Haibane Renmei



I bambini dalle ali cineree hanno rinunciato a vivere.


Cosa accade quando un bambino viene deluso,
quando un piccolo uomo piange da solo e
ha paura delle ombre.
Quando le ombre sono le macchie che sentono
sulla pelle nella bocca.
Quando qualcosa li rende diversi da chi si guarda e sorride
da chi guardato desta un sorriso.
Quando la bellezza muore in ogni gesto
e le parole fanno solo rumori.
Muti rumori.


Cosa accade quando le pareti di una stanza
sono tutto il mondo intorno intorno ai bambini
quando una breve macchia nel muro
li colpisce con la forza di un treno
e il loro corpo giace silenzioso
tra anime d'acciaio.
E quando il canto posato sull'orizzonte
riverbera nelle loro orecchie come una condanna
e un nuovo giorno.


Rinunciano a vivere smettono di vivere.
Ingoiano le lancette scure dei campanili.
E si sgretolano e divorati dal niente
lasciano sporco
intorno.
Fino al vento, al vento che di lì a poco
ne lava il ricordo. I piccoli uomini
scelgono di abbandonare chi li abbandona
e muoiono
cadendo
da soli,
nulla può il volo dei corvi innamorati.
O no, forse no. Un passo, il primo
sulla scala che va oltre le mura
si rivela solido e sereno
se trova una piccola robusta pietra.
Che sa la debolezza.


Che si perdona
e perdona indulgente.
Chi non l'ha mai guardata chi ha deluso il suo cuore.


Un guscio intrecciato la vita dei bambini
che scelgono di non vivere.
In una città lontana
oltre la loro morte,
attendono
le loro ali grigie
nuova fiducia in quello che hanno lasciato.
Nuova fiducia, nuovo amore
una nuova speranza
per quel mondo
che li attende come orfano affamato.


Haibane Renmei,
delicata incredibile missione.


A.

We rule the school


ascoltabile in RADIOBAR


On a beech tree rudely carved
Nc was here
Why did she do it?
Was she scared or sad?


On a beech tree rudely carved
Nc loved me
Why did she do it?
Was she bored, or pushed


Do something pretty while you can
Dont be a fool
Reading the gospel to yourself is fine


Do something pretty while you can
Dont be afraid
Skating a pirouette on ice is cool


On a bus stop in the town
We rule the school
Written for everyone to see and read


On a bus stop in the town
We rule the school
Written for everyone with eyes in their head


Do something pretty while you can
Dont fall asleep
Driving from california to new york


Call me a prophet if you like
Its no secret
You know the world is made for men
You know the world is made for men
You know the world is made for men
Not us


A.

Lettera a un medico bugiardo



Quando ero piccino il mondo pesava
sulle spalle, nelle mani.
Ora ho quasi trentanni,
davanti a me un matrimonio
intorno troppe ombre affamate, affilate.


Scrivere qui le cose che ho, le cose che so,
adesso diventa sbagliato, forse è già impossibile:
esprimere lo sdegno vero un'umanità sì segnata
da colpe reiterate e meschine,
ordinare, spiegare, raccontare
le speranze e i desideri impiccati.
Quali parole per uccidere il loro pensiero,
il pensiero degli altri, degli altri uomini
che insozzano la possibilità di esistere,
stuprano la pace
e si ingozzano di cadaveri.
Anonimi.


Perchè sei così brutto, uomo.


Perchè guardi con occhi sporchi,
parli con lingua avvelenata
e tra le mani vuoi stringere roba e vite.
Poi dormi, ah come dormi placido e delicato
nel sonno sei un cristallo,
un bambino educato, un petalo,
una piuma, un colibrì.


Allora vorrei giungere
preciso spietato silenzioso.
Strisciare nelle tue orecchie.
E sussurrare.
Il più grave degli incubi.
Una pietra contro le tempie.
Il più grave degli incubi.
Non svegliarti, non ancora ti prego:
questo voleva essere soltanto
un benvenuto. Il mio benvenuto.
Ora ti dirò chi sei.


A.

Clinica fiorentina


Com'è difficile guardare
una bocca spalancata
e stanca
tra pareti scrostate
e camici ingialliti,
e il viso aggrinzito
il corpo ritratto
e gli ultimi brividi di sogno
confusi dal palpito stentato.


Non è che un futuro nudo
disteso tra lenzuola fresche
un pugno scagliato
senza forza contro un muro,
il passo tenue indugia per non
recar disturbo
e una carezza in gola
priva il mondo alla sua fine
di un sollievo compassionato.


A.

Disarma(n)ti




Oggi il barista si rilassa un attimo e propone due segnalazioni.
Un sito e un progetto che
offrono nuovi disarma(n)ti spazi di condivisione.


Jamendo


Segnalatomi dal Massimo Lanzi, Direttore di RadioLupocattivo,
il portale Jamendo ospita musicisti che scelgono
il royalty free, di privarsi del diritto d'autore retribuito,
pur di trovare ascolto e poter trasmettere quel che desiderano.


Emotyblog


Qusto è un progetto che ho potuto conoscere grazie alla visita di Alby
nella giornata di ieri, con un commento al mio post su Ultra Heaven.
Su suo invito ho visitato Cambia Pelle, uno degli Emotyblog del progetto.
Di cosa si tratta.
Gli Emotyblog sono spazi tematici
il cui fine è ospitare contributi personali gratuiti, liberi, senza registrazione.
Quale il vantaggio?
Forse la possibilità di esserci e poi non esserci più.
Ma non credo sia solo questo.
Credo che possa stabilirsi un legame di fiducia fra chi offre gratutamente
il proprio lavoro e chi lo rende possibile fornendo il proprio pensiero e,
cosa non trascurabile, leggendo i pensieri degli altri.
Gli argomenti ci sono, dal giornalismo alla musica, al look e alla scrittura creativa.
I contributi anche.


Chissà cosa ne verrà fuori. Il barista è propenso a starci.


" II vero Desiderio è quello che il Desiderato non sazia ma rende più profondo. È bontà. Non si riferisce a una patria o a una pienezza perdute, non è la malattia del ritorno e neppure nostalgia. È la mancanza nell'essere che già è in modo compiuto e a cui non manca nulla " ("La traccia dell'altro"). " Si tratta di uscire dall'essere per una nuova via ", scrive Lévinas nel 1935 ("De l'evasion").


A.

L'uomo che sapeva volare


Fu il primo ad arrivare
con una borsa più bella delle altre,
qualcuno provò a toccarla
ma lui sorrise e fece segno di no.


E iniziò a volare
mentre il sognatore lasciava la casa
e l'avaro oste disegnava un vino trionfante.
Iniziò a volare e lo guardavamo leggero.


Accadde. Che i suoi voli ingordi,
gli orgogliosi voli nel suo piccolo piede,
lo portarono lontano in alto tanto da riportarlo
al suolo a raccogliere le spighe e fu triste e fu felice.


Amava una nuvola, dopo la pioggia sembrò
guardare meno lo spazio e meno il sole riscaldava
la sua schiena aperta, distesa: lo accarezzammo
finchè tornò a desiderare.


Un proiettile lo inchiodò alla montagna
ogni vertebra pianse quel foro alla base del collo:
continuò a respirare non smise mai di respirare
nonostante guardassimo altrove, poco dopo.


Ma troppo leggero l'intero pianeta
per chiudere le sue braccia: perso tra le parole
di una petulante bolla d'estate nascose
un volo d'aquilone. Placido e dolce ancora fermo lassù


svela nei giorni di sereno
il misterioso arteficio
che rese il cielo
l'unica cornice possibile.


A.

Ultra Heaven


Non compro spesso i d/books per quanto abbiano una linea editoriale assai affascinante.
Costano tanto però e delle volte indulgono eccessivamente proprio in quel torbido da cui amo spostare gli occhi.


Eppure Ultra Heaven mi ha colpito perchè così visionario da esser mirabile, un soggetto non originalissimo ma aperto a sviluppi incandescenti (mi rievocato l'Ubik di Dick anche se lontanamente).


L'ho letto, piano pianissimo, ogni tavola merita attenzione.Ora che leggo di dovermi aspettare una.. gestazione infinita un po' mi dispiace. Non è un albo, questo, che ossessiona con gli sviluppi narrativi.
Direi che per certi versi soddisfa comunque affascinando e seducendo nelle forme. Mai, comunque, fini a se stesse.
C'è un'umanità deformata tra le righe che ancora non usa droghe ad hoc per crearsi gli stati d'animo. E ne rimane continuamente priva.
Si frustra e distrugge ogni cosa bella intorno a sè.
Potremmo essere noi, il manga letto in Ultra Heaven.


Difficile non pensarci.


A.

On Your Mark (Un cortometraggio di Miyazaki)



Un cortometraggio delicato e potente.
Poi ancora un minuto di candido racconto.
Buon tempo.


A.

L'elenco


La sua rotonda fattezza
non consentiva domande.
Accoglieva lo sguardo nel seno mastodontico
e un cenno della sua ombra
abbuiava la stanza.


Lui invece: sottile stretto intorno
alla barba del mento prominente.
Batteva le dita sul tavolo e lo faceva con tale maestria
da render distinguibili le cadenze
di un pezzo dei primi Rokes.


Signori, mi spiace, non posso.
Non posso vendervi questo tavolo.
Il bar non vende arredamento nè tantomeno
il suo spazio.


Come cosa lei non accetta?,
una risposta come un'altra dalle labbra infuocate
della gigantessa bruna: per una pausa di un secondo
un secondo eccedente
il pezzo dei Rokes si trasformò nel Pullover
di Aznavour. Perplesso, inarcai il sopracciglio destro.


Se ne accorse anche lui, smise bruscamente quell'imbarazzante
traccheggio musicale. E sollevò una valigetta sulle gambe.
Lo fece con fatica, sembrava soffrire la posizione, il peso
del rettangolo scuronero.
La manona rosa e imprevedibilmente accorta della debordante compagna
fece scattare le chiusure. Era il loro tesoro, la loro offerta.


Rimasi interdetto e il sopracciglio destro a stento mi rimase in viso.
Volevano quel tavolo e quel tavolo soltanto per potervi sedere
alla bisogna anche nei giorni di chiusura.
Mi offrivano un elenco telefonico alto migliaia di pagine.


Cercai di comprendere perchè secondo quei due figuri
la proposta avrebbe dovuto allettarmi.
Prego, lo prenda pure tra le mani, così mi invitò lei.
Sospirò lui, a vedermi acconsentire.


Era pesante e polveroso quel cumulo di carta. Lo sfogliai
prima con attenzione. E.
Riconobbi il nome di Marco Fasano,
un mio compagno d'asilo, quello che aveva la moto automatica
e disegnava il fratellino perso dalla madre.
E poi c'era Pasqualino Settebellezze, non era il suo cognome ma lì
era riportato proprio così vicino Valentina, il primo amore dei miei 5 anni.
Non era un elenco alfabetico, molti nomi non mi dicevano nulla.
E non era un elenco telefonico, solo una data accanto a ogni nome,
una data soltanto.


Scorsi a lungo quelle pagine mentre la gigantessa e lo smilzo
gorgogliavano compiaciuti, finanche ridendo sguaiatamente
ai miei maggiori imbarazzi.


Come avete fatto, questa gente, questi nomi
e fino a quando son contenuti in queste pagine
i nomi delle persone che ho incontrato.


Con una carezza madida di sudore e tenerezza eccessiva
lo spinse verso di me, prima che potessi.
Cercare tra le ultime pagine un'ultima veloce risposta,
l'ultima data.
Rischiando di cadere quello s'aggrappò all'elenco e
fui io a finire in terra, ai loro piedi.


Mi rialzai dopo il colpo
infastidito dal perfido dolore alla schiena.
Ancora sghignazzante lei, senza fiato lui
riposava il capo, la cruna di un ago, sul tavolo.


Quell'elenco, lo vorrei.
Dissi, non senza timore.


Lo sapevo, sapevo che avresti ceduto.
Ma ora che conosci la mia offerta, voglio tutto questo bar.
E l'elenco sarà tuo.


Speravo fosse l'attimo buono.
Mi gettai sull'elenco. Un balzo.
A precipizio.


Mi ritrovai disteso, solo, nel bar ancora chiuso.
Dolorante, raggiunsi il banco e mi consolai bevendo.
Vino rosso. Mette sangue.


Incominciò il giorno e le pagine dell'elenco ripresero a scorrere.
All'indice di mani lontane e grassocce.


A.

Il contrasto


Il barista si sente a volte come un bicchiere svuotato:
in un sorso avrebbe voluto condensare tutti i respiri del pianto
rimanere trasparente, liscio, placidamente curvo.


A volte i pensieri vanno verso le sue delusioni:
ne ha procurate, come ha solleticato con violenza
tristezze legate e costrette,
pur non volendo, sa di averlo fatto.
Chi non, sarebbe da rispondergli.
Chi non, avrebbe voluto rispondere io.


Così una collana si spezza e cadono le sue perle
sparse: il primo rimbalzo e il secondo risuonano distanti,
poi la terra e le sfere risuonano frequenti
frequenti frequenti
fino a zittire. Questo accade nel contrasto tra gli uomini.


Il barista in un sorso tutta l'acqua del mondo.
Poi posa il suo bicchiere sul banco e
con il pollice cancella il segno delle labbra.
Lo riporrò tra gli altri senza lavarlo,
così, pensa. Così, fa.


A.

La porta che non c'era


Devo lavarare, molto.
Non riesco a trovare il tempo.
Anche se. Forse non è così importante.


Eppure quella porta lì non c'era.
Gli altri nel bar la guardano come se
fosse normale consueta presenza
una palpebra sugli occhi
e niente più.


Eppure stamani c'è una porta che non ricordo
sulla parete più breve del Bar.


Ho timore ad avvicinarmi.
Il pavimento intorno sembra essersi consumato,
troppo rispetto al resto del locale.
Anche questo non sembra attirare l'attenzione
dei primi venuti di questo mattino.
Cappuccini e caffè in tazze grandi
ambra sulla punta del naso
zucchero nell'aria.
Come ogni giorno.


La gola mi brucia.
Provo a tossire, invano.
Qualcuno mi lancia una severa occhiata.
Quelle paste poi avrò il coraggio di servirle, sì,
non ho la peste, non ancora quanto meno.
Mi chiedo quale parola si sia aggrappata alla mia trachea.
E poi mi chiedo. Quella porta, da quando è lì, quella porta.


Cammino lungo l'altro lato breve del bar:
verifico con grossolana approssimazione
che sia sempre equidistante dal suo gemello.
Terminata l'operazione, verso l'acqua bollente.
Una signora ringrazia accennando col capo
la brezza autunnale.


Oltre il tavolo. Ci sono quasi.
Ecco in questo punto. In questo punto,
sulla parete di fronte,
c'è una porta che prima non ho mai visto.
Forse malvagia, forse no.


La parete lunga, quella della vetrata,
scorre via senza esitazioni.
Ecco ora non mi resta che ruotare
di novanta gradi verso sinistra.
Proseguirò lungo il perimetro fino
ai segni d'usura, il pavimento sbianca,
un passo ancora.


Mancava poco.
Iniziò a correre.
Nessuno ci fece caso.
Io mi chiesi soltanto.
Da dove sarebbe uscita, quella porta,
dove sarebbe andata.


A.

Risamaro (Mahna mahna)




Da quando ero piccino ad oggi. È cambiato solo il modo in cui
penso il mondo. O forse no.
Che ridere.

A.

Log(os)


Non mi stupisce il Papa. Quanto non mi stupirebbe una foglia in autunno risalire al suo ramo.


Esistono dei dogmi nella religione cattolica: tra cui l'infallibilità del pontefice.
Non può sbagliare perchè vicario di dio tra gli uomini.


La questione si fa delicata perchè dare torto a dio è da stolti.


Il punto non è essere cristiani. Ma dare torto a dio è da stolti.


Seguire quel che dio afferma è per i cattolici una richiesta
imprescindibile verso la santità.


E dio in questo caso chiede di non affermare la fede con la violenza della spada.
Attraverso la figura storica di Maometto.
Che usava la spada almeno quanto
parlava con dio.


Dunque. Maometto. Dio. Il papa.
Maometto non è mai stato dio, neanche per i suoi fedeli.
Parlava con dio e portava dio agli uomini.
Maometto usava la spada.
Il papa non è mai stato dio, neanche per se stesso.
Parla con dio e porta dio agli uomini.
Il papa non va visto molte spade. Quella di Maometto sì.
Dio è sempre stato dio, soprattutto per se stesso.
Parlava agli uomini portandoli a sè.
Dio non usa la spada, dio non usa. è.


Il quadro è ancora fitto. La figura invoca lentezza.
Particolari. ancora.


Il papa vedeva la spada di Maometto e non tutte le spade.
Maometto usava la spada e il papa l'ha vista, ma non ha visto molte spade.
Dio vedeva il papa e maometto e non usa la spada. è.


La questione continua a non dirimersi.
Sappiamo cosa vede il papa e cosa non vede.
Sappiamo che il papa non può sbagliare.
Sappiamo che Maometto usa la spada.
Sappiamo che Maometto parlava con dio e portava dio agli uomini, come il papa.
Sappiamo che dio è.


Non sappiamo che il papa sbagli.
Non sappiamo quali spade il papa non vede.
Il papa se non vede molte spade non sbaglia.
Maometto ha una spada che il papa vede.
Maometto è visto dal papa e parla con dio. Anche il papa
parla con dio. Il papa non può sbagliare.
Dio non può sbagliare non lo sappiamo.
Dio non usa la spada, dio non usa. Sappiamo che dio è.
E che parla con Maometto e col papa.
Entrambi, sappiamo, portano gli uomini a dio.
Entrambi, sappiamo non sono dio. solo dio. è. dio.


Nonostante quel che sappiamo ancora troppe cose mancano. Troppe cose non si chiariscono.


Perchè usare la spada. Se si può parlare con dio.
Dio non usa la spada, il papa non vede molte spade
ma non può sbagliare. Dio è.
Perchè non si può sbagliare parlando con dio.
Dio non può sbagliare non lo sappiamo.
Dio è.
Perchè dio è.


Perchè dio è.
Dio è dio perchè è.
E non è non lo possiamo sapere.


Possiamo non sapere.
Devo pensarci ancora.
Partendo da questo risultato.
Devo ricominciare da capo
senza dimenticarlo.


E prima, prima cosa avevo scoperto?
Cosa avevo capito, prima.
Cosa.


A.

Finestatica


Che sonno.
Bar vuoto, luci spente, Laura dorme.


Dietro i vetri, che spiava,
c'era un cantiere a bagnarsi.
Una luce bianca abbagliava l'ospedale.
Insistente come un bambino, rubati
lo specchietto alla madre,
all'universo il sole cerca gli occhi.
Anche se chiusi.
Soprattutto se chiusi. Gli occhi.
Di chi dorme.


Qui vicino, sull'ultimo banco della sera,
una delle mie costole
dondolante.


Fresco, arancio, dolce senz'altro.
L'estate va via e mi piego un attimo.
Solo un attimo per non perdere l'equilibrio.


A.

Secondo piano


Sempre più mi rendo conto che
ogni uomo considera se stesso
un pianeta.


Gli oceani, le terre e le infinite forme viventi
asservite al procedere del tempo soggettivo
scalzano passato e futuro universali
per compiacere il debole tratteggio
dal grembo alla scomparsa.


Quando l'uomo ama
stenta a considerarsi completo
nella debolezza che si insinua
nella precarietà che si impone
nella concreta finitezza delle dimensioni.


E il pianeta libero
arride alla meraviglia
di un uomo liberato
da se stesso.


Meravigliosamente
limitati. Sapersi, potersi, volersi
disporre in secondo piano.
Levigare il rumore
con archi di silenzio.


Rifugge il barista dalla definizione.
Ma propone soltanto una richiesta:
considerare la propria ombra
come un giovane primo amore.


Incominciare da lì e poi alzare lo sguardo.


A.


(Foto tratta da the Daily Drink)

L'ultima sigaretta


In riferimento affettuoso a (grande Taro!):
http://tarotoys.blogspot.com/2006/09/5.html

Come resistere a una riflessione sull'undici settembre?
Riflettendo sulle riflessioni sull'undici settembre.


Tentazione irrefrenabile,
lo spot delle Morositas di un tempo che fu:
morbida la vita, e non esiste un ulteriore livello speculativo
che garantisca tanta bruna soddisfazione.


Ho guardato Matrix e vi sono arrivato già zuppo:
un biscotto, un frollino appesantito,
evitavo di scompormi sotto la pioggia cappuccina
dei dubbi caldolatte e delle immagini biancospuma.


Guardavo i quattro astanti e mi chiedevo:
se esiste una verità
e se uno di questi ceffi ne possiede le chiavi
allora mi spiego perchè la verità è
attraente e devastante come la gravità infinita
dei buchi neri.


Si succedevano nella prima mezzora prove e prove e prove
e confutazioni abbozzate e falsa logica, razionalismo faidate,
metafisica del potere in cancrena, pietà michelangiolesca in pastasfoglia.


Le torri: belle, bellissime cadevano e ricadevano.
Il Pentagono meno intrigante ma più malizioso
s'era fatto solo un buco
e un aereo chissà dove e chissà come
aveva dimostrato che i cellulari in volo non vanno usati.
Pena capitale. O quasi.


Ci sarebbe da pensare alle conseguenze.
Ci sarebbe da pensare agli antefatti.
Anche.


Io invece no,
non riesco ad andare oltre l'immagine di quelle due strutture,
rubate al mio occhio per sempre,
come quelle storie all'asilo che chi lo sa
magari era la donna della tua vita.
Ma non eravamo pronti, era troppo presto.


E le due torri crollano e ricrollano
e non c'è verso di lasciarle intere.
Il massimo che riesco a raccattare è una torre che fuma,
pochi secondi prima del precipizio, nervosa.
Una torre che fuma in America è malvista:
sociopatica, schizofrenica reca danno
a chi le stia vicino. Eppure prova a riempire il cielo di sbuffi.
Malvista e condannata.
Cada, cada e cada ancora. Sul proprio asse come un sacco svuotato.


Prima, dopo, poi: si prova a ricostruire.
Eppure smettere, dopo aver preso il vizio è difficile,
a volte troppo difficile.


Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l'uomo ideale e forte che m'aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell'igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?


Da La coscienza di Zeno, Italo Svevo

A.

Vash


Il suo cuore era secca mollica
dal sapore gentile.


Un soprabito rosso acceso,
si stagliava nel mio locale
sempre ovattato dalla penombra.


Bello e la sua bellezza
non poteva che dirsi perla:
biondo, chiaro negli occhi,
lasciava dondolare un anello d'oro
al lobo sinistro. In corrispondenza,
le meccaniche scure del suo braccio bionico
atterrivano i riflessi: lasciati
al sole asciugare per troppe sere.


Lo guardavo,
senza che se ne avvedesse.
Ne intuivo la tensione della mandibola sottile,
e le nocche delle dita leggermente tremanti, lunghe le mani
tradivano l'ansia, un vino invecchiato
senza pregio.


Scorsi, servendogli da bere,
il metallo della sua arma consunta:
ancora lucida solo nei graffi
e nelle effigi. Sembrava pesante,
sembrava severa come il colore delle sue gote
non poteva essere. Dopo il primo sorso.


Passò la giornata a bere,
s'addormentò nel primo pomeriggio
chino sul tavolo sghembo.
Aveva voluto sedere lì
nonostante le mie raccomandazioni.


A.

Da molti rivoli, un fiume


Eccomi!
La rete ora c'è..finalmente Pistoia ha tutto.
È una frase piena e positiva.
A Pistoia, la mia casa.


Quando torniamo dal lavoro io e Laura
abbiamo la sensazione di vivere in villeggiatura.
Respirare aria buona e colori leggeri intorno colori,
dopo aver affrontato
traffico urbano e traffici professionali,
maledizione del presente fiorentino.


Ieri tornavamo a casa dopo una giornata ancora più difficile,
qualcuno non sta bene, qualcuno che Laura ama tanto
e il cuore si stringe e lacrima limone.


Vorrei poter risolvere sempre tutto
ancor più vorrei proteggerla da ogni tristezza.
So bene che non posso farlo
ma ancor meglio so che Laura non ne ha bisogno.
È una gran donna, ha in testa una caraffa che contiene il cielo.


Quest'ultimo anno
è un fiume nato da molti rivoli:
da ognuno di esso dipende il suo esito,
la portata, il letto si alimenta per farsi strada,
non seccare, bagnare intorno dove il verde è brillante
e l'occhio si ristora di chiarezza.


A.


(foto di Sara Saudkova)

Frustra Azioni (Fastweb Puzzle)


Azioni inutili.
Come sbattere la testa contro il muro sperando che sia il muro.
A rompersi.
Dannarsi l'anima per.
Le azioni inutili.
Chiedere sapendo.
Che nessuno sa la risposta.
O soltanto aspettarsi giustizia. Da chi. Da dove.
Giustizia. Negarne l'esistenza
potrebbe voler dire
rinunciare a tutti i cartoni animati del mondo.
O forse no.


Le azioni inutili. Rituali viziosi e viziati.


Oramai da tre settimane tutti i giorni
chiamo l'assistenza clienti di Fastweb.
Perchè mi serve la rete. Perchè ho già pagato.
Perchè mi avevano promesso che ci sarebbero voluti venti giorni, a luglio.
Perchè Fastweb dovrebbe essere veloce, o quanto meno. Più veloce.
Di Alice.
Perchè credo a chi mi parla e chi mi parla tutti i giorni mi dice.
Aspetti ancora un giorno, un giorno soltanto.


Azioni inutili.
Spiegare qual è il guasto che mi sta bloccando,
che sta ritardando l'invio degli inviti per il matrimonio
e la registrazione dei podcast del Bar.
Siegarmi quanto sia raro e unico quel che mi sta accadendo
e giustificare ogni resistenza paziente. A lasciar perdere.


Azioni inutili.
Come spegnere e riaccendere.
Doppia numerazione. Malattia delle linee.
E gli untori sono scappati con il segreto
della guarigione. In una terra lontana.
Atlantide o la Luna chissà,
vicina al senno di Orlando la volontà di risolvere
un problema o il problema.


Azioni inutili.
Presto. Ne ho bisogno ancora.
Sì, sì un'altra, un'altra chiamata per far sparire tutto,
per vedere quel che non vedo e per riposare
quest'ansia tremenda di vivere.
Fare quel che vorrei fare. dio mio no.
Forse non sono più in grado.


Fermare il tempo. Nelle azioni inutili.
E aspettare. Aspettare. Aspettare.
Ancora ditemelo ancora,
ditemelo forte, gridatemelo addosso.
Lentamente Fastweb,
lentamente rete.


A.

La regina dei topi (Fiaba)


Mancano pochi giorni all'inzio del Campionato.
Un tempo il più bello del mondo,
ora il più difficile, si dice.
Vorrei capire cosa è cambiato.


L'agonizzante condizione in cui il calcio nostrano
ha trascorso gli ultimi 100 anni (!),
quell'organizzazione figlia di una chiara ripartizione
del proscenio politico e imprenditoriale nostrano,
avrebbe segnato pagine di effimera e irriducibile beltà
al cui cospetto il peritur presente non può che arrossire,
balbettare i suoi primi atti?


La malinconia stringe il cuore e lo avvizzisce
prima dell'ultimo bacio.
E quello si spegne nel ricordo
ancora non vissuto.


Il Campionato italiano perde nella sua maggior serie
la sua vecchia signora perchè.
Ha scelto di mostrare un semplice barlume di pudore.
Questo si può volere. Credere.
Ed è chiaro quanto una simil disposizione viva
il vigore e l'essenza limpida di una scelta libera,
dettata da speranza e buona fede,
non una semplice costatazione di fatto.
Che la giustizia non è che approssimazione
e la verità in superficie si increspa al primo vento.


Dunque.Alla vecchia signora caduta dal cavallo
cosa dedicare se non uno sguardo campatente.
Alla vecchia signora imbellettata oltre il lecito della vergogna
cosa deputare se non una mano sul petto
per il dolore della dignità incrinata che toglie
il respiro. Umorismo.


Eppure.
Le sue vesti stracce sono attese ancora da specchi compiacenti,
l'olezzo dei suoi crini oliosi fa gola alle labbra di tanti paggi,
e guardarla risalir la china sarà bellissimo per i topi guerci
che dai bassifondi in lei realizzano la speranza di una redenzione,
di una catartica ascesa al nettare degli dei.


Topi. Guerci.
Al banchetto degli ori e dei profumi trascinati dal sogno
di una netta e pura magistra, danzano e ciarlano
ancora nel buio fango di un inchiostro sterile.
Guerci. Topi.
Nascosti nelle ombre seminano il senso del loro desiderio
e portano alle labbra di ogni sciente un cucchiaino di fiele.


Niente sarà più bello della rinascita,
niente potrà valere la scalata della vecchia.
E i suoi piedi sporchi lasciano su ogni cristallo
le parole di un racconto già scritto.


Mancano pochi giorni all'inizio del Campionato.
Un tempo il più bello del mondo,
ora il più difficile, si dice.


A.

(presente anche su LupoCattivo)

Della muffa e della neve


E così si procede verso il 14 Ottobre.
Manca poco più di un mese e il matrimonio si affaccia
dirompente, brillante,
pur su un orizzonte di voci tenebrine.


Come muffa stantia il divorzio s'annida negli occhi al risveglio di tanti
ex qualcosa per il mondo:
poi l'acqua monda e riassesta lo sguardo.
Eppure a parlarne, e basta che si confidi il nostro proposito,
quella lieve punteggiatura di bianco e di verde (che è umida e viva)
si rivela e si dice nel suo gelido intaglio.


Ho raccolto tanti di questi sguardi fiaccati dal parassita di una
logorante separazione e sento che il mio spensierato racconto
vibra violento una tromba a pressione sui timpani.
Mi dispiace. Vedere.
L'animo umano spoglio delle sue promesse
lasciato ad ardere in offerta all'inverno.
In una casa vuota.
Ogni cosa rimane com'è.
Sotto la neve.
Nonostante il tempo. Oltre il tempo.


A.


(foto tratta da Eleventwentyseven: bella scoperta!)

Furto al mercato del sabato


Ebbene sì, il barista latita.
E latita perchè non ha la rete
come un pesce libero dal dover dire, forse.
O forse no.


Eppure accade che qualcosa si precipiti nel sole sabatino
per rubargli il giallo luce e l'or profumo,
così acini d'uva acerbi dinanzi agli occhi e perniciose perle
verdi come biglie.


Ingoiai un intero grappolo di sì bestiale giovinezza
e mi trovai senza portafoglio
amaro l'incedere in tra la gente
che l'avrei presi tutti a sassate
tutti quelli a cui davo uno sguardo e uno sguardo affettuoso.


Non me lo merito mi son detto,
ipocrita.



Poco da meritare e ancor meno l'impegno di chi giudica.
Poco ancora quel che si può chiedere indietro, qualche ricordo,
bello, brutto, un ricordo che sa di palloni senza elio
fermi in terra e sporco soltanto qualche ombra.



A casa poi, a casa ho aspettato.


Che si depositasse sul fondo.
Il caffè prima di bere.
Che tutto quanto tornasse a comporre
una speranza tagliata sottile
da sciogliersi in bocca.
Sulla lingua.
Dolcissima.



A.

(fotogramma da Pickpocket di Robert Bresson)

Gomiti ruvidi


Un racconto dal passato del carissimo Alessandro A. di WebRadio80.


Ao. Oggi pomeriggio fatte trovà pronto pe le tre.
Senti io la lacoste la metto verde.
Vedi de non mettela pure te, sennò famo ride.Vabbè capè, risponde er biondo. La metto blu. Senti a proposito, stavolta er millet lasciamolo ar guardaroba. Che calato sulle spalle ce fa fa la schiuma.


capello alle 13 è già di fronte allo specchio. Il tubo di tenax è nuovo imballato. Se lo chiamano capello un motivo ci sarà. Lavora bene il ciuffo con sapienti passate di phon e gelatina tenax. La prova tiene. Ammazza, manco tony hadley ce l’ha così sostenuto. È un bel ragazzo. Non molto alto. Veste alla moda. E si muove altrettanto.Il boldor 900 color oro lo attende in garage. La lacoste verde bottiglia giace sul letto. Insieme alla cinta di el charro, quella semplice, senza indianino, jeans di valentino, con i bottoni, e sotto le timberland estive. Calzettoni a rombi. Anche se siamo a novembre bisogna tenersi leggeri.


Al Piper di domenica pomeriggio c’è gente.Il Millet lo aspetta sull’attaccapanni. Er biondo invece lo aspetta di fronte al portone e già smadonna perché alle tre capello ancora non arriva, ma è un classico. Aveva dimenticato il rolex a casa. In pochi minuti sono a via Tagliamento. Ci sono le transenne e una selezione durissima. Difficile entrare anche se si è in lista. Devi essere vestito da tozzo. Altrimenti non passi.Capello e er biondo sono di casa al piper. Parcheggiano proprio di fronte. Neanche la legano la moto. Tanto chi è tanto pazzo da toccare la moto al capello. Si dice che conosca certi che bazzicano tra piazza euclide e piazza dei giuochi delfici.Entrano passando avanti a tutti mentre due biondine li guardano ammirate.Nessuno li ha mai visti ballare.


Prendono posto e gomiti al bar.Sono le quattro ormai e gli altri cominciano ad entrare. A loro piace proprio farsi trovare lì.Come se facessero parte del mobilio. Un cenno di saluto o di indifferenza non lo negano a nessuno e cominciano intanto a cioccare. Quelle carine accompagnate dai soggetti.Capello e er biondo fanno coppia fissa da anni. Fin dalle superiori.Vanno da soli al piper e tornano altrettanto. Non vanno mai a piramide dove l’ometto di Acilia si incontra con gli altri alla fermata del trenino. Di tanto in tanto muovono i capelli e ripassano la checklist. Capelli? Come stanno. Denti denti?Ao. Ho detto denti? Biondo? Ma me stai a sentì? No. Aspè? Lo riconosci sto pezzo? Si. È coso.è Get off my case. Senti, denti? A posto capè? Senti ascella? Comè sudata? No , a posto capè. Alito?, Alito? beccate sta mentina. Va…Er biondo lo sopporta ormai da anni. Ce chi si gode sta scenetta. E la ripete para para in piazza.davanti alla GS. Il lunedì dopo.


Si fanno le 5. i gomiti sono ormai ruvidi sul bancone. La pista è piena.Hanno cioccato due. Carine. Ma quello che conta è il viso. Coperto dalla terra di siena, e l’abbigliamento. Che deve essere tozzo. Stanno con due che sembrano soggetti. Non coatti. Qui difficile per loro entrare.Improvvisano due passi due. Ben attenti a non scomporsi. Si mettono in mezzo approfittando della calca. I due soggetti sanno che torneranno a casa soli. Anche capello e er biondo. Ma i numeri di telefono sono già nella preziosissima agendina che capello nasconde gelosamente nella tasca di dietro.


Escono presto verso le sette. Veloci così come sono entrati. I gomiti sono consumati. Lasciano una scia sul bancone. E filano fuori. Ci sono due pischelli intorno alla moto. Capello li guarda con aria di sufficienza mentre inforca i bollè. Sale rapido er biondo. E scompaiono lasciandosi alla spalle il quartiere coppedè.Il giorno prima stessa storia . Tale e quale. Cambia la lacoste, i calzettoni, e la discoteca. Che di sabato pomeriggio è il much more. A via luciani, ai parioli. Lì c’è il faber. Che detta legge al popolo dancereccio anni 80. entrano tardi qui. Fuori c’è ancora più ressa e perdono tempo a discutere con due bori . Intanto faber ha iniziato con color my love delle fun fun per poi passare ad happy children.Il bancone li aspetta.


La scenetta si ripete.Capelli? Denti? ascelle? Alito. Tutto passato e ripassato in rapida rassegna.Guardano gli altri ballare sugli scalini. Qualcuno pomicia sui divanetti. Loro no. Puntano a qualcosa di clamoroso. Alla escoriazione delle giunture.Stavolta non portano a casa manco un numero. Ma quando escono. Impenna capello, e mette il blocco, facendo vedere le chiavi a due simpatiche vecchiette che si mettono le mani in testa per la paura.Gioventù di oggi. Venticinque anni fa.