E mi tagliai i capelli corti

Dal 2002 avevo iniziato a farli crescere, non c'era voluto molto.
E in qualche modo portarli lunghi, e lievemente, giustamente ricci, mi ha dato, credo, la possibilità di fare delle cose.
Una scelta estetica può, deve avere degli effetti, ma forse li ha a prescindere e c'è solo da cercare di capirli; effetti e non cause, quelle sono tanto fuggevoli, quanto inutili.


Ho la faccia di un bravo ragazzo, un chierichetto, e me la porto dietro con i vantaggi e gli squilibri che comporta: quando a un viso bambino gli si chiede qualcosa, quello risponde fin troppo celermente, ancor prima delle parole. La mia faccia è così. Mi precede persino nella coscienza e a volte mi costringe a spiegare, che io posso esser più lento e nella lentezza pensarla diversamente da lei. Difficile da crederlo, difficile credermi.


Con i capelli lunghi ho potuto mitigare la meraviglia, il disagio, il disprezzo che troppo pudicamente dunque il mio viso s'arroga di manifestare: bene o male un personaggio utile, quello che chi ha bisogno di maschere riusciva a leggere nella mia folta capigliatura; a volte l'estrosità è sotto il controllo di uno shampoo, mi vien da temere. Che dio abbia in gloria i balsami e i phon ai raggi gamma, se quel ch posso inventare dipende dal loro prodursi generoso.
So che non è così, d'altra parte ho 29 anni e fino al 2002 i miei capelli non erano tanto ambiziosi da ordire una cornice strategica per le mie espressioni.
Eppur si muove. E va dal barbiere.


Così eccomi restituito al quadretto che somiglia a tanti altri meno decifrabili quadri; non unico prima, non unico ora, ma prima più somigliante a una minoranza di costume, adesso confondibile e banale, almeno fino alle orecchie d'acciaio quanto meno. Confondibile e banale: insignificante. Fa paura per tutti, temo, credo; e di risposta un brivido a pensare di poter essere privati della propria andatura, costretti ad alzare il passo sempre e comunque, o comunque a fornire la prestazione di un cervello esclusivamente dipendente, esclusivamente sostituibile ma non per questo meno da addomesticare a ordini precisi e intraducibili.
Complicato discorso: no. Ogni cane deve seguire il suo padrone e nessun cane sceglie come portare il pelo, pensa il padrone quando si sveglia e si concede un sorriso allo specchio. Non esagero. Il Potere è nelle mani e negli occhi di ogni uomo e donna, consegnato al parto, estrinsecato dal tempo.
Districarsi in questa esposizione continua alle riduzioni del possibile è arte di saggezza.
E saggezza da barbiere.


A.

2 commenti:

nu ha detto...

ogni cane obbedisce al proprio padrone, è l'emblema della fedeltà...ma un padrone saprà mai cosa c'è nella mente e nel cuore del proprio cane? ( per assurdo)
Un cane forse abbaia perchè parlare col proprio padrone gli appare stupido e ridicolo...obbedisce, scodinzola, fa le feste, lecca...ma con furbizia si impadronisce del calore della sua casa, del suo divano, lo costringe a portarlo fuori per i bisogni e addirittura lo obbliga il più delle volte a raccoglierli con le mani per buttarli via.
Chi è più furbo?
I pensieri degli esseri viventi volano nell'aria ma non possono essere catturati e questo permette a chiunque di sentirsi sempre libero e unico.

enza ha detto...

Al di là dei cani e dei padroni, trovo che stai benissimo anche con i capelli corti ;)