L'uomo che sapeva volare


Fu il primo ad arrivare
con una borsa più bella delle altre,
qualcuno provò a toccarla
ma lui sorrise e fece segno di no.


E iniziò a volare
mentre il sognatore lasciava la casa
e l'avaro oste disegnava un vino trionfante.
Iniziò a volare e lo guardavamo leggero.


Accadde. Che i suoi voli ingordi,
gli orgogliosi voli nel suo piccolo piede,
lo portarono lontano in alto tanto da riportarlo
al suolo a raccogliere le spighe e fu triste e fu felice.


Amava una nuvola, dopo la pioggia sembrò
guardare meno lo spazio e meno il sole riscaldava
la sua schiena aperta, distesa: lo accarezzammo
finchè tornò a desiderare.


Un proiettile lo inchiodò alla montagna
ogni vertebra pianse quel foro alla base del collo:
continuò a respirare non smise mai di respirare
nonostante guardassimo altrove, poco dopo.


Ma troppo leggero l'intero pianeta
per chiudere le sue braccia: perso tra le parole
di una petulante bolla d'estate nascose
un volo d'aquilone. Placido e dolce ancora fermo lassù


svela nei giorni di sereno
il misterioso arteficio
che rese il cielo
l'unica cornice possibile.


A.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Il cielo è l'unica cornice possibile ai pensieri leggeri, felici, scomodi e incompresi...
E le nuvole sono parole.
Forse è per questo che non sono mai stanca di guardarle.

E' sempre bello essere qui, al bar della poesia.
Un bacio,
Melitta