Il Rosso


Un grembiule di tela fitta,
pesante, robusta d'elefante
tela che non assorbe.
Respinge e fa cadere.
Tutto intorno
al barista intento al suo lavoro
dormono le macchie,
il pavimento d'Arlecchino.

Il mio conto in banca
adesso significa
avere un debito.
Non ho mai visto
chi
mi ha prestato il denaro.
Ma so
perchè
non ne ho abbastanza
senza di lui.
Arriva ogni giorno.
Il sole si spezza.
Sanguina nel Bar
ogni giorno
biascicando bestemmie
e scolando amaro dolciastro.
Il patriarca dei girotondi
raggiunge le mie finestre
e vi lascia
scorrere l'ira per quel gioco fatuo:
si vede consumare
il vecchio sdentato
e inveisce senza guardare
mai
negli occhi nessuno.
So
che per
quel che necessito
so
che per
il tempo che mi basta
si può perdere tutto.
So anche
che
si nasce figli
di amori
e futuri
diversi.
Si può dimenticare
la maternità del caso
abusando di dio,
disse poi.
Senza potergli rispondere
gli versai una vodka.
Era una donna stanca
giovane tranne che sugli occhi
palpebre come nidi
bevendo non smise
mai
di mordere il vetro.
Sarò ancora solido
sarò ancora flessibile
sarò bello
e sarò bello di bellezza sincera.
Guarderò senza desiderio il mondo
ma ambirò al cielo,
che troppo poco vi lascio
sudici porci,
troppo poco vi lascio
bavosi vermi.
Io,
io sono
il Rosso.
A.


(schizzo di Diego Romano)

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