inni alla produttività e al consumo cannibale, favole d'affermazione e conferma di un sè storpio e inetto. Le uniformi da indossare dopo la scuola.
Sono le parole sporche, le voci infernali, cui i protagonisti di Install si affacciano con incoscienza e rischio, sperimentando quale sia il futuro prima che sia il loro futuro, quale sia la condanna prima che ci sia un giudizio. Senza che ci sia un giudizio.

E forse è proprio questo quel che rimane. Una finestra chiusa su un mondo orribile, sigillata dentro un armadio come uno scheletro o un mostro immaginato (vedi Monster&co.), e il ritorno al movimento, alla dinamica libertà di una crescita quasi obbligata, tremendamente triste e spoglia di prospettive,
germoglio invernale di fiori incauti e nudi, ma non per questo,
privi di bellezza.

A.

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