Caffè terminale


Era sull'autobus con me,
durante il viaggio storto
che mi portava al bar.
Come sempre, ogni giorno,
per una via diversa.


Magro ma gentile negli angoli,
una mascella a stento conclusa
e due braccia da spaventapasseri.
La curva dal collo verso la schiena
dolce da avvelenare
e gli anelli della colonna
sistemati come un rosario pendente
dalle mani del santo.


Mi aveva preceduto,
anticipando ogni singolo passo
fino all'ingresso del Bar.
Poi, ruotando come un limone
senza staccarsi dal ramo,
mi aveva guardato
mostrandosi sospeso.


Cercavo di dissimulare
l'imbarazzo per quel giudice imprevisto
e ogni gesto ambiva all'efficenza e alla grazia
inutilmente.
Mi cadde il lucchetto, e lo fece più di una volta
ma lui non rise,
temendo gli si strappasse il viso,
non rideva nè esagerava coi respiri.


Appena dentro il Bar,
fui tentato di chiedergli.
di attendere fuori,
cortesemente,
qualche minuto.
Per liberarmi di lui, senza dubbio.
Ma il giallo dell'asfalto,
ingenuamente trascurato dall'ombra,
suggeriva una calura ingorda
e quell'uomo non sembrava contenere
molta acqua, no, per niente.


Con me nel Bar dunque,
mentre accendevo le macchine e ordinavo il bancone,
le sedie, i tavolini, il giornale.
Mi aiutava, lento e indeciso forse,
ma mi aiutava imitando ogni mia operazione.
Finchè non decisi di accelerare il tutto
per risparmiargli la fatica.



Buongiorno.


Buongiorno.
Prego, cosa posso servirle.


Appoggiato in posa scomoda allo sgabello
mi chiese un caffè, il più ovvio caffè che avessi mai servito.
Aspettava si freddasse, alcuni fanno così,
altri preferiscono bere il nero quando ancora brilla.
Aspettava fosse freddo, io continuavo a sentirmi
a disagio, ma d'altra parte era solo l'inizio del giorno.
A sera non lo ricorderò più, pensai.



Sa, non ho molto tempo.
Eppure non riesco ancora a
berlo caldo.
Nonostante io abbia solo qualche giorno,
qualche giorno soltanto,
quando voglio un caffè devo aspettare
che si quieti il fumo.
Allora vuol dire che è abbastanza freddo
perchè io possa berlo
senza scottarmi le labbra e la lingua.
Non ho mai amato le sorprese.
E una scottatura è sempre una sorpresa.


Aspettavo con lui si diradasse
il vapore del nero,
e forse aspettavo qualche parola ancora.
Non disse niente invece,
fin quando, di colpo,
il fumo smise di sollevarsi dalla tazzina.
Non avrei mai pensato avvenisse in maniera
sì repentina.
Allora senza indugio l'uomo portò la tazzina
alle labbra e trangugiò in un sorso.


Buonissimo, grazie.


Pagò e andò via.
Arrivavano i clienti del mattino.
Il giorno pressato dal sole
affermava le sue ragioni
e tutto intorno stava ad ascoltare.


A.

1 commento:

Rosario ha detto...

Ciao barista...Con un pò di fatica ho inserito il link del tuo romanzo. Sembra funzioni.
P.s.: è davvero interessante. Ma sei uno scrittore di professione?
A presto