Vash


Il suo cuore era secca mollica
dal sapore gentile.


Un soprabito rosso acceso,
si stagliava nel mio locale
sempre ovattato dalla penombra.


Bello e la sua bellezza
non poteva che dirsi perla:
biondo, chiaro negli occhi,
lasciava dondolare un anello d'oro
al lobo sinistro. In corrispondenza,
le meccaniche scure del suo braccio bionico
atterrivano i riflessi: lasciati
al sole asciugare per troppe sere.


Lo guardavo,
senza che se ne avvedesse.
Ne intuivo la tensione della mandibola sottile,
e le nocche delle dita leggermente tremanti, lunghe le mani
tradivano l'ansia, un vino invecchiato
senza pregio.


Scorsi, servendogli da bere,
il metallo della sua arma consunta:
ancora lucida solo nei graffi
e nelle effigi. Sembrava pesante,
sembrava severa come il colore delle sue gote
non poteva essere. Dopo il primo sorso.


Passò la giornata a bere,
s'addormentò nel primo pomeriggio
chino sul tavolo sghembo.
Aveva voluto sedere lì
nonostante le mie raccomandazioni.


A.

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