The Terminal & Final Destination


Il mio viaggio a Varsavia...

Il nostro antieroe lascia temporaneamente il sacro suolo italico...

The Terminal o Final Destination ?


Alessandro A.

Le prime avvisaglie già in aerostazione, quando mia figlia incastrando l’ombrello nella scala mobile quasi faceva cadere me e le persone dietro di me. Solo l’intervento repentino e prodigioso di un tale scongiurava una frattura multipla e scomposta. Poi la navetta fino all’aereo. Un temutissimo ATR, ben più corto dello stesso bus che ci trasportava. Posto numero tre. Pensai. Un numero perfetto,ma proprio sull’ala. Accendo il cellulare, ma non so come sbaglio ripetutamente il pin. Che succede, pensai. Poi la corsa sfrenata dell’aeromobile, così lo chiamano gli addetti ai lavori, sulla pista.

Quasi decolliamo penso, mentre un sinistro rumore mi fa girare di scatto. It’s the turbine, balbetta il vichingo al mio fianco, mentre la sua ragazza biancheggia. Poi una inchiodata. Siamo ancora a terra. Ma l’aereo frena i freni. Di botto. Secondi che sembrano secoli. L’aereo quasi si gira e punto i piedi e le ginocchia per non cadere in braccio al pilota che balbetta un serio problema si è verificato è meglio rientrare. Un tizio, in prima fila, si alza e rivolgendosi agli altri, ormai tra la stipsi e la diarrea, afferma. Siamo stati fortunati. Potevamo morire. Le hostess riappaiono d’incanto mentre l’aeroplanino fa inversione ad F sulla pista e si incammnina da Maccarese a Fiumicino.

Ho il cellulare non funzionante. Devo avvisare mia moglie. Che si aspetta una telefonata da lì ad un’ora, da Monaco. E chiedo al vichingo di prestarmi il cellulare. Approfitto anche per chiamare una zia di Melbourne che non sento ormai da mesi. Gli consumo la scheda, barattandola con un Lavazza, the original italian espresso. Lui accetta e la ragazza pure. Torniamo a Fiumicino e stiamo ben 40 minuti sull’aereo senza sapere di che morte morire. Mentre il solito tizio in prima fila prende in mano la situazione avvertendo tutti che il pericolo ormai è scongiurato e che dopo breve riparazione ripartiremo alla volta della tedeschia.

Invece no. La polizia sottobordo non promette nulla di buono. Ed infatti volo cancellato. E ci sbarcano. Qui ognun per sé. E ci si prende a gomitate. Chi arriva prima al banco riesce a trovare posto per altri voli. Invece no. Mi trascino il vichingo per tutta la corsa, e me la rallenta. Ma non abbandono chi mi ha fatto un grosso favore. Non sono così infame.
E al banco della compagnia di bandiera non sentono scuse, ragioni, o raccomandazioni. Si sprecano i lei non sa chi sono io, e ma mi faccia il piacere, chi è il responsabile, sono un friquent flaier, sono massone, sono pilota, sono un manager di una importante azienda e vi farò scrivere dai miei legali. Si millantano parentele tra le più stravaganti, dal cugino di Taormina, a Charles Aznavour. C’è chi non fa scorrere la fila e mi fa incazzare. Mi propongono l’albergo ma lo rifiuto ed un biglietto per la mattina dopo. Ore 9.10, scalo a Zurigo e ripartenza alle ore 11.35 per Varsavia. Accetto e torno a casa. Ma sono le sette di sera. E sono arrivato in aeroporto a mezzogiorno.

La mia valigia rimane lì, intatta all’ingresso. E la riprendo la mattina dopo. Ed ho già 40 anni. Ma ne dimostro stamane di più.
Il volo per zurigo scorre liscio, ma arrivo alle 11.25 ed ho 10 minuti per l’imbarco successivo. L’aereo atterrà al gheit A83, ed il mio, per la polacchia parte dall’A05. ma ho il temutissimo check dei bagagli. In Svizzera saranno pure neutrali ma sono sadici. Mi fanno praticamente spogliare, perché mi fanno togliere la cinta, ma ho perso chili ieri, nell’evitato disastro aereo. E mi cadono i pantaloni. Mi rifanno passare di nuovo la valigia, e vedono il PC.

Is there a laptop inside? Mi fa la padrona alla security.
Rispondo di si. Facendo notare che mi sta facendo perdere la short, too short connection, per Warsaw. Sti cazzi. Più o meno risponde lei con lo sguardo, mentre con fare da kapò mi ordina. Open the laptop please. Sussurro un li mortacci tua. E sono le 11.34. corro, corro. Ed arrivo all’imbarco. Lo stanno chiudendo. Con un colpo di reni, lancio tutto al di là della linea. Ho carta d’idendità e pc in bocca. Salgo sul bus diretto all’aereo. Cazzo è di nuovo un ATR. Ma parte stavolta. Arrivo a Varsavia in ritardo rispetto alla riunione. E c’è una fila ai taxi. E prendo un abusivo. E mentre mi porta alla macchina in un parcheggio sotterraneo. Penso. Ma sarò scemo. E se mi rapina. Lo misuro con lo sguardo e penso. No problem. Je posso menà.

E poi il ritorno. Scalo a Francoforte. Uno scalo di due ora. Ormai sono un animale da aerostazione. Mi nutro di cibarie aeroportuali e mi lavo e cago solo ai bagni dell’aeroporto. Sembro tomhank calvo mentre trascino stancamente i bagagli da un gate all’altro inseguendo i repentini cambi che sadicamente il destino sembra propormi. Arrivo a roma, che è già notte. Sono stanco ed incredulo. Ed uscito dalla parodia di due film. Tra the terminal e final destination non saprei scegliere. Ma mentre attraverso evito un gatto nero. Non si sa mai.

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