Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale, sinceramente quest’anno ho un certo imbarazzo a scriverti. Mi sembra che lassù vi siate dati un bel po’ da fare in questi ultimi dodici mesi. Non sto a ricordare gli ospedali, mai tanti come in tutti i miei ventinove anni di passaggio, non sto a menzionare il matrimonio e la nuova casa pistoiese, non sto a rivendicare le tribolazioni professionali e le ansie economiche. Vorrei ricordare cosa ti ho detto l’anno scorso per meritarmi tanta generosità, tanta attenzione nel comporre il parco doni 2005-2006. Vorrei ricordarmelo e, in tutta onestà, vorrei evitare di usare le stesse parole, vorrei evitarlo accuratamente.


Sì, lo so. Posso facilmente sembrare ironico con questo mio dire, apparire quasi non soddisfatto dei tuoni generosi servigi. Posso. Mi concederai questo in virtù anche di una condotta quasi ineccepibile nello scartare ogni pacco (!) senza indugio o esitazione. Non un dono ho riciclato, ho accettato tutto e tutto credo di aver considerato in attenzione doverosa. Quindi non averne a male.


Bene, potrei chiederti, per questa notte la semplice assicurazione che te ne starai, ve ne starete per un po’ fermi a guardare; o quanto meno mi vorrei augurare una novella disponibilità a contenere il recente eccesso di esposizione, che si sa, alla lunga non paga. Siate buoni, insomma, ma più che altro non siate perniciosi, ecco.


Guarda, guarda non serve ribadire l’imperscrutabile funzione di ogni foglia distesa nell’etere. Non metto in dubbio che tutti i doni dello scorso anno, caro Babbo Natale, siano stati opportuni e calibrati. Quindi, consideralo come un assunto e non torniamoci su. Però, ho fino a prova contraria la possibilità di comunicarti una richiesta questa notte e se pur ti sembrerò un po’ sulle mie, sii comprensivo e stammi a sentire.


Molti, questa notte, penseranno a chi ha meno; e sia chiaro su, chi fa sto pensiero normalmente ha abbastanza per poter credere che sia tutta una questione di quantità e frequenza nell’avere. Ai bambini facoltosi o ai bambini a tasso zero non rimarrà altro che verificare l’inadeguatezza dell’essere dinanzi alle potenzialità inespresse del non essere - cosa allora manca, cosa?; ai bambini pezzenti o educati ad agognare, rimarrà la serenità di un significativo titolo da sciorinare in curriculum e l’ebrezza maestosa dell’invidia repressa in un cuore di non troppi centimetri quadrati - manca ogni cosa.


Molti altri, questa notte, cercheranno di dimenticarla ancor prima che s’avveri; e saranno altri ancora a fornire il modo per non scorgervi differenza alcuna dai giorni passati e da quelli a venire. Qualcuno proverà a morire, qualcuno proverà a nascere; ma questo importa a pochi e sbagliano tutti gli altri perchè il bilancio tra chi va e chi viene è a dir poco preoccupante vista l’emergenza del brutto in questo mondo.
(Mi si conceda: lungi da me ogni momento l’infame petulanza di un improvvisato laudator temporis actis: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. E non si stava meglio quando si stava peggio, per favore. Eppure il brutto emerge, pur su una quntità complessiva non commensurabile nè comparabile).


Laggiù in Africa c’è poco da fare, rovinano sempre le feste: hanno il ritmo del sangue e per questo malattie e guerre non di fermano un attimo.
Laggiù in Oriente c’è chi si dà molto da fare e crede di fare qualcosa di importante: tenerezza e affetto per chiunque si sente così.
Del resto del mondo non parlerei, troppa fatica trovar qualcosa da dire: Africa e Oriente, quanto meno si va sul sicuro. Un po’ come con gli scacchi regalati al figlio adolescente di un avvocato di sinistra.


Lo ammetto sto girando intorno alla questione, effettivamente un po’ ti temo, Babbo Natale: che tu mi prendi alla lettera poi; e non a caso è per lettera scegli di relazionarti a noi peregrini su sto pianeta vanitoso, narciso quanto inutile (almeno finchè qualcuno non farà un tre sponde intergalattico e non ci usi per fare filotto). Ma per quanto io ci giri intorno la richiesta è bene io la renda meno subdola, è opportuno che io te la affidi luminosa e a chiaro contrasto.


Caro Babbo Natale, per quest’anno ti chiedo semplicemente di non darmi niente che io già non abbia già avuto: chiaro, dovrebbe essere il minimo tra persone che si conoscono e vogliono bene. Ma il dubbio mi è venuto. Siam tanti e sia mai che tu possa dimenticare uno e uno solo dei tuoi recenti prodigi.


Claus, o Niccolò, come preferisci. Te lo dico esplicitamente. L’unica cosa che potrei voler ripetere per quanto è stata bella è il mio matrimonio; ma, per inteso, se dicessi a mia moglie che voglio sposarmi nuovamente potrebbe ammazzarmi prima di ulteriori precisazioni. Dunque niente di difficile per l’anno nuovo: ti sei dato da fare, e anche bene, guarda voglio concederti la possibilità di considerarmi, adesso, una persona migliore, non te lo nego mica. Ma proprio per questo partiamo da questa costatazione. Che meraviglia guardarmi allo specchio, ora ho anche i capelli corti. Chapeau.


Se per caso ti viene il dubbio su qualcosa che ti sembra di aver già fatto, e qui a finisco, davvero non rimanere in angustia e rinuncia. Saprò capire, qualora la vita mi si presenterà quieta e serena da parer noiosa, saprò capire in questo caso che ce la stai comunque mettendo tutta. Te ne darò atto e nessuno ti priverà della mia pacca sulla spalla, ben assestata e giustamente sostanziosa.
Infine, prima dei saluti, se ti solletica proprio la mano e vuoi esser facilitato nell’evitare imbarazzanti reiterazioni, guarda mi serve un contratto di lavoro a tempo indeterminato, una casa e poi, se vuoi strafare, un figliolo. So già la faccia che stai facendo. No, come non detto. statti fermo e sarò più che contento.


Allora ti saluto, non rimane che augurare a te e alle renne di fare un buon lavoro, un lavoro di cui poter andar fieri.
L’hai notato, non ho volutamente precisato che son stato buono, ma se sono qui a scriverti visto l’anno trascoso, e a scriverti senza espressioni censurabili, mi sembra chiaro che cattivo non sono e non sono stato.


Babbo Natale, a sta notte dunque. O anche no, anche no davvero.
In eterna, infinita amicizia.
Buon Natale.


A.


p.s.
Buon Natale a tutti gli amici del Bar dello Sport. Grazie di esserci stati, grazie di esserci.

Apocalipse now



Ero annoiato e abbastanza giù
non c'era niente neanche in tv
all'improvviso tutto è cambiato
del suo sapore mi sono innamorato.
Pa pa pa parmigiano
Re re re rereggiano ohoh.
Io sono sola malinconia
avrei bisogno di compagnia
voglio un compagno per il futuro
che sia fragrante questo di sicuro.
Pa pa pa parmigiano
Re re re rereggiano ohoh.
Inaspettato vien giù dal cielo
in questa storia è questo il bello
ho conosciuto uno geniale
ed è davvero molto originale.
Pa pa pa parmigiano
Re re re rereggiano ohoh.


Dunque.
In tutta evidenza senza leggere con attenzione il testo
qualcosa si perde.
Ad ogni modo.


Primo spot.
Direi quasi sobrio. Breve, meno di trenta secondi a introdurre il tema.
Il portatore della denuncia è fondamentalmente un Pomodoro. È lui che rompe il silenzio e alza per primo la voce. Il buon ragioniere imbolsito e vestito di rosso ondeggia tra destra e sinistra senza trovare pace; al suo seguito altri due normodotati e un nano che si posiziona sull'estrema sinistra. Poco da dire. Evidentemente frustrato l'uomo ingrigito da anni di partita doppia, ma potrebbe anche essere altro dio mio, ricorre all'eterna panacea. LA MANO.
È subito dopo la comparsa della MANO, e il suo agitarsi ritmico ben cadenzato, che il pomodoro scopre di non esser solo. Che sia l'alba di una nuova Ginestra onanistica? (cit. E quell'orror che primo/Contra l'empia natura/Strinse i mortali in social catena...).


Secondo spot
Sviluppo. Il pomodoro, evidentemente allungato in resa peperonica, compare con le mani incrociate sul petto. L'atmosfera è tesa: la cipolla a disagio, la pasta e i bicchieri si scostano intonando senza convinzione. Qualcosa non va. tutti si guardano con diffidenza e l'inquietudine è ben chiara anche nella cipolla femmina che inizia in ritardo ad agitare le mani. Un ciuffo di prezzemolo imbarazzato dà le spalle, mentre i pomodori non eretti lo dileggiano. Niente.
Sì sembra davvero che qualcosa non vada. E dal cielo improvvisa la spada della punizione.
Sfiora, incide, taglia. Dopo la mano il castigo e la colpa. Dalla forma del parmigiano escono due uomini che ancestralmente richiamano Raffaella Carrà alla memoria, sarà lei il Virgiglio di questa espiazione. Te l'aveva detto la mamma, caro il mio peperone. Diventerai cieco. Quanto meno.


Terzo spot
Il colpo di scena. Dinanzi al cospetto del giudizio i pomodori emarginano il pomodoro onanista.
Dall'ombra si svela la vera identità maligna del peperone: tutto inizia ad avere un senso. Mefistofelico intona da solista e trafigge con voce rauca il suo "all'improvviso tutto è cambiato".
Luciferino mostra emaciati e contratti gli altri ortaggi: indimenticabile il primo piano della melanzana, citazione evidente di un De Sica d'annata. Il prezzemolo ammicca, le cipolle lasciano intendere. Poi la rivelazione. La melanzana si fa cogliere tra due pomodori. E la cipolla femmina intona con sapienza omerica: Io sono sola, malinconia, ho bisogno di compagnia. Tutti partecipano al rito. C'è nuovamente fremito e coinvolgimento. Le altre melanzane si posizionano faccia al muro, i funghi estremi mimano di schiaffeggiare, i melanzani oramai incontenibili non lasciano spazio all'immaginazione. Torna la MANO. Torna la spada del peccato. Gli uni contro gli altri come mai fino ad ora si schierano gli ortaggi. Torna una euforica Raffaella Carrà. È l'apocalisse.


Epilogo.
Il nostro pomodoro, colui che schiuse il vaso di Pandora, intona tristemente sotto la neve illuminato da un teatrale occhio di bue. La sceneggiatura a questo punto non ha più la prudenza degli inizi e arriva al punto. Quello che in gioco non è il formaggio ma la sua analogia col bambino di betlemme. Terribile. Non sembrava possibile arrivare a tanto neanche nei più truci adattamenti clandestini.Eppure il testo sapidamente recita: inaspettato vien giù dal cielo. E poco dopo la MANO chiarisce ulteriormente, non è neve no, non è neve quella che si posa sui dannati della cucina peninsulare. Sembrano stravolti, drogati, trasfigurati. Le composizioni di rosso bianco e verde non si contano e la bandiera italica sventola presuntuosa e arrogante la sua irriverente natura al cospetto del cielo.


Parmigiano Reggiano: quando c'è si nota.
Con buona grazie e dei ricchi e dei poveri.


A.

A Natale si può dare di più





Prima scena.
In famiglia: vecchia nonna diabetica si augura un futuro ignobile per il futuro ragazzo dello zoo di berlino. Gli taglia mezzo chilo di fetta di pandoro (su vassoio in argento) e gliela passa mentre la madre prova a fargli indossare il suo stronzo giubottino azzurro e la sciarpa da futuro reggaefregammècheciòlaziendadifamiglia. Niente è casuale: servito e riverito l'unico maschio di casa(l'omm è omm dopotutto).
Bello in questo senso il particolare della madre senza volto a favore, sicuramente, della suocera, categoria notoriamente ossessionata dal cibo: Devi mangiare, mangia, mastica e ingoia a nonna. Mangia, spalanca la bocca, mangia ancora, mangia stronzetto. Mio figlio alla sua età era già un vitello, non come il nipote che mi hai fatto, battona.


Seconda scena.
Corsa forsennata nella neve che invece di cadere si solleva da terra: meraviglioso.
Un mondo capovolto. Una sfera di neve da agitare augurandosi di vedere affogare i suoi abitanti in atroci sofferenze. Speriamo ma non basta. Si ferma. La madre dietro arranca, poveraccia. Vede una bambina co sua madre. Evidentemente ha capito tutto della vita: elargisce la sua mezza porzione alla femmina, in attesa di futuro risarcimento. La bimba guarda con fare complice la madre: è proprio vero basta un sorriso. La madre impellicciata e carica di spese natalizie garrula prevede un futuro roseo come il cappottino della figlia. Son proprio dei minchioni i maschi. Sarà.


Terza scena.
Un mimo, un essere umano stroncato nella colonna vertebrale e colato nell'oro a eterna memoria degli sforzi da evitarsi nei traslochi, distende la mano in posa elemosinante. Non resiste il piccolo magnate e legge nella posizione del mimo quella categoria produttiva e precaria che tanto sarà sempre felice a un suo cenno magnanimo. Che mangino brioche, la mamma approva. E il mimo raccoglie il suo quarto di fetta pandorale scrutando in essa le ragioni del suo intimo patire. E anche questo mese abbiamo mangiato.


Quarta scena.
Isolati dalla gente in ombra che trama e ascolta,un promotore finanziario e una improbabile messicana discutono alacremente. La neve continua ad andare un po' dove cazzo gli pare, ovunque tranne che in terra, ma ci sta. I due gesticolano. Lui ridimensiona, lei gli risponde che non capisce niente. Il luogocomunismo produce un altro notevole affresco di donna: isterica, passivo aggressiva, inseguitrice e dipendente. Il gaudente omettino squadrato ridimensiona, arretra, tergiversa e sa che tra un po' la sua vita sarà migliore. Arriva il piccolo. E dispensa un ottavo di fetta ai due guardandoli con ferocia. Magnate e stateve zitti, capre. È il ritorno della Balena bianca, il partito della pagnotta, finchè la barca va lasciala andare.
Ma sì ma che me frega; basta che respira, anche se, a volte respira pure troppo. Ma sì che me ne frega, tanto è frocio.


Quinta scena.
Il trionfo del nostro eroe: vede un uccellino gonfio, probabilmente ammalato, forse addirittura prossimo a capitolare com'è giusto che sia: non è riuscito a comprarsi na casa, cazzi sua, va a lavura', barbùn. Gli porge l'ultimo ottavo della fetta di pandoro, giustamente sbriciolata. Non si indugia oltre, questo momento va ben dosato, lo sa bene il piccolo che oramai, libero dalla madre sorniona, si approssima a scendere in politica. Prima o poi le strade saranno libere da voi straccioni. Ma qualcuno poi serve sempre alla fine, un po' come il foglio di giornale per il camino. Fa tanto Natale il camino..


Epilogo.
Il bambino torna a casa evidentemente incazzato. Sti morti di fame, so' rimasto senza pandoro, vafanculo. Dimentica forse che la vecchia gli aveva tagliato una fetta da un'intera forma? no, non è così ingenuo. Sa bene che la stronza l'avrà frullato e iniettato nel sangue del caro padre, maledetto padre. Doppio complesso edipico. Scopa. Si siede sul divano. Il suo genitore si occupa dei regali, ovviamente. Fa' quel che ti compete ma non guardarmi, non hai spina dorsale, guardati come sei ridotto. In ginocchio tra i cartoni. Poi l'incantesimo: una borsa nera di pelle vien posata, dalla madre si presume, sul divano. Bella borsa. Stupenda analogia con la Creazione di Michelangelo. La borsa tra la mano di dio e l'uomo. Brividi lungo la schiena. Il capoccione capitalista si innalza e avanza prepotente, teutonico, avido e fiero. Tra i cartoni di quello stronzo di padre ha scorto la preda: una nuova riserva di benemerenza. Avvinghia tronfio il pandoro ancora inscatolato e suppone la morte della vecchia. Che dolce sensazione il Potere. Andiamo, andiamo ancora a fare un generoso giro qui intorno. Non è ancora tardi, non è ancora passato Natale. E speriamo non finisca mai.


A.

Un Baretto tutto nuovo

Il nuovo Bar è pronto.
Per qualche settimana ancora continuerò a scrivere anche qui,
intanto completerò lo spostamento di alcuni contenuti (i romanzi per esempio, ma forse anche i racconti del bar e qualche recensione) nell'altro locale ricco di novità ancora in fieri.
Dov'è ora il Bar dello sport.




La novità più sostanziosa è che al Bar ci sarà una fatalissima bionda: Elly con me per servirvi.
Inutile presentarla: grandissimo talento, narcolettica meravigliosa, una penna acuta e sensibile.
Aggiornate i vostri link, amici del Bar e preparatevi ai nuovi colori dell'anno che verrà.
Saremo felici di ascoltarvi salutare questo posto sempre amico e, spero, dare generoso benvenuto al neonato Baretto, ancora coi suoi limiti e con la stessa irriducibile convinzione di poterci essere.


A.

Contro il CTRLC per un mondo migliore

Finanziaria 2007 - disposizioni urgenti di carattere finanziario, Decreto Legge 03.10.2006 n° 262 , G.U. 03.10.2006.

Articolo 32. Riproduzione di articoli di riviste o giornali

1. All’articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, dopo il comma 1, è inserito il seguente:
«1-bis. I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.».



Bene, visto che i soldi non solo l'unico problema di un Paese, mi chiedo come mai non si parli di questo vergognoso articolo che esclude la presenza delle citazioni all'interno degli scritti di critica, nonchè, nell'epoca degli RSS, vuole inserire la contrattazione economica nella circolazione delle notizie citate all'interno dei forum o dei blog (certo non per l'inimitabile qualità della prosa o l'inestricabile complessità dei contenuti).
Spero di aver frainteso, ma visto quel che è dovuto accadere in Lupocattivo.net (cancellazione delle sezioni dedicate al commento delle notizie e delle notizie sportive) dopo consulenza di legali, temo che saremo costretti a bluffare, cambiare due paroline, prenderci ancora infinitamente per il culo.


A.

E mi tagliai i capelli corti

Dal 2002 avevo iniziato a farli crescere, non c'era voluto molto.
E in qualche modo portarli lunghi, e lievemente, giustamente ricci, mi ha dato, credo, la possibilità di fare delle cose.
Una scelta estetica può, deve avere degli effetti, ma forse li ha a prescindere e c'è solo da cercare di capirli; effetti e non cause, quelle sono tanto fuggevoli, quanto inutili.


Ho la faccia di un bravo ragazzo, un chierichetto, e me la porto dietro con i vantaggi e gli squilibri che comporta: quando a un viso bambino gli si chiede qualcosa, quello risponde fin troppo celermente, ancor prima delle parole. La mia faccia è così. Mi precede persino nella coscienza e a volte mi costringe a spiegare, che io posso esser più lento e nella lentezza pensarla diversamente da lei. Difficile da crederlo, difficile credermi.


Con i capelli lunghi ho potuto mitigare la meraviglia, il disagio, il disprezzo che troppo pudicamente dunque il mio viso s'arroga di manifestare: bene o male un personaggio utile, quello che chi ha bisogno di maschere riusciva a leggere nella mia folta capigliatura; a volte l'estrosità è sotto il controllo di uno shampoo, mi vien da temere. Che dio abbia in gloria i balsami e i phon ai raggi gamma, se quel ch posso inventare dipende dal loro prodursi generoso.
So che non è così, d'altra parte ho 29 anni e fino al 2002 i miei capelli non erano tanto ambiziosi da ordire una cornice strategica per le mie espressioni.
Eppur si muove. E va dal barbiere.


Così eccomi restituito al quadretto che somiglia a tanti altri meno decifrabili quadri; non unico prima, non unico ora, ma prima più somigliante a una minoranza di costume, adesso confondibile e banale, almeno fino alle orecchie d'acciaio quanto meno. Confondibile e banale: insignificante. Fa paura per tutti, temo, credo; e di risposta un brivido a pensare di poter essere privati della propria andatura, costretti ad alzare il passo sempre e comunque, o comunque a fornire la prestazione di un cervello esclusivamente dipendente, esclusivamente sostituibile ma non per questo meno da addomesticare a ordini precisi e intraducibili.
Complicato discorso: no. Ogni cane deve seguire il suo padrone e nessun cane sceglie come portare il pelo, pensa il padrone quando si sveglia e si concede un sorriso allo specchio. Non esagero. Il Potere è nelle mani e negli occhi di ogni uomo e donna, consegnato al parto, estrinsecato dal tempo.
Districarsi in questa esposizione continua alle riduzioni del possibile è arte di saggezza.
E saggezza da barbiere.


A.

Lo zen e l'arte di girare

Non ho ben chiaro perchè abbiamo smesso. Non ho ben chiaro se abbiamo mai iniziatoa farlo.
Tendere all'assoluto, col corpo con l'anima, scissi solo per distinguere il dorso e il ventre di una foglia sospesa.
Mi sono domandato tempo fa perchè inquadrare un uomo e una donna girandogli intorno fosse così bello. Eppure lo è. La loro ombra infissa alla terra, senza esitazioni il sole meridiano. E il difficile equilibrio nel sceglierli come perno di un movimento circolare proseguendo di fianco per tutta una perfetta, morbida circonferenza. Fuori il mondo, dentro il mondo.
L'assoluto potere di dominare la passione, l'assoluta passione di superare qualsiasi limite possono dirsi la declinazione dinamica del bene e del male? Mi chiedo.
Perchè abbiamo smesso di superare la precaria essenza delle domande. Forse perchè vivere e morire non hanno il corpo generoso di una donna e gli spigoli virtuosi di un uomo? Vivere e morire senza eterno amore, una carta tirata dai lembi e impossibile da strappare senza lacrime.
In equilibrio chiudo lo spazio virtuoso di una forma regolare e senza angoli nè principio e fine.
Ogni punto è padre, ogni punto è figlio; ogni punto è prima, ogni punto è dopo.
Ogni punto è parte, ogni punto è tutto.
Non concludo il movimento e lo ripeto all'infinito bloccando le stelle a mio piacimento perchè sia.
Non l'ombra di una incertezza, più forte, essere più forte dello stesso movimento della terra.
Prometterò amore e divorerò il cielo per sempre, realizzerò amore e il cielo scorrerà attraverò me.


A.

I guerrieri della libertà - part I

Grazie a Videopolitik, estratti da "annozero".
Ho sbagliato tutto. Dovevo fare l'attacchino.






A.

Viaggio di fine anno

Ci siamo.
Preso il biglietto aereo per Bari. Bari, non Bali.
Torno a casa, semplicemente.
A parte una toccata e fuga a giugno per parlare con la commercialista,
andata e ritorno in 48 ore, è passato giusto un anno.
Un anno incredibile, un anno pazzesco, distruttivo ma non fino in fondo, perchè sono qui,
esaltante per il mio matrimonio, abbacinante per il bianco continuo degli ospedali,
compreso tra le ansie della gioventù e la stanchezza della vecchiaia,
un anno che è stato lungo una vita.
Torno a Bari tra un paio di settimane, ma forse non tornerò più.
Perchè ora sono marito, perchè tutto questo resistere e sopravvivere
non può non avermi mutato il viso.
Anche Bari è cambiata, ne sono sicuro. Quanto mi è sembrata sempre uguale a se stessa,
quanto mi sembrerà diversa.
Non tornerò più, ma andrò a Bari ancora.


Andiamo in aereo, anche questa è una novità. Sembrerebbe una cosa da ricchi,
sembrerebbe e forse lo è, ma costa circa 10 euro più del treno eurostar,
sì anche quello una cosa da ricchi. Eppure Bari è lontana da Firenze molto più dei suoi chlometri
e le ore non bastano a dire questa distanza che si distende e rifiata come un organetto
nei giorni di festa. Ferie, vitali, necessarie. Definitive, mi piacerebbe, se fossi davvero ricco
non dovrei pensare a ottimizzare le ore, comprimere il tempo del viagigo per stare il più possibile coi miei familiari, tra le strade dove sono cresciuto.
Che non mi mancano, no, neanche un po'. Ma che mi piace davvero rivedere dopo tanto,
perchè prive di nostalgia prescritta, e gravide di sensazioni ancora a venire.


Torno al lavoro; ma prima ancora due parole.
Il bar dello sport, gentili e affezionati passanti,
presto migrerà altrove perchè gli voglio bene ed è bene che cresca o soltanto
diventi qualcos'altro. Tempo al tempo. Per ora lo guardo con affetto, per quel che è stato
e per quel che continuerà a essere.


A.

Panta rei

E proprio quando blogger decise di innovare le sue funzioni..
il barista iniziò a pensare di rinnovare il locale.


In questi giorni ho scritto meno, perchè capitavano delle cose tristi da zittire
e perchè forse è tempo di cambiare qualcosa.


La prima riflessione che torna è quella di aver capito perchè tutto quel che di brutto accade
può accadere. Semplice: non riesco a occuparmi della vita intorno a dove vivo, figuriamoci se riesco a interessarmi del mondo. E questo avviene con naturale dedizione, con trasporto passivo e paradossale sperpero di energie, tutte quelle possibili.
Prosciugare un pozzo per dar da bere a un canarino. Si fa fatica e non se ne vede il senso,
perchè il senso delle cose è svilito dal poter essere altrimenti, e il non poter essere altrimenti è la condanna di questo senso svilito. Nel nulla. Gli urli, i lamenti, non sono diversi dalle risa. Propagazione di onde sonore, spostamento d'aria, su e giù di polmoni e cuore, cambia il ritmo e non la sostanza: ognuno fa un po' quel che deve, forse nessuno sceglie, forse nessuno rinuncia a credere di aver scelto ogni propria condanna.


E' quasi pronta la cena. Pubblico questa prima parte, forse l'unico pensiero di stasera, peccato ne avevo altri. Ma mangiare, chissà perchè, mi attira più di starmi a sentire.

Gaara dai capelli rossi

E poi dicono che noi otaku siamo noisi, tristi e silenziosi.
Grazie al cielo son cresciuto così innamorato del sogno nipponico.
E sorridiamo un po' proprio in omaggio al cielo.



A.

Far away, so close


Oggi ero al funerale di una persona che porterò sempre negli occhi e nel cuore.


Ho pensato al futuro, in questi giorni l'ho fatto spesso.
Il mistero della morte sembra poter schiudere gli orizzonti del tempo
e scandire chiaramente la necessità dei desideri.


Cosa accade. Cosa.
Perchè la vista stenta e le gambe dolgono a mattino
dei giorni siamesi. E perchè inizio a odiare le parole che uso.
Non ho diciassette anni, no.
Eppure il candore assoluto
e le dita impiastricciate di more zuccherine
stridono.
E allora parlo ancora. Nonostante l'urgenza di dormire. Ancora.


E avrei voluto denunciare la nefandezza
dell'agente funebre indegno
e avrei voluto cantare la bellezza delle donne
strette da non far passare il timore
e avrei voluto confidare quel che sarà tra una casa e un figlio
per non arrossire, senza arrossire.


Nessuna esitazione, il barista c'è e si accorge solo
di essere in balìa della vita. A volte è impossibile
che sia altrimenti. A volte è meglio che sia così.


Io e Laura abbiam parlato di quando non ci saremo più.
Io non vorrei esser esposto nelle Cappelle del Commiato,
no. Vorrei stare in una stanza chiusa e starvi per poco.
In una stanza aperta solo a mia moglie,
ai miei genitori e ai miei fratelli
qualora volessero, potessero esserci.
E ogni anno vorrei scrivere una lista di persone,
una lista di persone da invitare.
E offrir loro una cena in quell'occasione,
decisamente una generosa cena.
Poi forse mi farei cremare,
ma questo mi importa meno. Mi farei cremare
per evitare di esser guardato.
E tutto questo non mi dà tristezza, nè mi spaventa.


Far away,
so close.


A.

p. s.
In questi giorni di singhiozzante presenza
non ero solo. Grazie a chi mi vuol bene
e grazie a chi passa di qui.

Radio Blog #6

Il barista si scusa per il ritardo e l'apparente trascuratezza.
Nessun giorno al momento si accontenta di un giorno.
Per questo i pensieri vanno attesi, le note suggerite, le parole posate con garbo.
Rose bianche e carbone: è il profumo d'inverno.


1. Air - Playground Love
2. Blur - Universal
3. Mum - Green grass of tunnel
4. REM - At my most beautiful
5. U2 - First time
6. Radiohead - Fake plastic trees
7. Rachel's - Water from the same source
8. Francois Hardy - Des ronds dans l'eau
9. Smashing Pumpkins - Porcelina of the vast oceans
10. Jeff Buckley - Hallelujah


A.

Racconto breve

Un colpo di fucile nel bosco, ascolta.
La nebbia si scuote e poi mente, nulla.


Taglio verso la stazione,
stringo il silenzio nelle tasche
al sicuro.


Perchè non dormire ancora,
si chiese.


Ebbe un brivido, il lago;
lo nascose
in un'increspatura banale.
E consolò gli occhi
nel petrolio per qualche ora,
senza spingerlo a riva.


A.

La senti questa voce.. (è quello che so dire)




Ho preso la chitarra
e suono per te
il tempo di imparare
non l'ho e non so suonare
ma suono per te.


La senti questa voce
chi canta è il mio cuore
amore amore amore
è quello che so dire
ma tu mi capirai.


I prati sono in fiore
profumi anche tu
ho voglia di morire
non posso più cantare
non chiedo di più..


La prima cosa bella
che ho avuto dalla vita
è il tuo sorriso giovane, sei tu.
Tra gli alberi una stella
la notte si è schiarita
il cuore innamorato sempre più
sempre più..


(La prima cosa bella, Nicola Di Bari)


A.