Pensieri di uno strano viaggio di nozze



Che strano.
Il barista è in ferie.


Ho qualche giorno libero dal lavoro dopo tanto tempo.
Eppure provo una lieve malinconia.
Sto guardando, adesso, una serie animata giapponese dolce come il miele.
Non è più un adolescente il barista, 29 anni non sono pochi, ma quando li aveva mio padre
ero nato già da tre anni e in questi giorni arrivava la mia sorellina.
In questo periodo mi nutro dei piccoli amori e della genuina convinzione
che i piccoli uomini e le piccole donne di queste storie rendono inestimabili tesori.


Ma come sto scrivendo? Eppure è tutto lì fuori che brucia, che trema per interferenze
brutali, tutto così scomposto, sporco, disordinato. Non sono pieni i colori delle cose
come in questi disegni, nè i nostri occhi riempiono metà del viso.
Eppure in Beck e Suzuka c'è qualcosa che mi attrae e mi rassicura: fino a quando si immagineranno storie come queste un ragazzino che le guarda troverà un fiore
che gli ricorderà cosa è un fiore.


Tutto sembrava così definitivo, così fondamentale allora.
Ogni giorno si combatteva la battaglia decisiva e a distanza di poche ore
sempre appuntamenti col destino. E le amicizie e gli amori di allora:
ognuno eterno, ognuno lungo una vita intera.
Adesso la vita sembra essere spezzata in tante piccole ossa,
simili, ossa simili per non ricomporre mai la logica di uno scheletro
logico, simmetrico.


Sì, è un tempo precario, in cui non ci sono sogni che non mi chiedano
di andare piano; da quanto non guido di notte senza saper guidare
e da quando non porto mia sorella in giro per il mondo in una cinquecento blu
o nel passeggino delle bambole. Forse non da così tanto tempo.

Ma c'è Laura con me, e allora so di avere custodito bene ogni commozione o tristezza,
so che amandola ed essendone amato ci sarà qualcosa a tener legati i pezzi,
a farli sembrare comunque ossa di un corpo, a celare un senso possibile,
a propormi una sfida meno chiara forse, ma non per questo meno affascinante.


Il futuro, una casa, i figli e i miei fratelli che cresceranno e i miei genitori che
invecchieranno, tutto questo mi aspetta. Laura no, Laura viene con me.


E allora Koyuki e Yamato mi sentirò un po' come voi ancora una volta,
chiuso in mezzora di colori pieni e occhi giganteschi,
a passarmi le mani nei capelli per farli arricciare ancora un po'.


A.

Radio Bar # 2

1. Wolf's Rain OST . Face on
2. Aimee Mann . One
3. The Appleseed Cast . Tha last in a line
4. Andrew Bird . The naming of things

5. Low . Cue the strings
6. Samurai Champloo OST . Mistyline

7. Cinematic Orchestra . Exit music (for a film)
8. Stevie Wonder . Pastime Paradise
9. The Smiths . These things take time
10. Beck OST . Slip Out



A.

Western, Cap.9 - Caro diario

Caro diario
oggi ti lascerò sul tavolo della cucina, oggi che ho iniziato a scriverti, la prima pagina per l'ennesima volta, ho deciso di non nasconderti.
Mi piace questa tovaglia: non assorbe i liquidi e dio solo sa, e tu e tu lo sai, quanto mi fa schifo l'idea di essere fatta di acqua.
Poi riflette la luce e, credimi, in questa stanza la sera ce n'è bisogno, altrimenti il getto del lume sarebbe impietoso: nessuno a recitare sotto l'occhio di bue, dio, l'hanno proprio chiamato così, che tristezza.
Ti scrivo di mattina, tu non lo sai, no, non lo sai, che tutti i tuoi fratelli maggiori li ho iniziati di giorno. Non ti racconterò "cosa ho fatto oggi", nè cosa mi aspetto da domani. Ora suonerebbe bene io scrivessi: ti scriverò cosa mi aspetto da oggi. Ma, rido, non è assolutamente mia intenzione farlo.
Perchè, allora, ti scrivo, mi scrivo, ti chiederai, mi chiederai. Sono io a fare le domande, direbbe un commissario qualsiasi. Non sono io.
A volte penso che sarebbe bello essere scambiata per una che scrive diari bellissimi; diari che solo ad averli tra le mani potessero schiudermi l'anima, un universo, caro diario, puoi immaginarla la mia anima, un universo tra le mani?
Io distesa per anni e anni di stelle e qualcuno, tanti, a nuotarmi dentro: dopo morta? Forse. I diari vengono fuori di solito in quelle occasioni. Oppure un furto, un ladro spione: rimarrà priogioniero nella mia pancia se saremo bravi! Se sarò brava a scriverti.
Non ti illudere, però. Non sei e non sarai mai il mio specchio. Mentirò e mente ogni parola che ti scrivo. Non sarebbe onesto. Farti gustare un dolcetto così, speziato di garofano. Non sarebbe giusto farti mordere una simile pasta di mandorla. Non ti conosco abbastanza. Io, questo, lo so.
Vorrei avessi degli occhi, un paio, che pensi, non mi faccio idee strane. Due occhi normali, ti dirò di più. due occhi insignificanti. E' la gente che non vedo quella che mi interessa di più. E la gente che non vedo la chiamo insignificante, si fa così, anche questo so bene.
Sei un bravo diario, tu. Ma non ti dirò, prima di andar via, se sei stato più bravo dei tuoi fratelli più grandi: se sei stato il più bravo. Non te lo chiedere, è meglio. Nessuna acerba tristezza, potresti scoprire che sono bravissima ad ordire le mie sorprese.
Ora penso che andrò a lavorare. Non è male questa tovaglia, ti ritroverò qui e mi dirai "grazie". Lascio la finestra aperta, qualora. Che ne so. Non si sa mai.
Ti bacio sulla bocca.


Mia


Western

Notte


Dunque ho iniziato un nuovo romanzo (Cap.8 - Lo scrittore).
E il mondo intorno continua a girare.
Affermazione banale, le mie di solito cercano -ossessivamente forse - di non esserlo.


Qui fuori fa caldo come se fosse agosto.
Quel che era nero è rimasto nero ma attira un sole tenace.
Da oggi sono in vacanza fino al prossimo lunedì: sono otto giorni, con oggi nove.


Il mondo continua a girare, è vero.
Di questa settimana mi ricordo poco: è proprio,
potrebbe essere il sole a girarci intorno e cambierebbe pochissimo.


Ho letto molti blog, ho comprato molti libri,
libri molto, troppo lunghi, ora che mi sento viziato dalle figure
e in treno porto con me generosi manga giapponesi.


O i video traboccanti del mio ipod matrimoniale.
Cosa mia aspetto allora? Di leggerli, quando?
Laura sta poco bene, ha la nausea, non riesce a dormire.


Vado a letto vicino a lei. Ho scritto un post sul mio tempo,
ho lasciato una piccola traccia che è uno specchio e poco altro.
Ma va bene così. Al bar questa sera si sta da dio.


A.

Slip out (Beck amv)




Un montaggio amatoriale riuscito
dall'anime di questo mio tempo: Beck.


A.

Western Cap.7 - Secondo mattino

Cerco le dita fredde della sera.
Salta la lepre e un gatto
le taglia la gola;
il suo cervello si spegne
lentamente. Proseguo.
E le stelle sono lucciole.
Costellazioni di fuochi e borsette lucide.
Proseguo. Una casa, sporca.
Ci vive un orso con un caschetto rosa.
Mi fa sedere su una sedia di legno.
E mi serve una colazione antica.
Poi mi sfiora dietro un orecchio.
E vi pianta un chiodo.


Erano passate diverse ore. Il Commissario sentiva gli abiti grigi riacquistare colore, calore.
Come ridono là fuori le mie piccole, e si trascinò sul letto dove non riprese più sonno.


Il caffè nero sussurrava nell'aria forme pompose: si era cambiato l'abito e cercava di non farsi trovare impreparato dal giorno. Cosa mi chiederai, oggi, e poi il primo sorso gli bagno il naso come la prima pioggia sorprende.


Il traffico lo odio, e sceglieva di lasciare la Subaru al bordo della strada. La vide un gabbiano e sognò di essere un principessa.


Western

Western, Cap.6 - Palazzo

Sorridente come l'oceano il Commissario Palazzo era tra i suoi profumi.
Sapeva farle crescere, piano come crescono solo le piante, sapeva farle crescere, crescere e morire.
Presenza discreta tra le sottovesti d'argilla, elogiava acconciature e trucchi azzardati, poi tornava alle sue luci gialle; quelle lampadine grezze e ossute gli scaldavano le guance.
I mobili del suo breve appartamento erano bianchi e silenziosi: gustavano le pennellate d'oro falso della sera, senza tradire il piacere.
Camminare, camminare sarebbe un idea; si ascoltava pensare senza troppa attenzione, posizionando al meglio un ampio cuscino quadrato.
Mio padre sedeva nella sua poltrona, vi affondava come un lento proiettile; rimaneva la sua sagoma bruna, dai contorni coriacei, e lentamente riempiva la stanza. Ma io allora di già dormivo. Lo so, però.
Aprì una birra e provò a cantare: mi sentivo stupido a continuare, anche se sentivo di essere alla fine.
Come l'oceano il Commissario lasciò scorrere un fiume di paglia nella sua gola.
Dopo poco agitava gli occhi e le palpebre scesero a proteggerli.
La casa applaudì teneramente, almeno un po'.


Western

Western, Cap. 5 - La luna nell'acqua

Quando si svegliò una libellula si compose sulla finestra appena sfiorata, ma decisamente sfiorata dalle curiosità del sole.
Le doleva ancora, la fasciatura non c'era più e neanche le ferite ma non si era lavata le mani dopo aver letto il giornale. Ancora tutta la vita del mondo bagnava le sue dita e ogni carezza sul viso aveva i baffi e gli occhiali del fumo.
Non era morta, non era morta, non era poco. Sembrava oro, oro in tutta la stanza: la zucca l'aveva portata al ballo di corte e poi era fuggita via con un riso beffardo.
Si svegliò e il verde e l'azzurro erano gli unici sbiaditi colori dell'ovatta in cui l'aveva posata l'ala di un aquila generosa. Dopo il fuoco non avrebbe più volato, al bordo di una strada attendeva gatti, topi e sguardi inorriditi, l'attendeva e chiudeva gli occhi.
Quanti occhi sul mio viso, aveva pensato, immaginandosi labbra rosso vermiglio e occhi viola da grande attrice; quanti occhi senza faccia a chiedermi una confessione, nuda e profumata nel lenzuolo e del lenzuolo soltanto nuda.
Non era poco guardare: ogni primosole dinanzi solleticare le finestre timide. Non era poco.


Western

Libero


Un letto di ferro
e lacci di rose ai polsi
al collo
un cuore elettrico
e chiodi, chiodi neri,
a sfondare il dorso
dei piedi,
e intrecciati i capelli
a quelli di decine di bambole
e nel palato un uncino d'acciaio
e un lampadario feroce
puntato sul petto.


Non posso venire,
non posso muovermi,
non vedi?
Posso dormire
e posso anche pregare,
lo sai?


Libero.


A.

Original Soundtrack (in Radio Blog)


Per non pensare alle tante, troppe cose brutte
che ha intorno
domattina il bar avrà una musica nuova.
E sarà così ogni lunedì.
Sarà la colonna sonora di questa settimana
dentro al bar, dietro al bancone,
aspetterò buone nuove.


Idea ispirata dalla cara Simona che
ascolta con grande amicizia ha ascoltato, sentito
il Radio Blog
e spero ne racconti i colori al tenero Paolo.


L'immagine è tratta da Beck Mongolian Chop Squad,
un anime delicato e prezioso che mi ha fatto una carezza.
Dalla colonna sonora due pezzi: Moon on the water e Face.
Yukio li canta per Maho,
io, con tanto amore, alla mia bellissima sposa.


Laura,prova a dirmi che non ti somiglia..


A.

Western (.splinder.com)



Incipit


Dietro le orecchie ha un callo, l'ho sentito stanotte.
Che arance pallide, oggi temo sarà difficile.
Svegliarsi. Penso si possa far meglio.
Lei dorme ancora ed è strano,
non dovrebbe respirare. Eppure, lei lo fa.


Photo di Lorz


A.

Contro il ragno


Forse passato inosservato, forse troppo pesante per non essere ignorato,
il mio Killer Blues.


Accade che dopo il giorno del mio matrimonio, un diamante, una corona, un fiore raro,
siamo tornati a sentire un laccio duro, freddo, solido,
alle caviglie, io e Laura innamorati, ma stanchi da provar dolore.


Perchè.
Perchè l'assistenza sanitaria, l'assistenza sociale costano, colpiscono
nei ritardi, nelle bufale, nelle confusioni
e sopravvivere per un uomo anziano è una pena,
e per chi lo ama un INFERNO.


Non diventate vecchi, amici del bar,
non aspettate che il tempo vi indebolisca e il cielo vi ammali.
Non fatelo se non avete SOLDI, TANTI,
se non avete AMICI, IN ALTO,
non fatelo se avete dei figli e non fatelo se i vostri figli
non sono nobili aggregati al club dei VINCENTI.
Mi vien da dirvi questo,


eppure non dovrebbe essere così. E essere anziani
dovrebbe significare
custodire passioni antiche, memorie fondanti
una radice a ognuna delle nostre anime
il proprio padre, la propria madre
mentre siamo già alberi e alberi impauriti.


Mi verrebbe da chieder aiuto.
Ci vien da chiedere aiuto e non sappiamo a chi.


La speranza, la forza, la tenacia
è nei miei nervi. E ancor più nelle labbra della donna che amo.
Non molliamo, non saremmo qui altrimenti.
Strapperemo questa ragnatela
prima che il ragno divori le nostre ali,
lo faremo, ne sono certo.


A.

Già ti guarda Alice


Dedicata a Nunzia, Marianna, Gennaro.


E parlerà il destino e ciò che dice
E che da poco già ti guarda alice
E forse ti dirà ciò che non sai ancora
E quello che non sa lo imparerà da ora


E parlerà il destino, già lo dice
Che basta poco e già sarà felice
E quello che tu non le hai detto già risuona
Nel suo futuro perché non è tempo ancora


Nessuno è solo finchè di notte
Anche lontano ha chi non dorme
Per pensare a lui… e penserai a lei ancora
Rimani e pensa a questa notte
A quelle cose dette e fatte
A tutto il tempo ancora
Senza rimpianti
Che avrai davanti insieme a lei


E forse non sarà come credevi
Perché sarà anche meglio di ciò che speravi

E te ne accorgerai
Ovunque guarderà
Sta già iniziando da stanotte
La vita ora la abbraccia forte
E anche a te
Perché
Più la ami più lei poi…
Ti amerà…

E parlerà il destino e ciò che dice
È che da poco già ti guarda Alice


da Nessuno è solo, Tiziano Ferro


A.

Killer Blues



Il sorriso mi strappava la faccia
per quanto avrei voluto
allargarlo al mondo.
Ma la malattia è.
Non: può essere.


Affamati, fino ad azzannare i rumori,
affamati di quiete, tanto da voler macerare con i denti,
sì gli stessi denti nascosti nei baci,
le ali degli angeli belli. Che noi.
non siamo angeli.


Il sesso profumato degli angeli.
Disperante disperata similianza.
Se è malattia. E la malattia è.
Il vapore. Copre.
Un viso lavato appena.


Un giorno così nebulizzato
in tanti piccoli momenti d'amore ci tiene
in vita. Non speranza, già, vita;
o forza. Enormi siamo ma.
Non siamo angeli.


E il male ci devasta. Non siamo angeli
ma sporchi rimasugli di un cielo uomo
e ora rabbioso io inchiodo il mio polso
al muro: che scrivi, che scrivi, idiota,
vanesio, malsano diffamatore della paura.


Ah, storditi, vorrei mappamondi capelluti,
roteare sulla punta del mio piede storpio,
vorrei il canto stonato delle anatre
a proclamare te deum strozzati:
siamo soli e una pietra in faccia


è una pietra scagliata.
No, angeli no. Ci si ammazza,
tra noi che si ha poco: e si usano ancora
le più basse tonalità del corpo
per trovare sollievo al sangue che brucia.


Angeli. Chi. Inchiodo al muro
la mia schiena, non aderisce, poco male
tanto male: angeli, chi. Vorrei entrare in quelle case
d'oro, porte maestose e alte a dominare le città
con il solo nome, la sola effigie. E sputare, e


vomitare il veleno di quanto e quando
non ho potuto fare altro che odiare
e nell'odio imbruttirmi
e nella bruttezza morire.
Storia di porci, storia di maiali


che nel fango cercano riflessi
e ne pozzi affogano la luna sotto una pioggia di feci.
Perchè così iracondo, perchè un bicchiere
di acqua sporca offerto al sole agostale.
Io? Io assisto, sempre guardo,


arrivo prima e mi siedo,
non parlo mai, nè mi distraggo,
io studio, io seguo, io ascolto,
e se posso mi spiego quel che vedo,
io aspetto, anche i titoli di coda,


e non voglio mai luce prima della fine.
Allora, io. Perchè così armato,
agito l'unico braccio libero
e cerco di colpirti, sfregiarti
tagliarti le caviglie e svuotarti.


Perchè non so. Cosa fare.
Perchè so di non poter fare altro.
Mai dirigerò un film. Mai sarò un assassino.
Eppure. Quando oggi la sento piangere
e ancora niente è accaduto, vorrei uccidere. O cambiare scena.


A.

Eccoci

Grazie di cuore a tutti quelli
che ci hanno accolti nel cuore
vicini, lontani,
presenti comunque.
Vi abbracciamo.
Eccoci.


A.

Oggi

Oggi mi sposo,
è un giorno iniziato da poco
una pianta sospesa sul bordo
e io l'aspetto che si muova
e risponda svelatasi bella.


Oggi è un giorno prezioso
in cui si può parlare d'amore,
respirare d'amore
senza arrossire, senza dover tossire,
senza temere.


Oggi è il giorno di un gioco sacro
dinanzi allo spettacolo degli amanti,
tremerà lacrima timida
la mia, sussurrando alla pelle
il calore della sua carezza.


Grazie al cielo
per le sue meraviglie.
Laura ti amo
e la vita mi ha sorpreso
senza te ancora, portandomi te.


A.

Lo sposo



Lo sposo
s'avvicina piano
in guanti bianchi
mi indossa
e la notte gioca.


Lo sposo è alto, distinto
lo sposo è un cilindro lucido
e la pomata sui capelli
le ghette chiare e i gemelli
d'oro falso, lo sposo canta.


E la notte canta
e lo sposo mi indossa
e gioca e mi gira la testa
perchè siamo belli
seduti a fumare una rosa.


Lo sposo passeggia
sceglie strade e tentazioni:
passa un'automobile
e lo sposo solleva il bastone
in vago cenno di saluto.


Cerca il mare, anche, lo sposo
una sera lo vide e gli spiegò
chè l'amava: quello sembrò
non gradire, troppo sincero,
zittì il lamento dei ciotoli.


Lo sposo salta se nessuno guarda
poi torna adagio alla sua ombra:
nei pressi di una scalinata grigia
indugia, si ferma, si siede
finchè una statua gli confida il male.


Sorpreso dal sole,
infine lo sposo si spoglia,
mi allontana piano, mi sveste:
dormo con ingordigia,
dormo senza figure.


A.

La sposa


Scrivo.


Laura è una pietra perfetta
un pezzo di roccia giovane
appena rubato alla terra dal
brusco passo
della tramontana.


Laura
si inarca
scompone la luce
la pioggia brucia
poi il colore
si stringe nel nero
un graffio carbone
disegna il suo viso.


Le si dichiarano
pensieri innamorati
frutti rossi e frutti verdi
tesi a stento contenere
le promesse timide
del futuro.

Laura gioca
Laura canta
Laura dorme
la sera, presto,
quando fuori ancora
c'è rumore
e case gialle
a fissare la strada.


Laura è la mia foglia
di basilico al mattino
docile come una fune
concede riposo
a chi sa non poter volare.


Laura profuma di
sale
cristalli tra gli scogli
in cui un piede sceglie
di ferirsi
per colorare quel bianco
così intransigente.


Laura è una donna
di radici
spacca sua madre
per crescere
e bere acqua, acqua diamantina
per crescere
la pietra perfetta beve
e scioglie dedicate preghiere.


Laura è fragile
Laura chiede
prodigi colibrì
Laura è coraggiosa come il miele
come la porpora e il rosmarino
come gli incubi e le misure
la stanchezza e il perdono.
Laura spara.


Scrivo.
Ma non in queste parole
è Laura
io l'amo
e per dirla
potrei solo suonare.


A.

Sarà bellissimo


Mancano sei giorni.
Cosa si prova, cosa provo.


Non ho mai pensato al mio baretto come un diario,
mai. Ma non ho potuto mai fare a meno di mettere in ogni parola
la forza delle mie vene, quelle parole che sulle tempie mi
pulsano sincere, ferro freddo capace di scottare e lasciare segni
metafore banali, sempre le stesse di un cuore ancora acceso
la luce che ti salva quando pensi di conoscere tanto la tua casa
da non inciampare, e sbagli e inciampi e allora cerchi aiuto.


Mancano sei giorni,
fra sei giorni mi sposo.


Mi prendo sul serio, sono un musone,
brontolo in equilibrio sulle mie spine
ma quanto mi innamoro quando incontro un uomo che
mi sembra bello, una donna che sorride lieve
o solo mi innamoro della puntualità di un treno
delle scale quando mi allontano dall'ospedale.
Siedo su una sedia laccata in oro e gioco a fare
il re quando sono solo, perchè mi piacerebbe
sistemare ogni cosa e dipingere cieli mirabili
sulle teste di chiunque. Per non avere problemi
non vedere problemi, e con problemi intendo dolore,
giuro, mi taglierei le mani e lascerei radicarsi intorno
le radici rosse di una salvezza che però non posso.


Sarà bellissimo.


Laura mi chiama, è pronto.
La vita non ha bisogno di definizioni
ma può aver bisogno delle mie parole la mia vita
quando si lascia dolcemente abbracciare.
Le dò il meglio di me.


A.

Quando si rompe un piatto


Si rompe un piatto,
il naso riconosce
acre un profumo.


Ricordo allora
il verde acceso del cimitero di Terlizzi
dove mia madre portava me e mia sorella
a vedere i suoi nonni,
sottili sconosciuti di carta e di parole.


Correvamo nei viali e
il sole distendeva lunghe le ombre
con ironia beffarda;
giocavamo con i fiori,
li spostavamo a chi non ne aveva;
ci sentivamo buoni.
Al ritorno,
l'amarena ci avrebbe premiato.


Era un quadro il cimitero di Terlizzi
e non riesco a pensarlo come un alveo di tristezza:
le persone che non ci sono più,
i morti, vivono sotto lastre istrioniche,
raccontati da sculture bizzarre.
Agli occhi di un bambino, di me bambino,
era un posto denso di risposte
risposte da far gola.


E le facce, le facce raccolte negli ovali,
erano foglie pregne di linfa e affamate di luce.


Quante erano le vite già state
quante le storie che non sapevo.
E domandavo a mia madre,
chi era quello lì, o quella lì,
così giovane, così antica
la paura di sbiadire, solo,
anch'io.


Correvamo io e mia sorella.
E il cimitero di Terlizzi sembrava
cautamente sopportare:
si tornava a casa sempre
un po' pieni un po' vuoti
ancora bambini.
Pensando all'amarena,
alla casa della nonna senza giochi
e a papà che leggeva silenzioso
il suo giornale.


A.

Boxing one minute


Sbranato dalle mosche,
da voi mosche,
vorrei il buio.


Manca.
Il riposo, la quiete, l'ombra dal sole.
Nessuna difesa. Un minuto.


No, non sono disperato.
Anzi. Credo
fermamente di potere. Ancora. Potere.


Veniamo al dunque.
Devo dirti che così non mi butterai giù.
Così non manterrai la promessa.


Non ti sto sfidando. Non solo.
Ti chiedo di essere preciso,
di colpire precisamente me.


Io salto, ma sono lento. Trovo
i tuoi colpi.
Fai male, te l'assicuro, non basta.


Voglio che tu prosegua,
Ti offro la mia guardia stanca,
colpiscimi sul muso.


No, non rido, non posso ridere
di te. Sanguino se rido.
Mi fa bene, questo sì, guardarti.


Le mosche s'agitano,
farebbero bene ad andarsene.
Non le sopporto, no.


Perchè, perchè rallenti.
Eppure i primi colpi. Erano duri. Erano veri.
Non sei stanco, nè ti interessa cosa dico.


Ma indugi, scaltro.
Perchè le mosche guardano,
anche se non voglio, mi guardano.


Ora attento. Fingerò di barcollare,
poggerò in terra il ginocchio sinistro.
E ti guarderò dritto negli occhi. Silenzio.


Sorridi e mi dai le spalle, pazzo.
Allarghi le braccia, cosa vuoi.
Sono di nuovo in piedi.


Maledette mosche.
Zitte.
O vi staccherò le ali.


Cosa ne pensi, tu,
del buio. Non accetteresti mai.
Ti piace questo ronzio.


Bene, finalmente un colpo
assestato con l'attenzione.
Che mi aspetto. Cado.


Come han tuonato le mosche,
come un'unica mosca
straziata dal parto.


Quanto è durato tutto questo.
Un solo minuto, dici,
fai segno col dito.


Me l'avevi promesso.
Un minuto. E poi il buio.
Grazie, sul serio.


È dannatamente complicato
aspettare. Ma un minuto si può
aspettare.


Un'ultima cosa,
anzi no.
Basta così. Va bene così.


A.

Testimone, precario (o Della Finanziaria)


Eccomi, testimone diretto del cambiamento.
Io, io che non ho potuto votare ma ho chiesto un voto in prestito
pur di supportare chi. In questi giorni.
Riforma l'Italia dei denari.


Particolare non da poco: la Sinistra italica, prode e disinvolta
come il Carlo Martello di De Andrè al ritorno da una puttana,
esprime il meglio della sua anima candida
quando deve amministrare, tagliare, esigere.


Se lo fa con senso della giustizia, se lo fa con saggezza,
se lo fa con onestà, si direbbe, che male c'è.
Eppure. qualcosa non mi torna.
La rivoluzione non dorme, ma si fa brutta.


Le grandi manifestazioni culturali, i valori, il nome dei valori
e le facce dei valori impresse sulle maglie, sulle bandiere,
sulla pelle: lascia spazio alle calolatrici, alle tabelline
e, perchè non manchi nulla, ai contratti.


Sono un finanziariato: una sorta di precario brutalizzato, parrebbe.
E con precisa data di scadenza. Slogan a parte, confido che non sia così.
Continuo a non veder nulla di male nelle proclamate aggressioni a quei redditi
che io, pur non indigente, non posso che considerare elevati.


Continuo a sperare che la chiusura, o la più edulcorata conversione
di tanti istituti di ricerca o similis, sia rispondente a una precisa esigenza
di riorganizzare, migliorare, razionalizzare le spese dello Stato sul territorio.
Che lo Stato siamo noi. fino a prova contraria, quanto meno.


Insomma io continuo. Ma qualcuno mi chiedo se non sia ora
che cominci: a parlare di cosa vuol dire NON AVERE quando molti,
troppi NON HANNO MAI ABBASTANZA; a chiarire le idee a chi
si scopre infastidito dalla discrepanza legittimata


nei diritti comunemente pagati:
sanità e Santità, Formazione e Deformazione,
occupazione e dipendenza.
Ecco se nessuno inizia, se nessuno di questa Sinistra inizia


a chiarire gli argomenti CULTURALI che ispirano il cambiamento,
invece che tirar fuori in continuazione un abaco contraffatto
dalle dita grassocce e dalla pancia ben piena,
penso che sarà molto difficile fidarsi, rimetterci, non guardare altrove.


Il grande inganno ahimè: temo sia giunto il tempo di
dire esclusivamente il vero.
E allora sia: quel gagliardo comunista rossoinfaccia
e ballerino, quello che appena sente folk e reggae si libera e sganascia,


quello del "Ho visto un film bellissimo che tu non puoi aver visto
altrimenti capiresti cosa provo",
quello, sì proprio quello, della coppia aperta e dell'avvocato ammaestrato,
del Calcio no che mi ha stufato, oh ce l'hai una chitarra, vai che si canta.


Ecco quello semplicemente sorridente nella manifestazioni per la Pace,
quello in forma, che il corpo è tutto e l'anima quella è in India,
e che poi si sa allora non è come oggi ma oggi in fin dei conti son tutti così vivaci,
quello che fuma di nascosto, quello che mangia di nascosto, quello che caga di nascosto.


Insomma quel tipico ometto barbuto e inkefiato che pare sia il cuore
di un elettorato intransigente verso al morale e la giustizia sociale,
quell'ometto: stia attento. Prima o poi gli strapperanno la faccia con le unghie.
Prima o poi anche loro. Quelli che non hanno. Vorranno avere ogni cosa.


E gli porteran via le donne e gli uomini più belli,
il portafoglio, i cortei, le lunghe corse affannate,
la barba e il manifesto, l'eskimo o il delirio no logo,
tutto gli porteranno via, lasciandolo solo.


Precario. Solo. Precario. Solo. Precario.
A cercar parole, a cercare pietre, a cercare i nemici giusti. Solo.
A rinunciare alla casa, a rinuciare ai figli, a rinunciare all'amore.
Solo. Nient'altro. Precario. Triste. Precario. Arrabbiato. Precario. Depresso. Precario. Suicida. Precario. Morto. Non più.


A.

Cambio di prospettiva


Oggi sono stato tutto il giorno
tra i tavolini del bar.
Non dietro il banco, no.
Ho scelto ogni ora una sedia,
e dalla sedia ho guardato.
Verso la macchina del caffè.


I tavolini del bar sono vecchi
ma ancora mantengono un lucido mansueto
sul legno amaranto.
Qualcuno zoppica, non ho mai pensato
a raddrizzare le gambe più inette.
Nè ad allestire un bugiardo equilibrio
con improvvisati quadrati di cartone.


Le sedie sono troppe,
a volte lo penso.
Il locale non è mai pieno,
forse non è mai stato pieno,
neanche un giorno, neanche il giorno
della sua inaugurazione.
Quel giorno mi tremavano le mani
ed erano vecchie, vecchie come non le ho
mai avute.


Continuo a fissare il banco
ma penso ancora a quello che dal banco
ogni giorno guardo.


E mi assale meraviglia
alzandomi per iniziare a chiudere,
quando per un attimo gustoso
scopro il segno di un gomito.
Ingiallito preciso un angolo
dell'ultimo tavolino
saluta settembre.
E io lo guardo rapito.


A.