Sentenze di guerra


Ieri sera sono state emesse le sentenze di primo grado
per il processo che, oltre a singoli tesserati illustri,
coinvolgeva direttamente le società juve, milan, fiorentina e lazio.


Cosa aggiungere alla tempesta mediatica
che non sia stato detto.
Forse è proprio questo il problema.
E non tornerò sui perchè e i per come
dei raffreddori dell'informazione
turbolenta, non è il caso.
Fa caldo e la noia di certi discorsi
azzanna i polpacci.


So, con certezza,
che molte persone ripongono nella squadra del cuore
la speranza di una rivincita sociale,
una sorta di sublimazione
delle traversìe quotidiane all'interno del gioco,
per questo ora sono le più nude, le più vulnerabili
e le più efficacemente colpite.


So che ora il dolore intimo e non riducibile

improvviso
freddo
come l'acqua non fredda
sul corpo accaldato lo schianta
almeno per poco
almeno finchè non vi si abitua
potrà generare reazioni furenti e esplosioni di rancore
contro chi complotta macchina e distrugge
la semplice dimensione del sogno privato.


E so anche che qualcuno pagherà la violenza annidata
nelle parole e nei gesti, nella vergogna imposta
e nella disillusione marcata
so che qualcuno pagherà queste settimane
in cui il gioco s'è macchiato di grasso
e so che chi pagherà probabilmente
non ha molto da difendere
se non quel gioco stesso
così pur macchiato di grasso.


Si sta innescando un meccanismo noto:
l'infame macchina della sobillazione per delega
arruola anime bambine
e l'assenza di giustizia è il nemico o l'illusione
o l'ombra la pelle e il sangue dell'essere nel mondo.


Io credo che sia ora di piantarla
di vestire, noi tifosi, abiti da improbabili educande.
Non siamo candidi e non siamo innocenti.
Questo tempo fa schifo
e la più grande condanna
che ci stiamo accollando
è la disgrazia di viverlo.


Poche ultime parole,
cui questo mio discorso
feroce tra i denti e modesto nelle dita
ha teso sin sall'inizio:
se anche il gioco è malato
è rimasto ben poco da salvare.
Se il gioco è motivo di sete e fame e rabbia e odio
allora non c'è futuro in cui sperare che valga
altro dolore.


Ed è sufficiente
scegliere altre pagine e altri giornali
che non parlino del gioco e delle sue sentenze
altri giornali più o meno sudici
altri giornali più o meno vacui
per sentire comunque viva l'urgenza di
un rinnovato pudore.
La guerra, le guerre s'impongono alle lingue
lasciandole secche e scure e macchiate
le lingue mute le lingue fiorite
le lingue dei morti cantanti
le temo e le scanso
per non dovermi chiedere
un perchè che sa di fiele.


A.

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