Estate, Firenze 2006 - Bari 1992


Che caldo.
Polvere incollata alla pelle
tutto si muove
in un immensa bolla di rimpianto
per i giorni poco apprezzati dei passi svelti.


Provo la prima punizione.
La mattina qui al campo è impossibile
un altro gioco.
Il sole
è una margherita
che strappa gli occhi
e brucia nel naso
mentre calcio dall'angolo di sinistra
dell'aria di rigore.
Da questa posizione un destro può calciare
a rientrare, forte, come la prima parola
che impari, precisa;
di esterno, invece, si crea una sottile
linea dall'errore verso la perfezione.
Tiro la botta, cerco l'esterno.
Sentono il peso dei muscoli
verticali sulla terra
fissi i lampioni
tengono su un tendone in fiamme.
Nessuno guarda più i pagliacci
gli animali sono in fuga.
La seconda punizione è spostata
quarantacinque gradi
verso l'interno.
Difficile non è inquadrare lo specchio della porta
quanto riuscire a evitare l'intuizione del portiere.
Fermo, senza una barriera,
attende che io parta,
ritardo la rincorsa
per guardarlo bene: stringe l'occhio destro
contro la luce
come uno straccio, appuntato al muro di gesso,
tutto il viso segue la forma
della tensione.
La mia rincorsa non è lunga,
calcerò come
nel primo tiro, piazzarla no,
è un'arancio senza polpa.
Fuggono le nuvole
quando sembrano vicine
gatti ipocriti e
colombi violacei
puntellano lo sfondo:
un pentagramma scalzo
che rammenda futili motivi.
La centrale è semplice, come un rigore,
il pallone fermo si compiace di essere
sulla perpendicolare della rete
vanesio svela le sue toppe strappate
frivolo vezzo di rivincita
privo di ombra alcuna.
lo spazio alla destra e alla sinistra
del portiere
si godono lo spettacolo
del tiro soccato senza indugio
interrompendo la briscola.
Passano i bus, gialli
ma non maturi:
qualcuno insegue
inutilmente la scia dei limoni
sperando in giardini di menta frescura
rimane qualcun altro a guardare
ansioso di riconoscere
il proprio nome
in un nome qualunque
immerso nell'aria.
Le ultime due punizioni.
Le due più difficili per un destro:
ancora d'esterno
una dopo l'altra
ultime disperate pennellate
dell'affresco meridiano
di fretta di corsa per non bruciare.
Uguali e inutilmente distanti
di qualche metro.
Non alzerò la palla più di tanto:
rasoterra bugiardi e
un sibilo dolce,
per due volte
l'illusione del vento.


Vinsi un ghiacciolo,
cinque reti su cinque.
Il portiere sudato sorrise,
è pagò senza parlare.
Neanche io ero in grado di far altro
dopo tanto patire.


A.

2 commenti:

LARRY ha detto...

il titolo di questo post è per me molto interessante: mi spiegheresti come mai l'hai chiamato così?

Antonio Sofia ha detto...

Sono cresciuto a Bari e ora vivo a Firenze.
Qualcosa è cambiato o forse no.
Mi interrogo spesso su cosa può cambiare nella mia testa, cosa è cambiato.

E così provo a raccontarmi il tempo che è stato e il tempo che è, partendo da sensazioni chiaramente in continuità percettiva come il senso di oppressione dato dal sole quando il caldo schiaccia l'aria.

Chissà che non possa così scoprire qualcosa.

Grazie per la domanda!
Non è facile rispondere su quello che si scrive, io cerco la metafora e l'analogia proprio per dire quello che altrimenti non sarei in grado di sapere.
Cari saluti!

A.