La porta che non c'era


Devo lavarare, molto.
Non riesco a trovare il tempo.
Anche se. Forse non è così importante.


Eppure quella porta lì non c'era.
Gli altri nel bar la guardano come se
fosse normale consueta presenza
una palpebra sugli occhi
e niente più.


Eppure stamani c'è una porta che non ricordo
sulla parete più breve del Bar.


Ho timore ad avvicinarmi.
Il pavimento intorno sembra essersi consumato,
troppo rispetto al resto del locale.
Anche questo non sembra attirare l'attenzione
dei primi venuti di questo mattino.
Cappuccini e caffè in tazze grandi
ambra sulla punta del naso
zucchero nell'aria.
Come ogni giorno.


La gola mi brucia.
Provo a tossire, invano.
Qualcuno mi lancia una severa occhiata.
Quelle paste poi avrò il coraggio di servirle, sì,
non ho la peste, non ancora quanto meno.
Mi chiedo quale parola si sia aggrappata alla mia trachea.
E poi mi chiedo. Quella porta, da quando è lì, quella porta.


Cammino lungo l'altro lato breve del bar:
verifico con grossolana approssimazione
che sia sempre equidistante dal suo gemello.
Terminata l'operazione, verso l'acqua bollente.
Una signora ringrazia accennando col capo
la brezza autunnale.


Oltre il tavolo. Ci sono quasi.
Ecco in questo punto. In questo punto,
sulla parete di fronte,
c'è una porta che prima non ho mai visto.
Forse malvagia, forse no.


La parete lunga, quella della vetrata,
scorre via senza esitazioni.
Ecco ora non mi resta che ruotare
di novanta gradi verso sinistra.
Proseguirò lungo il perimetro fino
ai segni d'usura, il pavimento sbianca,
un passo ancora.


Mancava poco.
Iniziò a correre.
Nessuno ci fece caso.
Io mi chiesi soltanto.
Da dove sarebbe uscita, quella porta,
dove sarebbe andata.


A.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Forse la porta si scioglierà domani, come un fiocco di neve, o dopo, in un pomeriggio spalancato sulla meraviglia.
Non esistono catenacci inviolabili.
Non sul tuo cuore così grande.
Antonio, ti bacio.
Come sempre, melitta