L'attesa


Vicino all’entrata la proboscide del tetto
biascicava petulanti consigli.
A guardar bene
il marciapiedi
sulle narici della collina grigia
presentava un chiaro riflesso del sereno.
Di lì a poco la quiete del cielo.


Lucide giacenze piovose
le circondavano
i passi;
scostanti, le calze nere.


Fino alla soglia del Bar.
Poi rivolse il roseo petto alla strada
senza rinunciare ad allineare le scarpe bianche
l’una vicino all’altra.


Il soprabito blu
sapeva come confondersi nei pensieri dei passanti
senza lasciare commento, dubbio o ricordo.
Sarebbero state ore e non
lo immaginavo.


Per quella sagoma solida e definita
il temporale del primo mattino
scorse via nel ballo vivace del giorno
per poi sedarsi stanco
nelle ore della sera.


La scorsi muoversi di poco
pochissimo
solo al punto più alto del sole
per quel momento soltanto
sembrò temere il peso
della luminosa prepotenza in essere.


Non altro indugio non altra debolezza.


Quando chiusi il Bar le chiesi,
senza che il tono tradisse imbarazzo,
le chiesi di spostarsi.
Non le costò molto
non era quel pezzo di strada
quel rettangolo perfetto di cemento
a imprioginarle la forma.


Mi accorsi di una mano sul polso
a coprire la delusione delle ore.
Avrei voluto chiederle di porgermene il palmo
per leggervi il destino.
E confidarle leggero il passo
Di quella giornata in attesa.


A.

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