Parole / potere


Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.


D'oro ogni cosa
si cinge la veste
e mi sorprendo muto
al ricordo
di versi paterni.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.


Al sudore delle partite estive
segue l'arsura della matura noia
come attendere il proprio turno
come essere arrivato tardi
come tornare a casa senza aver giocato,
stanco.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.


E mi attrae
la proposta di una pianta
vuole essere una fata
così grassa e imbruttita
mi propone un ballo
un ballo bambino.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.




E ricordo allora.
Quel gigante della terza G
che provocai citando Montale.
Ridicolo imbranato
io bello agilbrillante
lo irritai, lo derisi, usando
e abusando
delle metafore preziose
lasciate al bordo delle scale.


A quattordici anni
assaporai la forza e la vergogna
della parola armata.
Calciai la faccia tonda
di quel tonto minaccioso.
Mi guardai le mani
e le sentii sporche:
era qualcosa di più scuro
oltre il segno
lasciato dal pallone
e non bastò l'acqua
a mandarlo via.

A.


Per un'analisi testuale dei versi di Montale: Letteratour.
Immagine tratta da: F. Costantini.

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