L'albero e il sasso (o Del barista malato)


Il barista non sta bene e non si tratterrà nello scrivere.
Vien qui lascia un biglietto e spera che gli amici del Bar non gliene vogliano.


Torno subito, no, non basterebbe.
Cerco una storia, una vecchia storia scritta da me

qualche anno fa, ingenua forse, ma perchè no.
E la lascio su questi tavoli, sperando di far cosa grata.

Un particolare saluto a Claudia, una cara amica,
forse verrà da queste parti, chi lo sa.
A presto,



Glielo disse molte volte.
Ma tutte le volte che glielo diceva, quello non faceva che ignorarlo.
Spostati! Eh spostati! Ma quello niente, dritto e lungo pungeva lo stesso l’aria dappertutto intorno per molti metri. Si stagliava su tutti gli altri di un verde prezioso; non sempre era stato così alto e vigoroso, ma quel suo verde spezzava l’aria, sin da piccolo arbusto spiccava agli occhi.
Intorno la terra si era assai invecchiata.
Il monte sullo sfondo dormiva tutto il giorno. Il monte sullo sfondo sembrava triste e solo su un orizzonte piatto e noioso, non parlava da mesi con nessuno e dormiva tutto il giorno. Che la stagione era bella e non c’era nuvola per un saluto, una confidenza, un pettegolezzo.
Il sottile distendersi della copertura erbosa stentava sdrucito e confuso, e contrariato dalla falsa memoria perdendo le linee dello spazio non avrebbe saputo spiegare ad alcun viandante la strada per alcun posto. Una severa ruga sulla sua fronte distingueva però uno spazio destro e uno mancino; su quella ruga passavano i carretti di un casolare vicino. O raramente uno strano camion rosso e rumoroso, che da quando era comparso non mancava di sentenziare l’alternarsi scomposto delle settimane, un tempo svincolato, ladro e truffatore, aveva sciolto il nodo delle stagioni.


Sul lato mancino le ombre preannunciavano l’inizio di un bosco modesto e sincero, da sempre disponibile a creare forme nuove al movimento del sole.
E in questo bosco, nel punto più interno, con una corona di ciuffi rigogliosi si alzava l’orgoglio di tutta la valle. L’albero.
Che nei boschi ci siano alberi, non è certo motivo di orgoglio. Anzi, mai si è visto un bosco senza alberi. Ma quello che si vedeva da lontananze improbabili; quello che non sfidava il monte perché rispettoso, ma ugualmente sovrano agli occhi di tutti; quello la cui ombra nascendo nel punto più interno del bosco arrivava a solleticare le bestie del casolare e improvvisamente quelle le sentivi strillare e strillavano così forte che tutti si aspettavano un terremoto o un uragano o una frana di quelle tremende, ogni santo giorno a un’ora di un momento diversa se l’aspettavano. Ma era l’ombra e nient’altro che niente. Niente mai accadeva in quella valle, che ospitava l’albero più grande che si sia mai visto. L’Albero.
E sotto l’albero era arrivato portato chissà da dove, chissà da chi, un sasso.
E il sasso non sopportava la maestosità di quel prodigio perché le sue radici si liberavano dalla terra proprio davanti al suo naso. Davanti al suo naso, togliendogli la vista, lo spazio, il respiro.
E glielo disse molte volte.
Ma tutte le volte che glielo diceva, quello non faceva che ignorarlo.
Spostati! Eh spostati!
Ma quello niente, dritto e lungo pungeva lo stesso l’aria dappertutto intorno per molti metri. Si stagliava su tutti gli altri di un verde prezioso; non sempre era stato così alto e vigoroso, ma quel suo verde spezzava l’aria, sin da piccolo arbusto spiccava agli occhi.
Intorno la terra si era assai invecchiata.


Il monte sullo sfondo dormiva tutto il giorno. Il monte sullo sfondo sembrava triste e solo su un orizzonte piatto e noioso, non parlava da mesi con nessuno e dormiva tutto il giorno. Che la stagione era bella e non c’era nuvola per un saluto, una confidenza, un pettegolezzo.
Il sottile distendersi della copertura erbosa stentava sdrucito e confuso, e contrariato dalla falsa memoria perdendo le linee dello spazio non avrebbe saputo spiegare ad alcun viandante la strada per alcun posto. Una severa ruga sulla sua fronte distingueva però uno spazio destro e uno mancino; su quella ruga passavano i carretti di un casolare vicino. O raramente uno strano camion rosso e rumoroso, che da quando era comparso non mancava di sentenziare l’alternarsi scomposto delle settimane, un tempo svincolato, ladro e truffatore, aveva sciolto il nodo delle stagioni.
Sul lato mancino le ombre preannunciavano l’inizio di un bosco modesto e sincero, da sempre disponibile a creare forme nuove al movimento del sole.
E in questo bosco, nel punto più interno, con una corona di ciuffi rigogliosi si alzava l’orgoglio di tutta la valle. L’Albero.
Che nei boschi ci siano alberi, non è certo motivo di orgoglio. Anzi, mai si è visto un bosco senza alberi. Ma quello che si vedeva da lontananze improbabili; quello che non sfidava il monte perché rispettoso, ma ugualmente sovrano agli occhi di tutti; quello la cui ombra nascendo nel punto più interno del bosco arrivava a solleticare le bestie del casolare e improvvisamente quelle le sentivi strillare e strillavano così forte che tutti si aspettavano un terremoto o un uragano o una frana di quelle tremende, ogni santo giorno a un’ora di un momento diversa se l’aspettavano. Ma era l’ombra e nient’altro che niente. Niente mai accadeva in quella valle, che ospitava l’albero più grande che si sia mai visto. L’Albero.


E sotto l’albero era arrivato portato chissà da dove, chissà da chi, un sasso.
E il sasso non sopportava la maestosità di quel prodigio perché le sue radici si liberavano dalla terra proprio davanti al suo naso. Davanti al suo naso, togliendogli la vista, lo spazio, il respiro.


A.

1 commento:

Rosario ha detto...

Ciao Antonio.
grazie per la visita al blog...Certo che pèuoi inserire il link del mio blog!
Farò anch'io così col tuo se ti fa piacere...
A presto!!
Rosario