Western, Cap.16 - Penny II

Posò delicatamente lo sguardo su quelle ultime parole.
Ogni cosa ha il suo posto. Oppure. Ogni cosa al suo posto.
Capiì che non avrebbe più scritto per quella sera.


Lo scrittore spesso indugiava a guardarsi i piedi, quando non riusciva a scegliere le parole giuste per i suoi racconti. Quelli no, lui li aveva in testa, e non era niente vero e niente era falso, ma le parole no, erano quelle sulla sua schiena a fargli dubitare di essere il prescelto, a fargli temere di essere abbandonato, a fargli pensare di aver fatto tutto per nulla, senza esser capito.
Poi c'è la morte, si disse, e dopo la morte la resurrezione. Dovrebbe esserci. Potrebbe esserci.
Quei piedi. Così responsabili, così decisi nel ostentare ossa, nervi e vasi sanguigni, così curvi.
Li aveva sognati piccoli, atletici e sinuosi, ma soprattutto piccoli. Sotto le coperte li teneva l'uno sull'altro e poi si stringeva le braccia al petto, si raccoglieva, per non disperdere calore.
Poi c'è la morte. E nella morte l'espiazione della colpa. Dovrebbe esserci una colpa. Potrebbe esserci.
Non volevo ancora dormire, mi hanno costretto a dormire, sotto le coperte serrava gli occhi e sfidava il buio.
Spingeva le dita contro gli occhi fino a indovinare figure geometriche regolari e una macchia di luce verde.
Poi dormiva e subiva ogni volta il perdono silenzioso di chi non l'aveva ascoltato sfidare.


Western

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