Quando si rompe un piatto


Si rompe un piatto,
il naso riconosce
acre un profumo.


Ricordo allora
il verde acceso del cimitero di Terlizzi
dove mia madre portava me e mia sorella
a vedere i suoi nonni,
sottili sconosciuti di carta e di parole.


Correvamo nei viali e
il sole distendeva lunghe le ombre
con ironia beffarda;
giocavamo con i fiori,
li spostavamo a chi non ne aveva;
ci sentivamo buoni.
Al ritorno,
l'amarena ci avrebbe premiato.


Era un quadro il cimitero di Terlizzi
e non riesco a pensarlo come un alveo di tristezza:
le persone che non ci sono più,
i morti, vivono sotto lastre istrioniche,
raccontati da sculture bizzarre.
Agli occhi di un bambino, di me bambino,
era un posto denso di risposte
risposte da far gola.


E le facce, le facce raccolte negli ovali,
erano foglie pregne di linfa e affamate di luce.


Quante erano le vite già state
quante le storie che non sapevo.
E domandavo a mia madre,
chi era quello lì, o quella lì,
così giovane, così antica
la paura di sbiadire, solo,
anch'io.


Correvamo io e mia sorella.
E il cimitero di Terlizzi sembrava
cautamente sopportare:
si tornava a casa sempre
un po' pieni un po' vuoti
ancora bambini.
Pensando all'amarena,
alla casa della nonna senza giochi
e a papà che leggeva silenzioso
il suo giornale.


A.

1 commento:

Nu e Marianna ha detto...

mamma mia
me lo ricordo bene,
leggevamo tutte le epigrafi, in particolare quelle dei bambini o di giovani morti per incidenti stradali...ricordo che spostavamo i fiori e ci sentivamo meglio e ricordo la puzza dei fiori freschi o morti quando si scendeva negli ambienti chiusi.
Comunque non tornavo a casa triste anzi...è strano ma ero contenta come se fossi andata in chiesa a pregare e fossi "purificata"!
Strano...ma è un ricordo quasi dolce!