Lo scavalco

Una (stra)ordinaria storia da stadio del caro Alessandro di webradio80.
Caro Alessandro, avevo 9 anni e persi un temperamatite nuovo per quella partita.
Si può soffrire, ma che bello amare. E forza Italia stasera.




Sono le sette di sera del 13 aprile 1986. due sciarpe giallo ocra rosso pompeiano sventolano fuori da una uno bianca.
Che sfreccia tra piazza meucci e via oderisi da gubbio.. Siamo in quattro ma le due dietro contano poco. Più avanti negli anni scoprirò il perché.
Incastonati nel settore ospiti, messa a dura prova la prostata, ringraziato il buon sbrolli, milite, non esente, in esilio forzato a pisa, abbiamo assistito ad una fantastica rimonta, l’ennesima. E ora siamo a pari punti.
Domenica c’è il lecce, riccà.
Andiamo io, te e franchino. Ma stavolta. Stavolta. Scavalchiamo.
Co franchino, riccà?
Eccerto. Risponde, mentre intoniamo catch the fox di den harrow..
franchino, il cugino di paolo. È un romanista fracico, come noi. Sul cruscotto della sua 127 nocciola al posto dei vari “vai piano” e “pensami, manuela pensami, pensami manuela” una tripletta. pruzzo, conti, e cerezo, in formato panini.
franchino, a dispetto del diminutivo stazza parecchio. Na cifra. Forse tripla.
Prendiamo posto in curva, come al solito. Ma dopo poco iniziamo il trasloco.
Via riccardo, agile come uno scoiattolo, vado io, come uno scoiattolo, artritico. E poi franchino. C’è il vetro.ma lui si innalza, fiero e impavido. Cazzo. Le scarpe a ventosa. La sigaretta tra i denti. con un balzo è dall’altra parte. E siamo nei distinti. Lato tevere.
Segna graziani. Col sette. Uno a zero. La juve giuoca in casa col milan. Siamo a più uno.
Esce ciucci ed entra negretti, il portiere di riserva. Lo prendiamo per il culo. A fine partita sarà il migliore in campo.
Il lecce ha totalizzato un solo punto in trasferta fino ad ora. In casa dello scudettato verona, 2 a 2. poi il vuoto. Anzi il pieno. Ma di sconfitte.
Mentre scavalchiamo dai distinti alla tevere non numerata. Ci pareggiano. Mentre ci sediamo ci passano. Ancora. Andiamo avanti. Noi di settore. Loro di goal.
Altro scavalco ed è la fine del primo tempo. E siamo in tevere numerata. E non ho più le sigarette. Le ho finite. Mi attacco alle ms di franchino. Il secondo tempo è frenetico. Segnano ancora, ma sono fiducioso. Forse folle.
Intanto laudrup ha segnato l’uno a zero. Entra pruzzo. Il 2 a 3. il pareggio non serve. Figuriamoci la sconfitta.
La juve ci scavalca. Sono in lacrime. Abbiamo perso lo scudetto. La juve andrà a lecce. Noi perderemo a como per uno a zero.
A settembre parto per il militare. C’è un tipo di lecce. Canta. Siamo quelli del 20 aprile roma due lecce tre. Lo congedano il giorno successivo. Per eccesso di sapone nelle prime vie respiratorie.


Alessandro A.

Tom Waits Day (Videoforum 6.0)

Un ombrello che
beve whisky e predica
con la voce che mille bufere
gli han bruciato in gola

accoglie
e senza timore racconta
l'amore e il dolore
il sangue e il colore
delle sue anime.


Buon ascolto,
felice visione
al Bar dello Sport.

Take me home



Tom Traubert's Blues





Bunny (animazione con musica di Tom Waits)







Coffe & cigarettes (Tom Waits e Iggy Pop)






A.

Metti Luciano Moggi a cena (e a letto i piccoli)


Ho visto la trasmissione ieri sera.
Mi ha fatto tristezza.
Ma non per Luciano Moggi, non merita le sue stesse lacrime.


Tristezza per quello che raccontava con semplice, disincantato realismo.


Il valore della vittoria lo faceva innamorare
della sua gente e della sua squadra perchè,
ci ha tenuto a ripeterlo infinite volte,
la Juventus è un azienda seria.


Pochi accenti da tutti su sto fatto, poco scandalo dalla stessa Ministro Campanellino,
nessun pregiudizio, so' di sinistra lo san tutti,
ma gli occhi e le orecchie sono le mie non le scambio con un voto.


La vittoria porta amore e che cosa c'è di più facile allora.
Farsi una sega costa meno di mantenere in vita un matrimonio.
Ma se chiudo gli occhi me la son fatta con la Bellucci.
Vuoi mettere col fare la spesa al caldo e portare le buste.


E l'azienda poi. L'azienda.
Quella che ideologicamente mi mangia le interiora tutti i santi giorni.
Quella per cui devo sacrificare la mia testa e,
senza metafora, permettetemi, il mio culo.


Il Calcio è dunque condannato?
Una carogna che continuerà incessantemente a morire?
Io amo il calcio delle partite nei cortili e quello degli abbracci delle curve.
Quello che permette di spiegare ai ragazzini che
una squadra tutta di forti contro una tutta di deboli
rende il gioco meno divertente ma non solo.
E' iniqua, è ingiusta, è violenta, come la vita può essere.


Ma se così non è.

Ai ragazzi non sarà il caso dunque di parlare di partita doppia invece che di tecnica, tattica e valori sportivi?


E non la mesta partita dissociata, la patacca mediatica per le scimmie ammaestrate,
quella degli arroganti venditori di carta igienica e dei deliri asfittici del nostro commissario tecnico.
No, la semplice partita doppia delle entrate e delle uscite, dei più e dei meno, dei soldi e del modo per farli, delle tasse e del modo di non pagarle.


Cari tifosi, anche noi quando parliamo di mercato
sembriamo ben educati oramai all'apparato di cattura.
Ci contiamo i soldi in tasca e buttiam via un calciatore come una figurina inutile,
magari dopo averlo osannato per un risultato
vagamente storico o solo per un gesto, che ne so, di un pomeriggio.


Poco cambia.
Non mi basta chiedere il castigo di Moggi. E lo chiedo.
E non mi basta immaginare un castello di infami dietro di lui. E lo denuncio.


Vorrei di più.
Vorrei che si iniziasse a mettere in discussione e a pulire il nostro stesso modo di guardare.
Il calcio. I cortili. E il pallone che rotola. Rotola. Rotola. Ma prima o poi, sempre.
Si ferma.


A.


p.s.
Per Pessotto solo un pensiero. Spero non soffra. Spero guarisca e sia felice. Spero che la sua felicità possa migliorare il mondo. Del resto non mi interessa.

A mala pena


Il barista ha ricevuto quest'oggi un'email dall'Associazione Ferruccio Benzoni.
Con grande gioia ha ringraziato e accolto l'invito a conoscere il lavoro da loro svolto
per l'opera del poeta di cui, ahimè, si ha gran difficoltà a reperire le pubblicazioni.


A memoria di Ferruccio Benzoni questi versi e il pensiero.
Che qualcun altro ancora si ricordi delle sue parole. Lasciate semplicemente in dono.
Come tutte le parole scelte da ogni uomo che scrive.
E scrivendo innamora e ama.



A mala pena


Armato da sempre contro me stesso
- (dal tempo di una cometa
celeste cagionevole) - versi
mi tenterebbero tipo
"da morirne un vento"...
Ma poi come tutta si dirada
la chiarità (lo sprofondo)
e un crocchio di figuranti
mi fa sentire d’essere carnefice
in una tritura di madeleines amare.

F.Benzoni

A.

così felice

In questo momento
vorrei solo abbracciare Laura
i miei fratelli mio padre mia mamma


Ciccio che soffriamo dalle superiori insieme
gli amici di Testaccio

tutti i romanisti con cui guardavo le partite
nei sottoscala di Bari
Lonewolf e gli amici di ozoz
e tutta la straordinaria community romanista

in particolare RaR, NicoG, Psole, Lupocattivo
e Mauro che come me sarà in lacrime.

Grazie Capitano
grazie perchè mi fai sentire ancora
così bambino
e ancora così felice.

In un abbraccio,
tutti.

Gli altri, stiano a guardare.

A.

Tu chiamale se vuoi, emorroidi


Tempo fa il fratello del barista è stato felicemente operato di tumore al cervello: benigno, ma grande quanto un arancio tarocco. Lo aveva dalla nascita e il cervello gli era cresciuto intorno, fino al limite di pressione tollerabile. Poi le crisi, la dignosi dagli specialisti, il rischio e la paura,
l'intervento e la terapia di sostegno. Sembra passato un secolo. No, chi viene al bar sa che è solo l'altro ieri. E' andato tutto bene. Ma.


Nonostante le dieci ore di intervento prodigioso, la madre del barista è infuriata con i medici. Perchè. Tanta ingratitudine.


Perchè non era necessario. Arrivare al rischio, no si poteva fare di meglio.
Per anni il fratello del barista ha lamentato tutti i sintomi che certamente non sta ad amici e genitori collegare all'arancio tarocco impropriamente ospite.
Dal medico curante per un calo della vista repentino e ripetuto, per mal di testa e spossatezza: ma sì, sta crescendo, i ragazzi son fatti così, si lamentano sempre, non vogliono andare a scuola.
E poi questa generazione è così svogliata, disinteressata, apatica. Dove andremo a finire signora mia.


Mia madre ringrazia il cielo ogni giorno per le mani che han salvato, curato suo figlio.
Mia madre non perdona la negligenza presuntuosa, il giudizio morale e non professionale, la pigrizia offensiva e irresponsabile di chi, in sedici anni non ha mai commissionato un esame.
Fa bene.


Diceva Gandhi. Si può perdonare solo quando si è condizione di scegliere il perdono.


Noi no. Noi che non ci presentiamo con un cognome d'oro, noi bassi, noi storpi, noi che non possiamo promettere nulla e chiediamo provocatoriamente il giusto, non possiamo scegliere il perdono.
Ancora. Accade.


Che io stia male, dio mio, niente di paragonabile al pericolo corso da mio fratello.
Ho semplicemente in continuazione un bruciore al fianco, colite mon amour.
E la colite ha portato le emorroidi, che dio le abbia in gloria.


Sono stato in ospedale, una visita e la necessità di un consulto specialistico. Bene.
Quando. Dopo otto giorni.
Cosa. Accade. Ancora.
Io posso contare sulla flessibilità, non solo. Le prassi e i comportamenti dei miei colleghi e responsabili non mi crea preoccupazioni che non siano quelle relative al mio senso del dovere.
C'è comprensione, bene. Eppure ci sarebbe chi non potrebbe mai permettersi otto giorni così. Con niente di mortale senza dubbio. Ma un'inadeguatezza ai compiti quotidiani tale da porre imbarazzi e angoscie in chi, ci giurerei, molto spesso arriva a questi malesseri per una vita di merda.
E accade. Dell'altro.


Che mi venga la febbre, che la febbre arirva di sera sì sa, è creatura notturna.
Dottore, mi scusi, ho un po' di febbre non è che.. Non è che.
Sarà influenza, si figuri.
Che coincidenza anche lei qui?


Non una visita, escludendo le proprietà d'analisi di una telefonata. Non una preoccupazione, certo. Il culo, d'altra parte è il mio.


Passano due giorni, la febbre non va via e mi duole adesso il gluteo, fino al fianco. Basta, richiamo, poveraccio lo disturbo di domenica. Io vorrei. Non vorrei. Ma se vuoi.


"C'è la guardiamedica dal venerdì alle 10". La segreteria così dopo un solo squillo.
Fanculo. Chiamo la guardia medica che in tutta evidenza conviene con me sulla semplice diagnosi di un'infezione in corso.
E vai con gli antibiotici.
Ma scusi per le emorroidi che sta prendendo?
Gli avrei voluto rispondere con il cuore ma la mente mi ha preceduto. Niente, il mio medico ha stabilito che si può aspettare fino al 28. C'eravamo tanto amati.
E vai con il trattamento per quel che da giorni mi tiene immobile e addolora. Così semplice. Altro che sensi di colpa.


Sarebbe stato meglio avere una visita, forse. Ma avran pensato che in una camera dove già alloggiano malesseri e iracondia non c'era da propor ulterior disturbo.


Mi chiedo soltanto.


Se io avessi un altro cognome, se potessi permettermi uno specialista per ammazzare anche le zanzare in camera, se io avessi qualche orecchino in meno e un tatuaggio meno evidente, se avessi i capelli corti e le ginocchia levigate, se dessi l'impressione di poter ricambiare un favore, se.
Sarebbe comunque lo stesso.


Forse no.


Rimane la certezza. Si muore tutti.
Siamo uomini, non angeli.
Ed è una meraviglia.


A.

Parole / potere


Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.


D'oro ogni cosa
si cinge la veste
e mi sorprendo muto
al ricordo
di versi paterni.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.


Al sudore delle partite estive
segue l'arsura della matura noia
come attendere il proprio turno
come essere arrivato tardi
come tornare a casa senza aver giocato,
stanco.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.


E mi attrae
la proposta di una pianta
vuole essere una fata
così grassa e imbruttita
mi propone un ballo
un ballo bambino.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.




E ricordo allora.
Quel gigante della terza G
che provocai citando Montale.
Ridicolo imbranato
io bello agilbrillante
lo irritai, lo derisi, usando
e abusando
delle metafore preziose
lasciate al bordo delle scale.


A quattordici anni
assaporai la forza e la vergogna
della parola armata.
Calciai la faccia tonda
di quel tonto minaccioso.
Mi guardai le mani
e le sentii sporche:
era qualcosa di più scuro
oltre il segno
lasciato dal pallone
e non bastò l'acqua
a mandarlo via.

A.


Per un'analisi testuale dei versi di Montale: Letteratour.
Immagine tratta da: F. Costantini.

L'albero e il sasso (o Del barista malato)


Il barista non sta bene e non si tratterrà nello scrivere.
Vien qui lascia un biglietto e spera che gli amici del Bar non gliene vogliano.


Torno subito, no, non basterebbe.
Cerco una storia, una vecchia storia scritta da me

qualche anno fa, ingenua forse, ma perchè no.
E la lascio su questi tavoli, sperando di far cosa grata.

Un particolare saluto a Claudia, una cara amica,
forse verrà da queste parti, chi lo sa.
A presto,



Glielo disse molte volte.
Ma tutte le volte che glielo diceva, quello non faceva che ignorarlo.
Spostati! Eh spostati! Ma quello niente, dritto e lungo pungeva lo stesso l’aria dappertutto intorno per molti metri. Si stagliava su tutti gli altri di un verde prezioso; non sempre era stato così alto e vigoroso, ma quel suo verde spezzava l’aria, sin da piccolo arbusto spiccava agli occhi.
Intorno la terra si era assai invecchiata.
Il monte sullo sfondo dormiva tutto il giorno. Il monte sullo sfondo sembrava triste e solo su un orizzonte piatto e noioso, non parlava da mesi con nessuno e dormiva tutto il giorno. Che la stagione era bella e non c’era nuvola per un saluto, una confidenza, un pettegolezzo.
Il sottile distendersi della copertura erbosa stentava sdrucito e confuso, e contrariato dalla falsa memoria perdendo le linee dello spazio non avrebbe saputo spiegare ad alcun viandante la strada per alcun posto. Una severa ruga sulla sua fronte distingueva però uno spazio destro e uno mancino; su quella ruga passavano i carretti di un casolare vicino. O raramente uno strano camion rosso e rumoroso, che da quando era comparso non mancava di sentenziare l’alternarsi scomposto delle settimane, un tempo svincolato, ladro e truffatore, aveva sciolto il nodo delle stagioni.


Sul lato mancino le ombre preannunciavano l’inizio di un bosco modesto e sincero, da sempre disponibile a creare forme nuove al movimento del sole.
E in questo bosco, nel punto più interno, con una corona di ciuffi rigogliosi si alzava l’orgoglio di tutta la valle. L’albero.
Che nei boschi ci siano alberi, non è certo motivo di orgoglio. Anzi, mai si è visto un bosco senza alberi. Ma quello che si vedeva da lontananze improbabili; quello che non sfidava il monte perché rispettoso, ma ugualmente sovrano agli occhi di tutti; quello la cui ombra nascendo nel punto più interno del bosco arrivava a solleticare le bestie del casolare e improvvisamente quelle le sentivi strillare e strillavano così forte che tutti si aspettavano un terremoto o un uragano o una frana di quelle tremende, ogni santo giorno a un’ora di un momento diversa se l’aspettavano. Ma era l’ombra e nient’altro che niente. Niente mai accadeva in quella valle, che ospitava l’albero più grande che si sia mai visto. L’Albero.
E sotto l’albero era arrivato portato chissà da dove, chissà da chi, un sasso.
E il sasso non sopportava la maestosità di quel prodigio perché le sue radici si liberavano dalla terra proprio davanti al suo naso. Davanti al suo naso, togliendogli la vista, lo spazio, il respiro.
E glielo disse molte volte.
Ma tutte le volte che glielo diceva, quello non faceva che ignorarlo.
Spostati! Eh spostati!
Ma quello niente, dritto e lungo pungeva lo stesso l’aria dappertutto intorno per molti metri. Si stagliava su tutti gli altri di un verde prezioso; non sempre era stato così alto e vigoroso, ma quel suo verde spezzava l’aria, sin da piccolo arbusto spiccava agli occhi.
Intorno la terra si era assai invecchiata.


Il monte sullo sfondo dormiva tutto il giorno. Il monte sullo sfondo sembrava triste e solo su un orizzonte piatto e noioso, non parlava da mesi con nessuno e dormiva tutto il giorno. Che la stagione era bella e non c’era nuvola per un saluto, una confidenza, un pettegolezzo.
Il sottile distendersi della copertura erbosa stentava sdrucito e confuso, e contrariato dalla falsa memoria perdendo le linee dello spazio non avrebbe saputo spiegare ad alcun viandante la strada per alcun posto. Una severa ruga sulla sua fronte distingueva però uno spazio destro e uno mancino; su quella ruga passavano i carretti di un casolare vicino. O raramente uno strano camion rosso e rumoroso, che da quando era comparso non mancava di sentenziare l’alternarsi scomposto delle settimane, un tempo svincolato, ladro e truffatore, aveva sciolto il nodo delle stagioni.
Sul lato mancino le ombre preannunciavano l’inizio di un bosco modesto e sincero, da sempre disponibile a creare forme nuove al movimento del sole.
E in questo bosco, nel punto più interno, con una corona di ciuffi rigogliosi si alzava l’orgoglio di tutta la valle. L’Albero.
Che nei boschi ci siano alberi, non è certo motivo di orgoglio. Anzi, mai si è visto un bosco senza alberi. Ma quello che si vedeva da lontananze improbabili; quello che non sfidava il monte perché rispettoso, ma ugualmente sovrano agli occhi di tutti; quello la cui ombra nascendo nel punto più interno del bosco arrivava a solleticare le bestie del casolare e improvvisamente quelle le sentivi strillare e strillavano così forte che tutti si aspettavano un terremoto o un uragano o una frana di quelle tremende, ogni santo giorno a un’ora di un momento diversa se l’aspettavano. Ma era l’ombra e nient’altro che niente. Niente mai accadeva in quella valle, che ospitava l’albero più grande che si sia mai visto. L’Albero.


E sotto l’albero era arrivato portato chissà da dove, chissà da chi, un sasso.
E il sasso non sopportava la maestosità di quel prodigio perché le sue radici si liberavano dalla terra proprio davanti al suo naso. Davanti al suo naso, togliendogli la vista, lo spazio, il respiro.


A.

Lettera di un ragazzo di 13 anni per niente stupido


Questi pensieri li ha scritti mio fratello Luigi (buon onomastico!!) sul suo blog.
Ha 13 anni ed è uno dei più grandi intenditori di calcio che io abbia mai conosciuto.
Ha imparato a leggere prima della scuola grazie al Televideo: ovviamente sempre a pagina 201!


Luigi scrive molto bene, ha davvero talento e quando migliorerà nella grammatica, se non sarà già un campione di basket -eh sì, è bravo anche a quello - potrà essere anche un geniale scrittore. Chissà. Intanto non roviniamo il gioco che lui, io e tanti altri amiamo.
Guardiamo le cose belle e aspettiamo giustizia. Sembra poco, solo una parola.

(Mantengo per rispetto dell'autore la formattazione e la stesura fedele del testo).


vedendo le partite dei mondiali mi sono accorto come potrebbe essere bello un calcio come lo vivono i giocatori africani.essi conoscendo la poverta giocano senza interssi e con una voglia di giocare non con una voglia di far valere la loro supremazia.prendete il trinidad e tobago una squadra guidata dal loro capitano yorke,che per chi se ne intende se lo ricorda nel vecchio manchester, e una squadra difensiva non attaccabrige semplice con una tifoseria tranquilla e un umilta che il brasile non ha ,con la svezia hanno fatto 0-0 conquistando uno dei pochissimi punti che in tutta la loro storia hanno fatto ,altro esempio l'angola squadra umile che ieri hanno conqistato il loro primo punto mondiale.questo in italia non esiste il calcio e solo un bisness formato da tanti vip che guadagnano piu di 1 milione di civili ,loro non giocano, a loro li intetressa la bella vita,il giorno dopo li trovi drogati sulle riviste.da anni si parla del calcio sporco ,soldi ,soldi e soldi.calciopoli e una conseguenza di tutto questo ,io per questo dico che trinidad angola e tunisia e altre nazionali sono campioni nel cuore.saluto mia nipote marianna con un grandissimo bacio e sua madre nunzia suo marito gennaro.forza trinidad e angola


A.

Domenica d'agosto, Emmer


Tempo fa scrissi questi versi, dedicati a Roma e ai romani,
li ho ancora nel mio cuore. E li riporto qui al Bar.
Domenica d'agosto è un film meraviglioso,
diretto da Luciano Emmer.
Bevo l'orzo adesso, non fa male.
Uomini panciuti
in riva
al margine di un incanto
la terra si riempie di corpi
e voci
frantumi
di sole
spiagge romane.


E il bianco e nero
corse sulle spine
e i nomi cambiati che toglievano
il sonno
spostano l’acqua da mare
a mare
scegliendo la vita
o la morte.


Mi si incupisce lo sguardo
nel lieve contorno della
sera
quando una discesa ruba
alla vista dell’innamorata
l’ultimo saluto e si insinua
il tremore
delle luci notturne.

A.

Chi vuol esser lieto sia (o del Re Caduto)


Ho visto un rè!
Ah beh, sì beh, ah beh, sì beh...
Un re che piangeva seduto sulla sella,
piangeva tante lacrime...
(E. Jannacci, D. Fo)

E così cade anche l'erede.
Ma sì, un uomo debole, condizionabile,
un flusso d'aria calda
generato dal semplice movimento
dell'auto che va,
vada verso il mare o verso il sole,
l'auto va
e il flusso d'aria calda lo divora.
Il padre disse: datemi lo stemma
di famiglia, indietro Savoia,
questa roba morrà con me,
non c'è auto che tenga.

L'Italia degli arbre magique
scopre una nuova essenza:
il verdetto d'ambiente,
non è denso come il pino, quello sì verde di montagna,
non è mesto come il muschio, verde di nome ma non di fatto,
il verdetto d'ambiente ha un non so che di promettente
e lo si annusa come il collo
di una sensuale statua egizia.
Quante cose sappiamo,
quante cose sa il barista e quante
ogni cliente che da qui è passato.
Il pallone era truccato, certo,
così veloce senza ritocchi non poteva andare,
l'avevo detto io,
e tutto quel fumo, tutto quel fumo,
come fare a non vederlo, a non vedere.
La politica quella si è sciacquata
una decina d'anni fa
ma si sa, l'uomo è cacciatore,
e dopo aver cacciato mangia.
Dissi a un bimbo con un sorriso pianoforte:
dovresti lavarti i denti.
L'ho fatto, rispose, due anni fa,
l'ho fatto, lo giuro.
Gli ho creduto
per tutto il tempo
che mi ha guardato.
Ma che vogliamo fare,
citar la bibbia e la sua legge del taglione?
Intanto ci andrei piano a parlar di legge.
Chi legge cosa. e a legger tanto poi non si
legge bene, e a legger poco poi ti passa la voglia.
Legge RE zza. Miserabili gli uomini
che non san vivere senza diritti e doveri,
ci riescon persino le scimmie.
Eppur si gode.
Dinanzi all'ultimo colloquio possibile,
quello strano mirabile progetto costituente
che è la selezione di una umana bensì risorsa,
l'uomo non ha da mentire, o d' incantare,
ma nell'italica virtù s'adonta a recitare
quei versi aulici, casti, inveterati:
sì, sono il figlio di mio padre,
sì, stanno tutti bene.
Non mancherò e saluti alla signora.
E se mi venisse mai l'idea di
fare io una domanda al domandante,
che non saprei dove cominciare
con l'amico di mio padre,
forse strinte le mani
al petto
al par di noce sul gheriglio
oserei invero:
mi spieghi di grazia
ora che la carta è tinta e il posto comandato,
mi spieghi lei che può,
come cazzo fa a essergli amico.
Così anche l'erede è caduto,
il tacco nella grata
non l'ha graziato:
eran solo donne
e donne suppellettili,
qualche goliardico bottone,
e due telefonate da ubriaco.
Ne vogliam fare un martire,
un capro, un espiatorio:
e sia, che sia, l'ennesimo dispetto.


La terra trema.
(L.Visconti)

Trema?
E voi non tremate bei peninsulari!
Trionfi Bacco e canti Arianna,
siano alti e lieti i calici
e il Piave mormori, o sì che mormori:
non c'è luna ma siam lupi mannari.

Quant'è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
(Lorenzo De' Medici)

A.

Daniele De Rossi (o Dei delitti e delle colpe)


figlio mio
sei recidivo
e sei anche troppo intelligente per
esser giustificato
rispetto ad altri animali.


eppure.
ti han buttato fuori.
eppure.
ti han buttato fuori giustamente.


quella gomitata non
dovevi colpire
il viso del tuo nibile contendente
no è un gesto vergognoso e
violento


per lo più adesso.


che segnare una faccia
quando una faccia tutti vogliono si dipinga pulita
non è accettabile.
caro daniele hai privato i nostri sogni
non solo del tuo irascibile carattere
ma anche di quella storia bella
che è il tuo condurre con passi
ogni singolo passo altrimenti tremolante.


daniele, non sei perdonabile,
no non ci può esser perdono per chi
svilisce il carico morale di un gesto eroico
non ci può essere attesa
per chi stenta comunque a comprendere.
il giusto. e il meno giusto.


sarebbero queste le parole
le parole da iniettare appena
sotto pelle a un condannato senza attenuanti
sarebbero le parole giuste per placare
i tuoi muscoli imbizzarriti
i tuoi nervi scordati


daniele piega il capo e guarda ogni bocca
che ti porgerà un simile fiele
e poi serenamente ammetti
la tua viltà d'umano


che sia il roteare denso del mondo
ad accarezzare il tuo solitario
piantoche sia l'ammansire mesto del cielo
a lenire le curve severe d'un dito giudice


che sia semplicemente breve però
lo spazio dal prossimo peccatore
semplicemente breve
il passo tra la ragione discussa
e la parziale follia


e infine sia breve il tempo
che ogni uomo si concede
e tu pure possa concederti
all'ombra del cemento muto
che lo lascia solo.
nessu uomo merita
questo
nessun uomo può rimaner
solo


quando il cuore gli mangia il petto.


ci sono troppe colpe
affamate
in ogni spettatore del gioco
perchè la vergogna sia possibile
oltre il bacio
di un docile
sottile
innamorato
pitone.


A.

The Postal Service Day (Videoforum 5.0)

Ironica


musicale plastilina
la voce delicata


e dissacrante
miele elettronico


lascia intrisi
e rivela la delicatezza
spietata
del quotidiano.


Buon ascolto,
felice visione
al Bar dello sport.





Such great heights



Sleeping in



We'll become silhouettes




The district sleeps alone tonight




A.

Che faresti se fosse l'ultimo giorno della tua vita



Cosa farei se fosse il mio ultimo giorno di vita,
domanda.


Risposta.
Mi lascerei dondolare su una pianta
che sembra una torta
mi lascerei dondolare su una torta
senza schiacciarla
neanche un po'.


Poi conterei
numeri a caso
senza cercare di controllarne
il senso
senza accorgermi
volere accorgermi
che il precedente sia
più grande o più piccino
del successivo.


Berrei dell'acqua
tanta acqua fino a saperne descrivere il
sapore
e proverei a modellarne forme
a farne pupazzini
uomini da baciare e
consolare.


Mi toccherei le punta dei piedi
sarei attento a sentire
ogni muscolo della schiena
ogni muscolo della schiena
raccontare i suoi amori
di gioventù
e


proverei a dipingere una parete
di bianco
e di nero
di bianco e di nero
ancora e ancora
evitando accuratamente di lasciare zone
di grigio.
Lo farei vestito di rosso.


Cercherei di aderire alla terra
lo farei nudo
sulla pancia
e quando vi riuscissi
proverei a infilare nella terra
le braccia
fino a toccarne il cuore.


Conterei i passi
che mi separano dalla luna
e darei un nome a tutte le stelle
salutando coloro che vi abitano.


Con le labbra
accarezzerei gli occhi chiusi di mia moglie
e i capelli dei miei figli
con le labbra


saprei cosa dire
per dire qualcosa
di giusto
di importante
per l'aria
perchè l'aria
mi starebbe ad ascoltare


e con le labbra
gonfierei un materasso
per poi lasciarlo
libero di respirare.


Chiuderei a chiave
una sola parola
che non sarebbe un nome
chiederei a mia moglie
di custodirla
senza mai chiedersi
la parola che le ho consegnato.


Mangerei
e berrei con gioia
e non saprei
assaporando ogni cosa
ancora una volta
a chi dire grazie
a chi chiedere scusa.


Penserei a chi mi ha dato la vita
alla vita che ho saputo darmi
e la stringerei al punto
di farne ceramica
e
con una lacrima sola
nei farei ceramica lucida.


Saprei di aver fatto tutto
saprei di aver fatto del mio meglio
avrei sonno e
non esiterei a dormire
per un minuto
e un minuto soltanto.


A.

Il Rosso


Un grembiule di tela fitta,
pesante, robusta d'elefante
tela che non assorbe.
Respinge e fa cadere.
Tutto intorno
al barista intento al suo lavoro
dormono le macchie,
il pavimento d'Arlecchino.

Il mio conto in banca
adesso significa
avere un debito.
Non ho mai visto
chi
mi ha prestato il denaro.
Ma so
perchè
non ne ho abbastanza
senza di lui.
Arriva ogni giorno.
Il sole si spezza.
Sanguina nel Bar
ogni giorno
biascicando bestemmie
e scolando amaro dolciastro.
Il patriarca dei girotondi
raggiunge le mie finestre
e vi lascia
scorrere l'ira per quel gioco fatuo:
si vede consumare
il vecchio sdentato
e inveisce senza guardare
mai
negli occhi nessuno.
So
che per
quel che necessito
so
che per
il tempo che mi basta
si può perdere tutto.
So anche
che
si nasce figli
di amori
e futuri
diversi.
Si può dimenticare
la maternità del caso
abusando di dio,
disse poi.
Senza potergli rispondere
gli versai una vodka.
Era una donna stanca
giovane tranne che sugli occhi
palpebre come nidi
bevendo non smise
mai
di mordere il vetro.
Sarò ancora solido
sarò ancora flessibile
sarò bello
e sarò bello di bellezza sincera.
Guarderò senza desiderio il mondo
ma ambirò al cielo,
che troppo poco vi lascio
sudici porci,
troppo poco vi lascio
bavosi vermi.
Io,
io sono
il Rosso.
A.


(schizzo di Diego Romano)

Lei e il suo gatto

Un meraviglioso cortometraggio di animazione di Makoto Shinkai.

Il barista e la sua Laura han pianto commossi..








Allora sì che li amo
gli esseri umani.
Anche io.
Come un gatto però.


A.
(Dvd distribuito in Italia da D-World)

Tifo ergo sum


Sono tifoso. Perchè.
Forse perchè stare dalla parte di quelli che snobbano
mi farebbe orrendamente schifo.


(Il barista è nervoso.
E Il suo colon non apprezza).


Non ho grande sentimento delle mie radici,
anzi. La Puglia dove sono nato per me
sarebbe una terra qualsiasi
se non ne conoscessi i dolori, le malattie,
gli sfregi. Se non li sentissi miei sempre e dovunque.


E se c'è una continuità emozionale nei miei giorni
è nel rancore che porto, ineffabile e inesauribile,
nel confronti della penisola dei figli di e degli amici che:
umanità senza morale, bassa e triviale,
in cui la regola è un eccezione
e l'arte di arrangiarsi l'anatema di dio.


Io non sono solo, non vivo solo
e non posso volare, devo camminare
e il mio Bar lo sogno e lo amo
per posare i piedi senza temere
sorprese. Botole, condanne o
defecazioni che siano.


L'Italia, gli italiani. E la brava gente.
Le infelici cantilene del gioviale parolare,
le carriere sotto l'albero, e i tronchi infissi nel petto
dei falsi vampiri, alla nascita, vampiri bambini
segnati dalla necessità di non poter
vedere il sole.


Si ride e si beve,
e sono i taralli ed è il vino: fiele in vene di cristallo,
m'auguro guardando i fuochi di ogni festa,
ogni festa una scusa e una colpa sbiadita,
ma il canto tronfio del ranocchio più grasso
attira gli occhi di tutti. E si balla fino al giramento
di testa, che ci si vuol bene alla fine,
alla fine siamo sotto al cielo signora mia.


Eppur si tifa.
Dicevo.
L'ho capito crescendo.
I palazzi si facevan piccini
e potevo prender l'ascensore da solo.
E scoprivo che quel tempo
dal piano T al quarto piano
lo passavo a leggere le targhette
imbarazzato dal mio riflesso
nello specchio, così zitto da non veder l'ora
che l'ascesa, o la discesa, finisse.


Sapere cosa fare, sapere cosa dire, sapere dove mettere le mani.


Tifo ergo sum.
Questa sera non vedrò la partita,
non sarò a scambiarmi telefonate con gli amici e i miei fratelli,
non sentirò mio padre ribadire il suo amore per Totti,
che poi è il mio e chissà, forse così ci vogliam più bene anche tra noi.


Devo lavorare, stasera.
Qualcuno per giustificare la scelta infame
di questa tra le infinite sere
ha affermato. Il calcio è un fenomeno marginale.


Certo. Un fenomeno capace di fermare le guerre civili.
O di far vergognare un popolo intero.


In ascensore.
L'Italia che sale, l'Italia che scende
preferisce guardare le targhette,
non le partite,
imbarazzata dal suo riflesso.


Siamo così innamorati di una sfera.
Forse perchè rotola. Va via.
Fino a quando qualcuno
non lo butta in rete.
Quando il pallone
supera il portiere
è l'anima che ti rimane in gola.
E ti senti persino vivo.


Una testata fortissima
contro uno spigolo.
Riaprendo gli occhi
rimanendo in piedi
contando i respiri. Vivo, ancora.
Fino a prova contraria.


Forza Italia! Daje France'!


A.

Mum Day (Videoforum 4.0)

Musica di cristallo
una voce sibilante di futuro
il cielo basso lontano
mai piatto disegna ombre
tardo romantiche.

E lacrimarono le rocce
il vento in una perla
d'incanto si fregiò
la danza della luna.

Buon ascolto,
felice visione
al Bar dello sport.



Green grass of tunnel




Weeping Rock, rock




Will the Summer Make Good for Our Sins?




From seed to painting.
Music by Mum. Art by Maria Guzman


A.

Lilium


Questo fiore
è sbocciato
oggi.

II. Nutrire la persona



Sotto il cielo tutti
sanno che il bello è bello,
di qui il brutto,
sanno che il bene è bene,
di qui il male.
È così che
essere e non-essere si danno nascita fra loro,
facile e difficile si danno compimento fra loro,
lungo e corto si danno misura fra loro,
alto e basso si fanno dislivello fra loro,
tono e nota si danno armonia fra loro,
prima e dopo si fanno seguito fra loro.
Per questo il santo
permane nel mestiere del non agire
e attua l'insegnamento non detto.
Le diecimila creature sorgono ed egli non le rifiuta
le fa vivere ma non le considera come sue,
opera ma nulla si aspetta.
Compiuta l'opera egli non rimane
e proprio perché non rimane
non gli vien tolto.

Lao Tzù,
Accade qualcosa,
accade sempre qualcosa.

A.

Tutte le case del barista


Il barista cambia casa, è deciso.
Cosa vuol dire.
Che certe cose devono accadere,
o almeno sembra sia così.

Lascerò le mie piante.
Le mani
sulla terra
nell'acqua
la luce
e il tempo che cresceva.
Ho avuto diverse case,
case diverse
a tutte ho voluto bene.
La prima casa era in penombra
ed era sincera.
Era una camera piccola
piena di fotografie e di polvere,
una camera piccolissima
e c'era un cane gigantesco,
una camera invisibile
mi son svegliato e non c'era più.

Lascerò i vecchi.
Sorgane,
dove i bambini
partono per tornare
soli
per aver visto il mondo
o per aver smesso di
cercarlo.
Il barista cambia casa,
e cambia anche città.
Va a Pistoia, poco lontano da Firenze,
dove gli affitti costano meno
e, forse, potrà tornare a essere
curioso.
Lascerò le serate in giardino
le zanzare e le cicale.
E Francesco e Gabriele
sono stati funghi freschi
un regalo della pioggia
fastidiosa, spinosa, graffiante,
ma finanche generosa
la pioggia, la porterò con me.
La seconda casa non era mia,
neanche un po',
ancor meno di tutte le case
che non ho avuto.
Era fredda
e i suoi balconi erano sempre chiusi
su un giardino
che guardavo
attraverso i vetri.
Non entrava nulla in quella casa,
nulla e le ero grato.
Non volevo nulla.
Porterò con me
la bellezza della mia donna
i suoi occhi quando tremano
o si nascondono nel sonno
le sue parole e i suoi pensieri
i suoi desideri
li porterò con me,
Laura e il suo amore.

Nella nuova casa
il barista sarà uno sposo
e Laura la sua sposa.
Mancano pochi mesi
e nonostante affanni,
fatica e qualche dolore
è possibile ci sia della felicità
lì in fondo che ci aspetta.
Arriviamo, ancora un po',
un po' soltanto.

A.

Ergo Proxy (Opening)




Caro m'è 'l sonno, e più l'esser di sasso,

mentre che 'l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m'è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso.


Michelangelo Buonarroti




Ergo Proxy
Scheda Anime


A.

Nuvole di cemento (Nausea)


Il barista chiede scusa,
non sta bene.

Ci sono delle buone nuove: una docenza, una bellissima esperienza
umana e professionale.
Che ha portatto soddisfazioni e porterà qualche soldino.
Il matrimonio è vicino e il barista non lo nasconde:
non ha più un euro da parte, neanche uno.
E certo non per una 'bella vita'. Mesi difficili.
Ma l'amo ancora. La vita.

E il barista non sta bene,
chiede scusa.

Probabilmente è rimasto senza casa,
e convive con un colon assai irritabile.
Troverà un'altra casa, di certo.
Quando e a che prezzo, questo spaventa il barista
mentre porta una mano al fianco dolorante
e guarda il gabinetto esploso per un problema fognario.

Il barista non sta per niente bene.
Chiede scusa perchè non può vivere il Bar
come vorrebbe.

Si sente raccontare poi
che ci sono mondi tridimensionali
dentro queste macchinette che sono i computer
mondi in cui possiamo visualizzare il sogno
di costruire, comprare una casa
da riempire con pettorali maestosi
e lenti a contatto colorate.

Ma il barista sposta la mano dal fianco e si tiene la fronte.
Qualche ultimo singulto.

Poi si desta e mira il cielo.
e si accorge che nonostante il forte vento.
Le nuvole sono immobili.
Di cemento.

A.

LIVE SESSION: MONO


Quando il bambino era bambino
amava andare ai concerti.

MONO in concerto

08/07 - @ Tendenze Festival - Piacenza, Italy
10/07 - @ Hana Bi session III - Ravenna, Italy


Per chi non conoscesse la meravigliosa musica
di questo gruppo indie/noise giapponese
il videoforum di oggi raccoglie due riprese amatoriali,
gli unici due video che sono riuscito a trovare dei MONO.

Consiglio una visita al loro visionario sito
e l'ascolto di YOU ARE THERE, ultimo disco,
da oggi interamente nella RADIO BAR.
un capolavoro.

Parola di barista.


Mono - Halcyon (Beautiful Days)


Mono - The Kidnapper Bell


A.

Fake plastic trees (SupermarketZ)

Oggi il barista è andato al supermercato.
Dimenticando che oggi, 3 giugno, è sabato.
Troppo sabato.


Era piccina
lenta legava
i suoi pensieri
a ogni passo
e i petali arancioni
sbiadivano
trascurati dalla luce
timidi silenzi.
Odio chi mi colpisce il fianco
odio chi mi spinge come
una tenda brillante
quelle tende d'estate
che a guardarle bene
sono ferite del sole.







Il supermercato: un alveare
pestato da bambino vivace
sprovveduto bambino
non sai che ora devi correre
devi correre e correre prima
che non ti pungano?
Le chiesi solo
di venire con me
non aveva fiato
non conosceva la lingua
non aveva una bocca
ma petali arancioni
sbiadivano
trascurati dalla luce
timidi silenzi.
Odio chi mi assorda senza scandire
chi confonde le carte e poi smette
di giocare prima
che venga il mio turno
va via
portando con sè le mie gambe
perdute.
La fila alle casse era un ponte di coriandoli
la mattina dopo l'ultimo giorno
di carnevale: è sempre
mercoledì
e
io una volta
ho visto nevicare
di quel mercoledì.
Ora sta bene
colora la mia corona
non singhiozza
nè dispera
è un pianto dalle labbra
lacrima di sangue e di saliva
solo petali arancioni
sbiadiscono
nella luce
timidi silenzi.
Odio chi ha il collo lungo
così lungo da ricordarmi
di stare attento
a non farmi vedere
quando sono felice.