L'ultima sigaretta


In riferimento affettuoso a (grande Taro!):
http://tarotoys.blogspot.com/2006/09/5.html

Come resistere a una riflessione sull'undici settembre?
Riflettendo sulle riflessioni sull'undici settembre.


Tentazione irrefrenabile,
lo spot delle Morositas di un tempo che fu:
morbida la vita, e non esiste un ulteriore livello speculativo
che garantisca tanta bruna soddisfazione.


Ho guardato Matrix e vi sono arrivato già zuppo:
un biscotto, un frollino appesantito,
evitavo di scompormi sotto la pioggia cappuccina
dei dubbi caldolatte e delle immagini biancospuma.


Guardavo i quattro astanti e mi chiedevo:
se esiste una verità
e se uno di questi ceffi ne possiede le chiavi
allora mi spiego perchè la verità è
attraente e devastante come la gravità infinita
dei buchi neri.


Si succedevano nella prima mezzora prove e prove e prove
e confutazioni abbozzate e falsa logica, razionalismo faidate,
metafisica del potere in cancrena, pietà michelangiolesca in pastasfoglia.


Le torri: belle, bellissime cadevano e ricadevano.
Il Pentagono meno intrigante ma più malizioso
s'era fatto solo un buco
e un aereo chissà dove e chissà come
aveva dimostrato che i cellulari in volo non vanno usati.
Pena capitale. O quasi.


Ci sarebbe da pensare alle conseguenze.
Ci sarebbe da pensare agli antefatti.
Anche.


Io invece no,
non riesco ad andare oltre l'immagine di quelle due strutture,
rubate al mio occhio per sempre,
come quelle storie all'asilo che chi lo sa
magari era la donna della tua vita.
Ma non eravamo pronti, era troppo presto.


E le due torri crollano e ricrollano
e non c'è verso di lasciarle intere.
Il massimo che riesco a raccattare è una torre che fuma,
pochi secondi prima del precipizio, nervosa.
Una torre che fuma in America è malvista:
sociopatica, schizofrenica reca danno
a chi le stia vicino. Eppure prova a riempire il cielo di sbuffi.
Malvista e condannata.
Cada, cada e cada ancora. Sul proprio asse come un sacco svuotato.


Prima, dopo, poi: si prova a ricostruire.
Eppure smettere, dopo aver preso il vizio è difficile,
a volte troppo difficile.


Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l'uomo ideale e forte che m'aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell'igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?


Da La coscienza di Zeno, Italo Svevo

A.

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