Stigma




Scrissi questo articolo, lievemente modificato, un anno e mezzo fa.
Cosa è cambiato. È cosa cambierà.
A.

Le mie impronte digitali
prese in manicomio
hanno perseguitato le mie mani
come un rantolo che salisse la vena della vita,
quelle impronte digitali dannate
sono state registrate nel cielo
e vibrano insieme
ahimè
alle stelle dell'Orsa maggiore.

Alda Merini


Intenso frenetico quotidiano. Può accadere di fermarsi.
Il tempo di uno sguardo, scoprirsi a fissare qualcuno,
qualcuno che per il suo modo di essere al mondo,

di essere mondo,

inquieta, spaventa.

Ci si scuote.
Si procede. Verso i propri obiettivi.
L’oggetto di quello sguardo rimane distante, un altro mondo.

Qualcuno.
È spesso la maniera in cui veste, in cui si muove, la lingua incomprensibile. O la scelta, ancor meno comprensibile, di vivere per la strada, senza nessuno o solo con altri qualcuno.
Si “permette” a quella diversità di fluire, fintanto che non voglia opporre resistenza al consueto

procedere
nel proprio vivere:

cercando di ricondurla a ciò che si sa, si conosce,
lo sfondo predomina.

Aiutano le categorie, banali e tremendamente bugiarde, a non vacillare oltremodo: lo straniero, il barbone, il tossicodipendente, o un diversamente abile, un religioso, un portatore sano di ideologia, qualsiasi essa sia. Rassicura sapere che l’esteriorità permetta di non cadere nel vuoto, nel dubbio, e si restringa il tempo della domanda.

Senza conseguenze, vile indifferenza.

Ma può accadere che lo stesso intenso e frenetico ritmo sia interrotto da un discorso poco chiaro, da un pianto sconcertante, da un momento di smarrimento imprevisto e difficilmente plausibile: chi sta parlando, chi sta dicendo cosa, perché piange, o solo perché trema.

Le domande non trovano alcuna risposta negli abiti, né nella voce. Sembra incredibile stia accadendo, sembra che il tempo dello sguardo rapito si distenda fuori controllo, sembra che il passo stenti a proseguire nella sua sicurezza.
Non ci sono parole, figure o categorie per spiegare: perché quella donna, o quell'uomo, parla da sola, da solo,
perchè ha pianto improvvisamente, o perchè si è messa a tremare abbassando gli occhi, dinanzi alla strada da attraversare, chiedendo aiuto.

Allo sguardo una promessa, si chiede la promessa di

un movimento

la prossima volta si rivolga altrove, al primo cenno di qualcosa del genere, si rivolga altrove per non rimanere catturato nel rischio

di ciò che non sa, non può spiegarsi.

E si costituisce la categoria di ciò che non deve essere nè visto nè ascoltato.

I disturbi della mente non vestono facili abiti, non permettono un’immediata definizione, né si prestano facilmente ad avere un nome. I disturbi della mente richiedono urgentemente di non essere visti, perché il passo proceda sicuro e le domande zittiscano.

La mente dei sani non può e non deve sapere.
Di potersi ammalare.

Avviene che non sia un incontro occasionale, che non sia un passante o un compagno di autobus a vivere il disturbo mentale, ma che sia un familiare.

Avviene che la disperazione sia in una famiglia e sia, dinanzi agli occhi di chi non la comprende, una condanna senza rimedio.

E avviene che il malato diventi colpevole di portare dolore ai suoi cari.
Avviene che sia in una classe, a scuola, un cortile e sia un bambino a soffrire,
e diventi colpevole di non guarire
o solo di non saper spiegare cosa è che gli passa per la testa
quando diventa strano e irrequieto.
Quando spaventa.

Avviene di non farcela più a non chiedere aiuto
di non resistere
avviene di diventare un
pazzo qualsiasi, un altro da non guardare.

http://www.campagnastigma.it/

A.
(foto tratta da http://elusive.chaos-rules.com/index.html)

1 commento:

momyone ha detto...

avviene... ma qualcuno ha ancora occhi per guardare.