Orme


Faceva molto caldo.
Pochi giorni fa, prima del cielo argento,
di quell'argento grattato sulle unghie e senza
alcuna vincita il cielo.


Pochi giorni fa il caldo: una lingua
indomita dai piedi al collo
all'attaccatura dei capelli sentire pulsare
e non sapere se il ritmo risponde
all'esigenze delle coppie danzanti.


Mi tolsi le scarpe.


Nessuno deve guardarmi i piedi.
Dietro il bancone pensai.
Mezzelune storpie
mal contenute in bisaccia da pescatore
i miei piedi.


Posai il destro sul pavimento
liso da giorni ma che importa
e sentii un refrigerio sano
generoso
fino a stendere
le palpebre
a sollevarle.


Aperti gli occhi.


L'altro.
Bellissimo.
Non pensavo di poter vedere così
non pensavo di vedere così poco.


Un passo solo, qui è già sopito,
il fresco.


Potevo camminare per tutto il Bar
centimetri e centimetri di mattonelle
compiacenti e compiaciute.
Nessuno.
Doveva vedermi.
E avrei continuato a vedere così.
Così una persiana divelta nella mia faccia
un saloon colmo di rumori voci colori
e carne. Il mondo un pistolero bruno
senza voglia di uccidere silenzioso
dinanzi il mondo e io
una persiana divelta nella mia faccia.


Qualcuno. Qualcuno dietro i vetri.
Stanno arrivando dei clienti.


Non avevo ancora oltrepassato la fine del bancone.
Mi bastò comunque servirli così scalzo protetto dal legno.


Un ombrellino di carta, certo, un ombrellino di carta per decorarle il bicchiere.
A lei. Se lo merita. Con quel cappello. Deve essere coraggiosa.
Un ombrellino di carta è il minimo. No.


Cadde lento e senza profumo.


Mi sorpresero allora
le orme che avevo lasciato
sul pavimento. Impresse
orme panciute gustose.


Tornai a raccogliere
l'ombrellino di carta
ma
non c'era più.


A.


(particolare foto da
Portale Fotografico)

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